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Mostrare la bandiera non può coprire il ruolo di Israele nella crisi del Libano

Dopo anni di guerra e occupazione, Israele non dovrebbe sorprendersi se libanesi e palestinesi si rifiutano di elogiare i loro gesti di solidarietà

Orly Noy 6 agosto +972 Mag nella foto Una coppia israeliana guarda il Municipio di Tel Aviv illuminato con i colori della bandiera libanese 5 agosto 2020. (Oren Ziv)

In quello che è stato diffusamente descritto come un raro momento di compassione tra paesi nemici confinanti, mercoledì sera la municipalità di Tel Aviv ha acceso le luci del municipio con i colori della bandiera libanese, in seguito ad un’esplosione devastante a Beirut, presumibilmente causata da un incidente avvenuto in un deposito chimico nel porto della città. In seguito all’esplosione, che ha ucciso più di 100 persone e provocato migliaia di feriti, il governo israeliano ha dichiarato di essere pronto ad inviare aiuti umanitari per sostenere la ripresa.

Il gesto della municipalità è stato accolto negativamente dagli israeliani dei circoli di estrema destra. Ayelet Shaked, membro della Knesset del partito Yamina ed ex ministro della giustizia ha criticato la mossa dicendo: “In un paese serio, questa sera avrebbero proiettato il colore arancione sul municipio di Tel Aviv, in ricordo del ritiro da Gush Katif nel 2005 (le colonie israeliane a Gaza; i sostenitori delle colonie hanno scelto il colore arancione come simbolo contro il disimpegno). E invece abbiamo la bandiera di uno stato nemico.”

Ma Shaked e i suoi alleati di estrema destra non sono stati gli unici ad essere turbati dal gesto della municipalità. Molti palestinesi – insieme a molti libanesi sui social media – hanno fatto sentire la loro indignazione, descrivendo quello che è avvenuto come un atto sfrontato dell’ipocrisia israeliana.

Alcuni ebrei israeliani di sinistra non riescono a capire cosa abbia fatto arrabbiare: sì, dicono, Israele persegue una politica aggressiva e ostile nei confronti del mondo arabo, ma da qualche punto si dovrà pur cominciare, no? Che problema c’è a mostrare un po’ di empatia umana verso i nostri vicini su al nord?

L’empatia è sempre ben accetta. Tuttavia, il problema è legato al fatto che gli Israeliani – e in particolare un ente ufficiale come la municipalità di Tel Aviv – abbiano estratto la tragedia umana di Beirut dal suo contesto politico più ampio.

LIBANO Dopo le esplosioni al Porto di Beirut _4_August_2020. (Anchal Vohra/VOA via Wikimedia)

L’aspetto più problematico della questione è la nostra de-responsabilizzazione. Da brave persone, si pensa, non c’è motivo di ritenerci responsabili. Dopotutto stiamo mostrando empatia verso i nostri vicini.

Ma anche se Israele non avesse nessun ruolo nell’attuale disastro di Beirut, ha un ruolo nel disastro in corso in Libano. Israele, infatti – insieme ad altri stati come la Siria e l’Iran – ha avuto un ruolo centrale nel caos infernale che affligge il suo vicino a nord, e ha contribuito a distruggere il tessuto politico e sociale che lì è esistito per decenni.

Questo include, ma sicuramente non si limita solo a questo, il rifiuto sin dal 1948 di consentire ai rifugiati palestinesi in Libano di tornare alle loro case; l’invasione su ampia scala del paese nel 1982; la successiva brutale occupazione del sud del Libano che è durata fino al 2000; e una guerra devastante con Hezbollah nel 2006 che ha stremato un paese che si stava ancora riprendendo dalla lunga e violenta guerra civile.

Se la municipalità di Tel Aviv avesse illuminato il municipio con i colori della bandiera libanese tutte le volte che Israele ha attaccato il Libano, l’atto di mercoledì sera avrebbe assunto un significato molto diverso. Se avesse sventolato una bandiera nera tutte le volte che i soldati israeliano hanno commesso massacri a Gaza, la sua solidarietà con Beirut non sembrerebbe così cinica. Ma se avete sostenuto tutte le operazioni militari di Israele insieme a tutte le catastrofi che Israele riserva alla popolazione che occupa o ai suoi vicini, allora non fate finta di sembrare sorpresi quando quei vicini non si esaltano e non vi ringraziano per i vostri gesti di “solidarietà”.

Israeli soldiers cover their ears as a tank fires into Lebanon from Kiryat Shmona on July 20, 2006. (Guy Assayag/Flash90)

Nelle circostanze attuali, questi gesti sembrano semplicemente dei tentativi per “normalizzare” l’aggressione israeliana, costruendo un’immagine illuminata e democratica di sé stessi. Quelli costretti a pagare il prezzo di quest’immagine sono sempre stati i palestinesi nei territori occupati e nei campi profughi in tutto il Medio Oriente – incluso il Libano.

La bandiera libanese sui muri della municipalità ricorda il modo in cui Iyad al-Hallaq, un uomo palestinese autistico ucciso dalla polizia israeliana a Gerusalemme Est alla fine di maggio, è diventato uno dei simboli delle proteste degli ultimi mesi contro Netanyahu a Gerusalemme.

L’assassinio di un uomo disarmato ha giustamente sconvolto molte persone in Israele; e considerando la continua disumanizzazione dei palestinesi da parte di Israele, i segnali di turbamento e di incredulità in seguito alla morte di al-Hallaq non devono essere sottovalutati. Tuttavia, se al-Hallaq ha diritto alla nostra solidarietà solo perché autistico, allora anche in questo caso gli israeliani hanno estratto la sua morte dal contesto della violenta occupazione militare, trasformandolo in un mero caso “umanitario”.

La decontestualizzazione continua quando vediamo il nome di al-Hallaq sui cartelli di protesta vicino al nome di Solomon Tekah, un adolescente israeliano etiope ucciso da un poliziotto fuori servizio nel giugno del 2019 e altre vittime della violenza della polizia.

MANIFESTAZIONE a Gerusalemme per Iyad al Hallaq ucciso da polizia israeliana August 1, 2020. (Oren Ziv/Activestills)

Se il paragone nasce da un elementare senso di giustizia, è allo stesso tempo fuorviante: al-Hallaq, un residente palestinese senza diritti in territorio occupato, è stato ucciso dalle forze occupanti la cui presenza a Gerusalemme Est distrugge la vita dei palestinesi. Al-Hallaq è stato ucciso perché era palestinese, non a causa del suo autismo e nemmeno come una delle tante vittime della violenza della polizia.

Forse sarebbe più saggio se i manifestanti contro Netanyahu facessero il nome di Fadi Sarhan Samara, un altro palestinese che è stato ucciso dai soldati vicino al villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania un giorno prima dell’assassinio di al-Hallaq; o di Ahmad Erekat, ucciso dagli agenti della polizia di frontiera ad un checkpoint tre settimane dopo l’uccisione di al-Hallaq.

Diversamente dall’ex membro della Knesset Moshe Feiglin, che ha celebrato l’esplosione avvenuta a Beirut descrivendola mercoledì sulla sua pagina Facebook come “uno spettacolare evento pirotecnico”, sono davvero convinta che la maggior parte degli israeliani sono inorriditi vedendo le immagini provenienti dal Libano. Una gran parte di loro, immagino, si sono commossi non soltanto per il gesto simbolico di Tel Aviv, ma anche per la proposta, molto pubblicizzata, del governo israeliano di mandare aiuti in Libano.

Ma se la mossa della municipalità di Tel Aviv non è altro che una insulsa forma di autocompiacimento, allora la proposta del governo israeliano – i cui promotori sanno benissimo che ha poche possibilità di essere accolta – è altrettanto cinica. Quanti piani di attacchi militari sul suolo libanese erano già pronti sul tavolo del governo nel momento in cui ha offerto il suo aiuto?

Questo articolo è già stato pubblicato in ebraico su Local Call. Read it here.

Orly Noy redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa Farsi. Fa parte del consiglio esecutivo di B’Tselem’s ed è attiva nel partito politico Balad. La sua scrittura ha a che fare con l’intersezione delle linee che definiscono la sua identità come Mizrahi, donna di sinistra, migrante temporanea dentro una perpetua immigrata che dialogano tra di loro continuamente.

traduzione a cura di Claudia Vlad da https://www.972mag.com/beirut-explosion-tel-aviv-flag/

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