Il popolo palestinese, rifugiato nella propria terra e senza diritti, riprende il cammino, per un esodo impossibile. Come potranno mai ritornare se a Gaza ci sarà terra bruciata per vendetta?
Tommaso Di Francesco Il Manifesto Global Edition 18 ottobre

Mentre scriviamo, la Nakba del 1948 si sta ripetendo per i palestinesi. Quegli eventi furono raccontati in un grande romanzo dello scrittore israeliano S. Yzhar nel 1949, dove il narratore, un ebreo che stava prendendo parte all’espulsione degli arabi, alla fine si ribella dopo aver realizzato:
“…A quel punto abbiamo visto passare una donna in un gruppo di altre tre o quattro persone. Teneva per mano un bambino, forse di 7 anni. C’era qualcosa di speciale in lei. Sembrava risoluta, cieca nel dolore ma controllata. Le lacrime le scorrevano lungo le guance, quasi come se non fossero le sue. Il bambino gemette con le labbra serrate, come per dire: “Che cosa ci hai fatto?” All’improvviso mi sembrò che solo lei sapesse cosa stava succedendo lì, tanto che mi vergognai della sua presenza e abbassai gli occhi. Era come se dai suoi passi e da quelli di suo figlio si levasse un grido, una sorta di maledizione piena di odio. Abbiamo anche notato quanto fosse orgogliosa di non prestarci la minima attenzione.
“Abbiamo capito che era una madre-leonessa, e abbiamo visto che lo sforzo di trattenersi e di comportarsi eroicamente induriva i suoi lineamenti del viso, e che, ora che il suo mondo se n’era andato, non voleva crollare davanti a noi. Elevati dal dolore e dalla tristezza per la nostra natura malvagia, i due se ne andarono, e vedemmo come accadeva qualcosa nel cuore del bambino, quello stesso piccolo che piangeva sconsolato: una volta cresciuto, non poteva diventare altro che un vipera. Tutto mi è diventato chiaro, come in un lampo. All’improvviso tutto sembrava diverso, i confini più tracciati: ‘Esilio, ecco, questo è l’esilio. Ecco come succede.’”
Si conclude così un breve ma grande romanzo pubblicato nel 1949 in Israele, praticamente il primo della letteratura israeliana, scritto da S. Yizhar (Yizhar Smilansky), giustamente considerato il padre fondatore della letteratura israeliana, che suscitò un grande dibattito negli ambienti nuovo stato di Israele.
Il romanzo (tradotto in Italia per Einaudi con il titolo La Rabbia del Vento ), era originariamente intitolato Khirbet Khizeh , il nome di un immaginario villaggio palestinese divenuto israeliano attraverso la violenza. È tutta una controfigura della Nakba, la “Catastrofe” di 700.000 palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948, ma vissuta attraverso gli occhi di un narratore dalla parte delle brigate ebraiche – Golani, Irgun, Haganah – che radunarono gli arabi , rasero al suolo le loro case con la dinamite, li uccisero indiscriminatamente e si impegnarono nella pulizia etnica per scacciare i palestinesi.
Straordinario nella sua forma letteraria – una confessione dialogica – appartiene alla grande tradizione dei romanzi “draftee”, che esprimono un’oggettiva opposizione all’irrazionalità della guerra descrivendo il punto di vista degli uomini che diventano soldati. Il nudo e il morto di Norman Mailer è un famoso esempio, così come Cannon-Fodder di Celine , ma potremmo elencarne molti altri, che hanno ispirato anche molti film famosi (da Platoon a La sottile linea rossa ).
In questo particolare romanzo, però, l’autore si distingue sia per arte che per coraggio: va controcorrente al punto da fare suo il dolore del “nemico”. Culmina in quella amara e terribile consapevolezza del narratore, i cui commilitoni gli avevano appena ricordato che molte nuove città israeliane sarebbero state costruite in quei luoghi.
Ammutolito dagli occhi minacciosi di un bambino, che possono diventare tali solo se assorbe il male che lo circonda, il protagonista si scontra con gli altri del plotone e monologa tra sé: “Le mie viscere urlavano. Colonialisti, urlavano. Bugiardi. Khirbet Khiza non è nostra. Una mitragliatrice Spandau non può mai conferire alcun diritto. Oh, oh, urlavano le mie viscere. Quello che non ci hanno detto dei profughi. Tutto, tutto per i rifugiati, per il loro benessere e protezione… Naturalmente, i nostri rifugiati. Ma che dire di coloro che abbiamo condannato a esserlo… Duemila anni di esilio. Perché no. Stavano uccidendo gli ebrei. Europa. Adesso eravamo noi i padroni”. Poi, ad alta voce, anche se con voce tremante, grida ai membri del plotone che ridono dei profughi palestinesi: “Non abbiamo il diritto di mandarli via da qui!”
Settantacinque anni dopo, quella storia si ripete ai nostri giorni, con l’ultimatum del governo e dell’esercito israeliano a un milione di persone, mandandole via più in profondità dentro e oltre la Striscia di Gaza – verso dove? Il popolo palestinese, il popolo dei campi profughi, profughi nella propria terra e senza diritti, riprende il cammino, per un esodo impossibile e senza ritorno. Come potranno mai ritornare se a Gaza ci sarà terra bruciata per vendetta?
Adesso gli occhi dei bambini ci guardano. Coloro che riescono a sopravvivere alle atrocità in corso, non importa da quale parte. Dopo il massacro di Hamas, che, non contento delle efferatezze mostrate, ha ritenuto opportuno filmare l’orrore dei corpi di bambini straziati per riproporcelo in un mattatoio mediatico; e dopo le vite spezzate di 614 bambini palestinesi uccisi finora dagli spari e dai raid aerei israeliani, secondo fonti delle Nazioni Unite. Su queste preferiamo tacere, perché continuiamo a pensare che uccidere con tecnologie avanzate, con armi sofisticate e letali, dall’alto dei cieli sia in qualche modo (per ragioni che nessuno riesce a spiegare) più legittimo e asettico, meno criminale.
Una cosa è certa: siamo senza futuro. A questo punto, se non si fermerà la guerra in corso, non possiamo più illuderci che i bambini salveranno questo mondo.
traduzione a cura di Alessandra Mecozzi

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