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Asil Yaghi

Scrittrice di Gaza, rifugiata del ‘48, originaria del villaggio Al-Masmiyya al-Kabira. Ha studiato legge e pubblicato i suoi scritti in “Gaza Stories”  

Grazie a Gaza passages per le sue pubblicazioni e la traduzione . Un progetto che raccoglie traduce e pubblica testi di scrittori/trici palestinesi che affrontano il genocidio di Gaza, per far ascoltare le loro parole. Invita a condividere, stampare, pubblicare e distribuire questi testi con tutti i mezzi possibili, a sostegno della liberazione palestinese.

Estratto di un racconto pubblicato dall’autrice sul sito Raseef 22, il giorno 25 ottobre. 

Avevo atteso così tanto quel 7 ottobre, il momento in cui me ne sarei stata al sole, tutta quella vitamina D, le mille cose da preparare, il costume da bagno, la lista della spesa e il cibo. 

Avevo deciso di dormire a casa di un’amica la sera prima, perché si trovava vicino alla strada del mare, così da poter andare direttamente insieme l’indomani. 

Avevamo diviso la spesa in buste separate, perchè eravamo ossessionate dal dividere e mettere in ordine e avevamo finito solo a notte fonda. 

Lei aveva ballato sulle note di una canzone che si chiamava “substance”, ed io  avevo riso senza sosta. Poi eravamo scoppiate a ridere insieme quando avevo tentato di filmare le sue mosse così divertenti. 

Ci siamo addormentate, aspettando il tanto atteso mattino successivo. 

Alle sei e mezzo sua sorella irrompe nella stanza urlando:” Sveglia, sveglia il giorno del giudizio è arrivato!” 

 Ci lanciammo uno sguardo inebetito perchè non capivamo cosa stesse succedendo – non era la mattina di cui avevamo tanto fantasticato, e poi, quale giorno del giudizio capita di sabato? 

 All’incursione della sorella, seguono poi lanci di missili che mai avevo visto così prima di allora. Dopo aver compreso che il nostro piano era fallito,  ho comunque insistito di fare colazione insieme – ma non come ci eravamo immaginate sotto i raggi del sole mattutino, bensì, sotto i colpi dei missili che facevano su e giù. Di lì a poco, venne mio fratello per riportarmi a casa prima che iniziasse l’attacco. 

 Mi convinsi che non si trattava semplicemente di una delle tante escalation a cui eravamo abituati durante l’anno, stavolta era diversa da tutte le altre. 

 La guerra, questa parola così grande, quanto ci terrorizzava all’inizio, intendo la prima aggressione, la seconda, la terza, la quarta e le escalation nel mezzo.  

Quanta umanità ci ha tolto e quanto ha reso la morte dell’altro qualcosa di cosi’ semplice, desiderabile e in molti casi, obbligatorio. 

Un estratto dall’elogio della scrittrice per la sua amica Nada Al-Dahshan, una studentessa di farmacia, uccisa in un bombardamento israeliano insieme a suo padre e sua madre. 

 Mi diceva sempre che il suo più grande desiderio era quello di fare la Umrah entro la fine dell’anno. Avrebbe iniziato a lavorare come farmacista di lì a poco, ma il suo profondo amore per la scienza l’aveva messa in uno stato di tensione irrazionale, così iniziò a pensare di fare domanda per una borsa di studio all’estero mentre era all’ultimo semestre all’università. Nada non aveva sperimentato nulla. Non aveva mai lasciato Gaza. Non aveva vissuto la sensazione di avere un lavoro, cosa significasse guadagnare uno stipendio proprio. Non aveva mai visto Ahmed Manasra fuori di prigione.  

Ora non vedrà sua figlia e non la chiamerà Laila. Non parteciperà a un concerto del trio Joubran. E dopo avermi insegnato che l’amore è il più bel sentimento, non mi vedrà amare per la prima volta. 

Estratto da un pezzo pubblicato da Gaza Stories 

Oggi mia madre ha pianto. È stato un pianto sconfitto e stanco. Mia madre, di cui tutti giurano che ha delle mani da cuoca meravigliose, ha pianto dopo aver bruciato la “finta” maqluba prima che fosse pronta, ha pianto anche se la colpa non era sua. Non eravamo riusciti a trovare la pentola giusta dopo essere stati spostati per la quarta volta in quella che, presumibilmente, è la tappa finale: Rafah. 

La maqluba non è stata l’unica cosa a bruciare oggi. Prima è stato il mio cuore. Quella mattina avevo visto un bellissimo bambino, tutto vestito, portare una piccola pentola in un posto che sembrava distribuire cibo. E una volta uscito da quel luogo brulicante di persone che sventolavano contenitori sopra le loro teste, ho pianto come non avevo mai fatto in tutto questo incubo, più di tutte le volte che avevo ricevuto notizie agghiaccianti su amici e persone care. Ho pianto perché sulla via del ritorno il ragazzo rideva. Ho pianto perché se fossi stata in lui sarei scoppiata a piangere. Ma lui rideva mentre descriveva la scena: “Non c’è speranza!”. 

Quel ragazzo si rende conto? Comprende il significato di “senza speranza” in una situazione come questa?  Come ha potuto andarsene ridendo? E perché stava ridendo? Ya Allah… 

Mia madre non piangeva perché la maqluba non aveva funzionato. Piangeva perché era finita nel cestino. Abbiamo cercato tutti di rassicurarla sul fatto che Allah capiva quello che stavamo passando, che ci aveva guardato mentre cercavamo di mangiare. Non importava cosa le dicessimo, lei continuava a piangere. Ho cercato di calmarla, i miei singhiozzi si mescolavano a tracce di risate, e poi si è alzata, con gli occhi pieni di lacrime, per stendere il suo tappeto da preghiera e gridare ad Allah, implorando il Suo perdono. Sono ancora sotto shock per il fatto che mia madre, nonostante abbia provato il dolore di aver perso tutta la sua famiglia, i suoi parenti più cari, quelli più vicini al mio e al suo cuore, abbia pianto per il perdono di Allah a causa del cibo che era stato buttato via!

Estratto da “Storie di Gaza” 

Non mi turba più che al mondo non importi che stiamo morendo, qui, a Gaza.  Non mi tocca, non mi fa più male pensare che qui, in un’area di 360 km quadrati, intendiamo la vita solo come sopravvivere , e molti non sanno fare neanche più questo. 

Non ho più l’ansia di dover realizzare i miei sogni, i sogni non esistono più. 

Ho smesso di autoflagellarmi per non riuscire  a fare ciò che avrei voluto fare, qui, in questa città che ci viene offerta come un premio e che ci chiede di amarla e morire per lei. 

Non mi intristisce neanche più l’idea di essere nati in una scatola di fiammiferi che si apre e chiude su due lati.  

Non perdo più la ragione se penso che morire a Gaza è il nostro destino ineluttabile, non provo più tristezza di fronte alla distruzione e la morte, né rabbia per  una giustizia terrena che non esiste e una divina che tarda ad arrivare. 

Ciò che mi fa arrabbiare, mi ferisce e mi fa impazzire adesso è che hanno scelto un’arma più potente di tutti i razzi e gli esplosivi con cui ci bombardano da una vita. Hanno scelto di farci morire di fame, come strumento di guerra?

 Il nord è affamato, il sud è affamato. 

 Il nord è deprivato e il sud impazzisce. 

Dopo che tutti i suoi piani di deportarci sono falliti, l’occupazione ha deciso di mettere in atto un altro gioco per distruggere la nostra psiche, per cacciarci dalla nostra terra, farci morire di fame, non è così? 

Il piano e’ rendere Gaza completamente inabitabile? 

Quale cospirazione e’ questa, che ha rovinato la nostra vita e ha messo fine a tante altre? 

Che razza di follia è questa che costringe me e la mia famiglia a racimolare la somma necessaria per oltrepassare un muro di cemento, un deserto, che è poi la stessa somma con la quale arriveresti al Polo nord? 

Che cosa si sta negoziando davvero? 

Per quanto tempo ancora il mondo ci abbandonera’? Che razza di mondo è questo in cui non esiste alcuna forza che possa frenare Israele? 

Per quanto tempo la morte continuerà a ridere di noi? Uno scenario dopo l’altro 

Uno scenario e molte domande, nessuna risposta qui. 

Estratto da un testo pubblicato in “Storie di Gaza”. 

 La guerra ci ha reso consapevoli di tante cose, di cosa significhi casa, quiete mattutina, acqua pulita e cibo, oggetti da collezione, regali abbandonati, fare la doccia,  sedersi con gli amici sul balcone.  

La mente ripercorre gli angoli di casa mia, immaginando ogni centimetro: il corridoio accanto alla porta, il tavolo decorato con pezzi d’antiquariato turchi e palestinesi, la mia camera con la luce gialla, l’armadio pieno di vestiti caldi, e la canna di bambù in cucina. I ricordi tornano proprio mentre cerco di raccogliere abbastanza acqua per sopravvivere alla giornata… io e mia madre litigavamo ogni settimana, quando facevo la doccia al bamboo e le dicevo questo e’ cio’ che piace al bamboo!

Come sta la mia pianta ora, dopo quasi tre mesi? 

 Mi domando: l’acqua sarà arrivata a metà oppure si sarà completamente asciugata? Penso che sia io che il bambù abbiamo sete adesso. 

C’è una guerra violenta fuori, 

e dentro ne imperversano altre ancora più feroci: odio, razzismo, gente che crede che qualcuno meriti del cibo e altri no, uscire di casa, dover vivere e trattare con persone che si sentono superiori agli altri. Non credo sia stata una decisione saggia quella di uscire di casa. E se potessi tornare indietro di ottanta giorni, rimarrei fra le calde mura di casa mia. 

Questo vorrei, anche se quel tetto caldo dovesse sgretolarsi sopra di me 

Questo vorrei, anche se tutta la Palestina fosse esplosa

Vorrei non aver mai vissuto un minuto oltre la valle 

Adesso siamo tutti soli,  

Anche le foto di casa e della nostra vita dignitosa

Soprattutto, come ha detto Mourid: 

“Chi è venuto a mancare non rivivrà e ciò che è perduto non tornerà”. 

Da Gaza passages https://www.gazapassages.com/asil-yaghi/italiano

PalestinaCeL

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