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Parlano i residenti del campo profughi di Shu’fat, vicino a Gerusalemme, ma al di là del muro. Abbandonati da Israele

di Yuval Abraham 12 aprile 2020

Senza test, forniture mediche o zone di isolamento, i residenti del Campo Profughi di Shufat si mobilitano per assicurarsi di la protezione in caso di esplosione del contagio

In questi giorni di pandemia del coronavirus, la grande maggioranza degli abitanti di questi territori è preoccupata per le proprie condizioni di salute e per la propria situazione economica e psicologica. Preoccupazioni che toccano anche i residenti del Campo Profughi di Shufat, situato entro il territorio municipale di Gerusalemme, ma al di là del muro di separazione.

Adnan, un giovane esperto di hi-tech, dice che il suo corpo si sta consumando dopo settimane che non abbraccia nessuno. Aysar, chef in un ristorante locale, non riesce più a dormire da quando il suo luogo di lavoro ha dovuto chiudere. Ilham, figlia di una famiglia di rifugiati provenienti da Jaffa, è preoccupata per la sua vecchia madre che passa le sue giornate sola a casa nel suo appartamento.

Ma i residenti del campo soffrono di un problema in più, unico e crudele: Israele li ha completamente abbandonati là, al di là del muro.

“Il muro di separazione ci ha separati da Gerusalemme e ha separato Gerusalemme da noi ,” dice Kamel Ja’abri, che dà una mano nell’organizzazione di un campo giovani e lavora come volontario con Kulna Jerusalem, una ONG locale che stabilisce contatti tra Ebrei e Palestinesi in città. “Oggi, all’ombra del coronavirus, questa perdita di collegamenti è pericolosa.”

Il problema centrale, dice Ja’abri, è che le autorità non hanno né approntato un presidio di analisi nel campo né una zona di isolamento per quelli che sono stati infettati. Questo tipo di infrastruttura è fondamentale vista l’enorme densità di popolazione di Shufat, che rende difficile un distanziamento sociale efficace soprattutto se si pensa che Israele metta sotto lockdown il campo – chiudendo il checkpoint all’entrata di Shuafat- in caso di esplosione del contagio.

“Se pensiamo a una esplosione del contagio (a Shufat) le autorità non interverranno come hanno fatto a Bnei Brak, ma chiuderanno immediatamente il check point.” Dice Ja’abri. “Sarà un disastro. Il governo ha già considerato questo intervento due settimane fa, nonostante non ci fosse neppure un caso di contagio qui. Che cosa succederà quando avremo in realtà dei casi? Non se ne occupano. Nessuno sarà portato nei centri di isolamento”.

Il muro di separazione è stato costruito circa 15 anni fa, e da allora i residenti del campo non hanno mai ricevuto i servizi di base essenziali dalla municipalità che è responsabile dell’area. Magen David Adom, il servizio medico di emergenza di Israele, non entra nel Campo Profughi di Shufat e, per poter fare i test del coronavirus, i residenti devono attraversare il checkpoint e raggiungere il vicino ospedale.

Il sindaco di Gerusalemme Moshe Leon, ha criticato il tentativo del governo israeliano di chiudere il checkpoint di Shufat, tuttavia molti residenti del campo temono che possa ancora accadere.

“Il muro è stato costruito come parte di una politica demografica finalizzata a espellerci dalla città,” dice Ja’abri. “Per me e per tutti quelli che vivono qui, è chiaro che Israele non ci vuole. Questo è il motivo per cui è importante chiedere che costruiscano un centro di analisi medica e una zona di isolamento all’interno del campo. In questo modo, se siamo trattenuti all’interno, avremo la struttura necessaria per affrontare la crisi”.

Orfani di fronte alla pandemia

Il portavoce del Ministero della Salute di Israele dice che non c’è nessun piano per istituire dei centri di isolamento o di analisi dall’altra parte del muro.

“Il nostro approccio iniziale è che istituire dei centri a Gerusalemme Est è sufficiente per servire anche questa gente. Devono attraversare il checkpoint e fare il test”, ha dichiarato un portavoce. “Se, che dio non voglia, il checkpoint fosse chiuso, allora si porrà il problema e lo affronteremo”. Ha poi aggiunto che non aveva dati sul numero di pazienti COVID-19 nel campo, e che “il ministero non fa identificazioni in base alla nazionalità.” In altre parole, il ministero non pubblica i dati del contagio per quartiere, ma solo per città.

“Questa è una situazione pericolosa,” avverte Abir Joubran Dakwar, un legale, membro dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele. “ Se il governo decide di chiudere il checkpoint, non saremo in grado di capire se si tratta di motivi sanitari o politici”. Secondo Fard Zaghir, medico di una clinica di Shufat, non ci sono casi di COVID-19 nel campo, per quanto se ne sappia.

“E’ una bomba a orologeria”, dice Zaghir, “ basta che una persona si ammali che il contagio si diffonderà in fretta. La mia clinica non ha alcool, guanti, test per i lavoratori o mascherine protettive. Lo staff non ha ancora ricevuto una formazione per affrontare il coronavirus. I medici del campo non hanno gli strumenti per affrontare la pandemia. E’ un’ emergenza. Ho contattato il Ministero della Sanità, ma ancora non ho ricevuto risposta e non ci è arrivato nulla”

(Aggiornamento: il giorno 14 aprile, c’è stato il primo caso di coronavirus al Campo Profughi di Shufat)

Mentre Israele non fornisce la maggior parte dei servizi necessari nelle zone abitate da palestinesi, continua a impedire che lo faccia l’Autorità Palestinese. La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato Fadi al-Hadami, il ministro della Autorità Palestinese per Gerusalemme e Adnan Ghaith Governatore di Gerusalemme per la Autorità Palestinese con l’accusa di tentare di coordinare aiuti a Gerusalemme Est per il coronavirus, violando così la sovranità israeliana.”Da una parte non ci dànno diritti e dall’altra mettono in prigione chiunque cerchi di aiutare a colmare il vuoto lasciato da Israele”. Dice Ja’abri . “ Ora, nel momento in cui esploderà la pandemia fuori, questa politica può produrre una catastrofe.”

Muatasim, un residente di Kuf Aqab, un altro quartiere di Gerusalemme oltre il muro, dice di aver visto rappresentanti dell’Autorità Palestinese camminare nelle strade invitando le persone a rimanere a casa. “Hanno anche fatto disinfezioni nel quartiere e molte altre cose che Israele non ha fatto”, aggiunge. “Il loro attivismo è cresciuto man mano che cresceva il contagio. In passato non li avevo quasi mai visti da queste parti”.

L’Autorità Palestinese recentemente ha lanciato una raccolta fondi per le famiglie bisognose di Gerusalemme. La raccolta aveva anche un sito web in cui i residenti potevano o chiedere anonimamente aiuto o offrirne. Secondo i residenti del Campo Profughi di Shufat, molte famiglie sia del campo che di Kufr Aqab, hanno chiesto aiuto, ma Israele ha ripetutamente boicottato il successo della iniziativa. “Per questo motivo hanno arrestato il governatore di Gerusaleme”, dice Ja’abri.

Stretti tra l’incuria del governo e il boicottaggio delle iniziative dell’Autorità Palestinese, i residenti del campo sono rimasti orfani di fronte ad una pericolosa pandemia. La città non ha fatto molto di più che registrare quelli che non ubbidiscono alle direttive del lockdown del governo Israeliano, e, in risposta ad una richiesta della ONG Israeliana Ir Amim, ha disinfettato alcune strade di Kufr Aqab.

Di fronte a questa incuria, si sono attivate alcune organizzazioni indipendenti nel campo. “Distribuisco volantini con le istruzioni del Ministero della Salute in strada” dice Ja’abri “ la nostra attività è dedicata ad insegnare ai bambini le informazioni sul virus, perché sono i più affezionati ai loro nonni.”

Bambini nel campo di Shufat con un volantino su corona virus (Kamel Jaabril)

Pericolosi e ostili nell’intimo”

Nelle ultime settimane, alcune organizzazioni e leader del campo, hanno istituito un centro di emergenza, che ha finanziato un proprio centro di isolamento e e fornito equipaggiamento protettivo, e ha promosso alcune iniziative per disinfettare gli spazi pubblici e diffondere informazione sul COVID-19 ai residenti. “Eravamo tutti uniti nella lotta contro il coronavirus”, dice Aysar, un residente del campo.

Circa un terzo della popolazione palestinese di Gerusalemme vive in condizioni di ristrettezza e di estrema povertà dall’altra parte del muro. Munir Zughir, capo del comitato di residenti Kufr Aqab, si chiede come sia possibile che tanta parte della popolazione israeliana sia indifferente a quanto sta succedendo a Gerusalemme Est. Secondo lui, sia il pubblico che i rappresentanti del governo israeliano percepiscono la popolazione del quartiere come pericolosa e ostile “nell’intimo”, cosa che fornisce una ulteriore “giustificazione” all’indifferenza.

“Ti farò un esempio”, dice Zughir, “Da un mese ormai, la gente è rimasta priva di denaro e la situazione si è fatta difficile. Questo vale per molti posti, ma questa è una delle popolazioni più povere della città anche senza il coronavirus.

“ Non è che non ci sia da mangiare. Ci sono tantissime donazioni di cibo”, continua. “Il problema principale sono il gas e l’elettricità. Alcuni non hanno soldi per pagare le bollette e se ne stanno seduti al buio. Ho chiesto al Ministro del Lavoro degli Affari Sociali e dei Servizi Sociali di mandare dei voucher a 63 famiglie in condizioni di necessità. Cinque giorni fa mi hanno parlato e si sono detti d’accordo per mandare un loro addetto nel quartiere a fare un giro per le case e compilare una lista dei più bisognosi. Ma poi non è venuto nessuno perché, mi ha detto, è pericoloso e c’è gente che spara. Ma non è vero.”

“Quando la Polizia di Confine armata entra nel campo, è ovvio che si crei tensione e gli adolescenti cominciano a tirare pietre. Ma per altri funzionari statali non ci sono problemi”. Dice Ja’bri

“Al pubblico israeliano viene raccontata la storia di una popolazione ostile e non collaborativa”, aggiunge,”E sì, c’è antipatia verso Israele che viene da anni di oppressione e di conflitto- questo ha ragioni politiche. Ma, fintanto che Israele controlla l’area, allora è responsabile e deve trovare un modo per essere presente qui, specialmente in tempo di crisi.”

“ Secondo me, il modo giusto per affrontare la crisi è con una cooperazione più stretta tra la leadership locale a cui si affidano i residenti, e le autorità israeliane.” Continua Ja’abri. “Stiamo tendendo la mano. E’ una questione di vita o di morte e siamo ovviamente ignorati, l’indifferenza continua e tutto quel che sentiamo sono slogan sulla nostra mancanza di cooperazione”.

Traduzione Gabriella Rossetti da https://www.972mag.com/jerusalem-palestinians-refugees-coronavirus/

Yuval Abraham è uno studente di fotografia e linguistica

PalestinaCeL

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