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Gaza: la tua vita è la mia vita

Di Rania Hammad This week in Palestine dicembre 2023

Lui è di Gaza.

Non ci conoscevamo, ma ci scambiavamo messaggi come se ci conoscessimo; come se ci conoscessimo da tutta la vita, connessi e legati fin dalla nascita. In effetti, proveniamo dalla stessa nazione di persone, radicati nella stessa terra, condividiamo gli stessi sogni – e gli stessi incubi.

Un amico comune e la necessità di portare le storie fuori da Gaza, nel mondo, ci hanno messo in contatto. Abbiamo condiviso i suoi diari di guerra finché non abbiamo capito che i giornalisti venivano presi di mira e assassinati deliberatamente; quindi, abbiamo deciso di ascoltarci semplicemente a vicenda, di non esporre mai lui o i suoi cari. Immediatamente, ho notato che era un narratore dotato, capace di trasmettere i suoi sentimenti e pensieri in modi che hanno scosso me e altri nel profondo. È venuto a rappresentare l’anima del popolo di Gaza.

Per entrambi, Gaza evoca il trauma collettivo che condividiamo, i ricordi trasmessi dai nostri nonni e genitori. Gaza è diventata il simbolo della minaccia alla nostra sopravvivenza come popolo. Racchiude la resilienza dei palestinesi nel rimanere nella loro terra e sfidare l’intento di espropriarci, rimuoverci o eliminarci come popolo. Entrambi abbiamo riconosciuto la nostra determinazione a non ripetere la Nakba . Questa fu la sua promessa a me quando – lontana dalla patria – tutto ciò che potevo fare era sperare che lui e tutti gli altri sopravvivessero e rimanessero.

La prima volta che ho sentito la sua voce, era ancora forte. Ma parlava velocemente e il suo tono era teso e inquietante. Potevo percepire la paura nel suo messaggio vocale su ciò che stava accadendo. Le sue storie sono state allarmanti fin dall’inizio e restavo intontita per molto tempo dopo aver ascoltato le sue parole, terrorizzata. Sapevamo entrambi cosa stava arrivando e sapevamo di cosa era capace Israele perché lo abbiamo vissuto molte volte in passato.

Per gentile concessione di Defense for Children (@DCIPalestine) su X.

Il [suo] messaggio mi ha lasciato tormentata dal peso della responsabilità che tutti noi abbiamo in mezzo alla nostra impotenza, alla nostra incapacità di controllare e impedire che vengano commessi i crimini più spaventosi.

Man mano che le atrocità diventavano sempre più gravi e spaventose, e l’intento del genocidio sempre più evidente, sia lui che io abbiamo cominciato a cambiare molto, eravamo molto angosciati. Lui era come svuotato, battuto, addolorato e pessimista, e io cominciai a sentirmi disperata e depressa.

Mi ha mandato messaggi vocali mentre le bombe esplodevano in sottofondo, con un suono assordante, e i bambini che urlavano. Io sobbalzavo, sudavo, mentre potevo immaginare ciò che descriveva e immaginare i missili che tagliavano il cielo azzurro, l’aria frizzante. Potevo vedere i lampi di luce delle esplosioni che hanno raso al suolo interi edifici con famiglie all’interno, corpi sparsi a terra. Potevo sentire l’odore del fosforo bianco, sentivo i miei occhi bruciare e soffocavo per la polvere che inghiottiva tutto e tutti.

Svegliandomi presto ogni mattina dopo una lunga notte passata a rigirarmi, lontana dalla Palestina eppure pietrificata e in ansia, prendevo il cellulare per vedere se avevo ricevuto un suo messaggio. Desideravo un segno di vita, ma avevo allo stesso tempo paura di sapere cosa era successo nella notte: a lui, a noi, alla nostra nazione.

Ogni volta che la comunicazione veniva interrotta, ci sentivamo entrambi completamente disconnessi dalla vita. Questi tagli erano ancora un altro modo per abbattere il nostro spirito. Non volevo pensare nemmeno per un istante che gli fosse successo qualcosa: avevo bisogno che vivesse per sentirmi viva anch’io. Con l’avanzare del genocidio, lui è arrivato a rappresentare la sopravvivenza del nostro popolo.

Il suo primo messaggio del 13 ottobre diceva: ” Marhaba habibti (una buona giornata a te, cara)”, prima di presentarsi. Mi è arrivato pochi giorni dopo il giorno che avrebbe cambiato le nostre vite per sempre. Ha spiegato: “La situazione a Gaza è terribile, soprattutto dopo la dichiarazione minacciosa rilasciata da Avichay Adraee, portavoce della divisione media araba dell’IDF, quando ha detto agli abitanti di Gaza di evacuare nel sud della Striscia. Questo ordine è arrivato dopo che quei palestinesi che vivevano vicino ai confini di Gaza erano fuggiti nel centro di Gaza City, di solito il suo posto più sicuro, perché i bombardamenti israeliani spazzavano via l’intera area di Al-Rimal. È in atto un esodo di massa nazionale. I palestinesi sono bloccati nelle strade. Alcuni portano bambini, altri solo una bottiglia d’acqua vuota, altri i loro anziani. Il numero di coloro che fuggono verso sud è esorbitante e si dirigono verso un’area già sovrappopolata che non può contenere tutti”.

Ha continuato descrivendo ciò che stava accadendo: “La situazione è straziante. Aggiungete a ciò che Israele ha ucciso personale medico e giornalisti… Abbiamo una connessione Internet molto limitata, niente energia elettrica, quasi nessuna elettricità. Stanno bombardando i generatori di elettricità e le unità che forniscono Internet. Quindi non riusciamo a raggiungerci e i giornalisti perdono la connessione. La situazione è terribile. Israele sta sterminando intere famiglie, tutti civili. Stanno bombardando le unità abitative senza allertare i residenti. Stanno commettendo un genocidio a Gaza, una pulizia etnica proprio come nella Nakba del 1948 ”. E si è chiesto: “Dov’è l’Occidente, dove sono i diritti umani, il diritto internazionale, l’ONU? Questi sono crimini di guerra! Devono fermarsi il prima possibile; la situazione è molto pericolosa”.

Fin dall’inizio ha ripetuto più volte che i bombardamenti erano incessanti e che nessun posto era sicuro. Noi palestinesi riteniamo che questo sia un genocidio: mira ad annientare noi, il nostro popolo.

Ha avuto difficoltà a connettersi, dicendomi che non era sicuro se sarebbe stato ancora vivo quando avrei ricevuto i suoi messaggi.

Ad un certo punto, la sua voce era sommessa. È stato straziante e la mia voce ha iniziato a tremare. Capì che stavo piangendo, ma mi implorava di rimanere forte. Quindi mi sono ripresa. Ma poi ho sentito diverse donne gridare in sottofondo, come se avessero ricevuto una brutta notizia o fosse successo qualcosa. Non poteva più parlare, la sua voce si è incrinata e ha messo fine alla nostra conversazione.

Israele ha il diritto di difendersi… presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia. Progettato da Gianluca Foglia Fogliazza.

Il suo messaggio successivo – di cui gli sono stata immensamente grata – iniziava con “ Habibti , sto bene. Sono ancora vivo.” Un altro giorno ha scritto: “Sono fiero di voi, fiero di voi tutti e di quello che state facendo, andando alle manifestazioni, partecipando a conferenze, scrivendo articoli e condividendo la verità. Potete cambiare il mondo, far loro vedere cosa stanno passando i palestinesi, far loro sapere che stanno accadendo massacri!” Ma lungi dal farmi sentire orgogliosa, questo messaggio mi ha lasciato incredibilmente frustrata, tormentata dal peso della responsabilità che tutti noi abbiamo nella nostra impotenza, nella nostra incapacità di controllare e impedire che vengano commessi i crimini più spaventosi.

Durante un’altra registrazione, una potente esplosione ha mozzato sia il suo che il mio respiro, lasciandoci in silenzio, storditi, turbati. Mentre continuava a parlare, ho sentito come se stessi ascoltando il suono della morte. Il momento di terrore condiviso che abbiamo vissuto entrambi, separati ma connessi, ha disgregato un senso di speranza e resilienza e ci ha gettato entrambi in uno stato di panico. Dopo questa pausa, ha detto: “Questi sono i suoni che sentiamo tutto il giorno, e sono ancora più pesanti e spaventosi di notte”. Ha concluso il suo messaggio dicendomi: “Se Dio vuole, se rimango in vita, voglio davvero incontrarti”.

Dopo che l’ospedale Al-Ahli è stato bombardato il 17 ottobre, siamo cambiati entrambi, e siamo cambiati per sempre. “Come possono i leader mondiali essere così ciechi? come possono non vedere i massacri?” chiedeva. “Ancora, dopo questo attacco mortale a un ospedale, credono a storie di razzi falliti e ad altre manipolazioni delle informazioni. Nessuno prende posizione. Abbiamo solo noi stessi, ci amiamo l’un l’altro, ma a nessun altro importa di noi. Non ai leader mondiali, a nessuno. Ci siamo l’uno per l’altro e basta”. Ha espresso quello che provo anch’io, quello che prova ognuno di noi.

“Abbiamo poca acqua e abbiamo cominciato a razionarla; diamo la poca acqua che abbiamo ai nostri preziosi piccoli. Non abbiamo tempo per pensare al nostro futuro, pensiamo solo alla sopravvivenza. Ciò di cui parliamo adesso è dove andremo se distruggeranno il nostro intero quartiere. Chi porterà i bambini? Stiamo diventando isterici, non riusciamo nemmeno a immaginare la vita dopo la guerra”.

Eravamo sconvolti quando Israele ha bombardato la chiesa di San Porfirio. “Perché dovevano bombardare una chiesa?” ha chiesto. “La più antica chiesa di Gaza, una chiesa greco-ortodossa, è sempre servita da rifugio per gli sfollati. È stato un santuario per cristiani e musulmani durante le periodiche guerre di Israele contro Gaza. Dopo questo, cos’altro? Dopo aver bombardato moschee, scuole, ospedali e una chiesa, cos’altro?!”

Quella notte, il 23 ottobre, è sembrata surreale a entrambi: oltre 400 abitanti di Gaza sono stati uccisi in quelli che Israele annunciò fossero 360 attacchi aerei. È stato un incubo? La popolazione civile era mai stata trattata in questo modo? Mi ha detto: “Il peso del dolore è troppo, siamo stanchi. Anche se questa battaglia finisse adesso, siamo già morti. La distruzione va oltre ogni immaginazione. Niente più ci sconvolge; hanno superato ogni limite possibile”.

Mentre cercavo di rispondere al suo messaggio, non ho potuto trattenere le lacrime. Così ho scritto parole vuote, parole sia di disperazione che di speranza. Lui, invece, mi ha dato forza. Gaza ci stava dando una lezione anche nei momenti più bui.

Il messaggio successivo mi ha aiutata a prendere di nuovo fiato. Era l’ossigeno di cui avevo bisogno per funzionare. “Ti farò ridere; non riusciamo a fare il pane, hanno bombardato tutti i panifici e non riusciamo a trovare la farina. E sai che bisogno disperato hanno gli arabi di mangiare il pane”. Assurdamente, questo messaggio mi ha fatto davvero ridere. Su una nota più pesante, ha continuato: “Molte persone a Gaza lavorano a giornata e il loro reddito dipende dal lavoro quotidiano. Quindi, senza lavoro e senza soldi, davvero non capisco come faranno a sopravvivere?!”

Tra i messaggi più sconvolgenti c’è stato quello in cui ha detto: “Il silenzio [dei leader mondiali] è assordante. Non capiscono che noi, il popolo, non siamo rappresentati da nessuno, e che la vita era miserabile anche prima, quando vivevamo sotto assedio? Era soffocante, eravamo morti viventi. Se moriamo ora, forse staremmo meglio”.

Arrivati al mese di novembre, sembrava che i mesi fossero passati, come se la barbarie, l’assurdità di tutto ciò non finisse mai. Nel suo messaggio sentivo il tuono e il rombo delle esplosioni, il ronzio degli aerei, e la sua tosse che sembrava peggiorare. “Sono stato male, mi faceva male il petto, credo un effetto dei fumi. Vorrei poter piangere per tutto il dolore che ho nel petto.” Le sue parole mi perseguitavano. Ha pronunciato parole che non avrei mai voluto sentire: “La paura è diffusa, le persone si spaventano semplicemente guardandosi negli occhi: c’è terrore nei loro occhi”.

Da quel giorno, ha inviato solo emoji con il cuore spezzato, giorno dopo giorno. Dal 15 novembre blackout

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi

PalestinaCeL

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