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Tra l’incudine dell’ occupazione e il martello del corona virus

April 19, 2020  •  G.N. Nithya The Bullet pubblicazione online della sinistra socialista in Canada e nel mondo

IL CORONAVIRUS E LE CONDIZIONI DEI LAVORATORI PALESTINESI

“Il colonialismo non è una macchina per pensare, neppure un corpo dotato di facoltà di ragione. E’ violenza al suo stato naturale…” Franz Fanon, I Dannati della Terra, (1963).

Il mese scorso, soldati israeliani hanno scaricato un lavoratore palestinese al checkpoint al confine con la West Bank febbricitante e a mala pena in grado di respirare. Secondo il Middle East Eye, l’uomo “ aveva presentato sintomi di coronavirus nei quattro giorni precedenti e da poco si era sottoposto a un test. Ma, prima che l’uomo, pare un residente di Nablus, fosse in grado di ritirare i risultati del test, il suo datore di lavoro israeliano pare abbia chiamato le autorità che lo hanno prelevato e abbandonato dall’altra parte del checkpoint di Beit Sira tra Israele e la West Bank occupata”. “E’ come se fossimo degli schiavi per loro,” dice un palestinese locale, “ci usano quando hanno bisogno di noi e quando hanno finito ci gettano nell’immondizia”. Dall’inizio della crisi i soldati israeliani hanno ostacolato attivamente la risposta all’emergenza per i Palestinesi chiudendo molte cliniche e continuando la loro attività di demolizione arbitraria delle case.

Gli elogi alla risposta militarizzata israeliana da “pronti alla battaglia”alla pandemia del coronavirus, hanno ignorato il modo in cui si è militarizzata anche la grande offensiva contro i palestinesi. Mentre Gaza è stata strozzata dai 13 anni di blocco e dalle ripetute invasioni militari, che rendono i suoi due milioni di abitanti vulnerabili di fronte alla pandemia, nella West Bank i palestinesi lottano contro l’occupazione brutale che cerca di negare loro i mezzi elementari necessari per la sopravvivenza e la cura. Al 9 aprile 2020 si erano registrati 250 casi di coronavirus nella West Bank. Tuttavia, questi numeri sono destinati a salire a causa dei molti palestinesi che torneranno a casa da Israele dopo Passover per il Ramadan. Mentre in Italia e in Inghilterra la gente si affaccia ai balconi ad applaudire i lavoratori dei “servizi essenziali”, i palestinesi che lavorano nelle “industrie essenziali” di Israele si trovano schiacciati “tra l’incudine dell’occupazione e il martello del coronavirus.”

Le organizzazioni palestinesi della società civile chiedono un intervento internazionale immediato. Nonostante la crisi del COVID può essere un momento eccezionale nella recente storia mondiale, le condizioni a cui sono soggetti i palestinesi ricordano che la Nakba – l’ espulsione, l’espropriazione e la disumanizzazione dei palestinesi nel 1948- non è un fatto del passato, ma è ancora in atto. I lavoratori palestinesi portano il marchio di questa violenza. E’ fondamentale che la sinistra internazionale riconosca la situazione eccezionale della pandemia che colpisce i palestinesi e che si compia un’azione politica immediata e si agisca per fornire aiuto nell’emergenza medica e imporre la fine dell’occupazione israeliana.

L’OCCUPAZIONE E LA PANDEMIA

A molti palestinesi è impedito l’accesso ai servizi medici di base a causa dei checkpoints e della confisca delle terre da parte di Israele. Le comunità palestinesi nell’area C, che comprende circa il 60% della West Bank , sono particolarmente a rischio.

Nell’area del Naqab (Negev) per esempio, più di 80.000 palestinesi non hanno accesso a cure sanitarie di emergenza. I casi di coronavirus si stanno propagando rapidamente a Gerusalemme Est dove i palestinesi sono soggetti ai discriminatori criteri israeliani sulla “residenza” e i servizi pubblici sono sotto finanziati. Gli ospedali palestinesi a Gerusalemme Est hanno 22 ventilatori per quasi 350.000 persone. Molti palestinesi poveri e di classe lavoratrice nella West Bank hanno difficoltà sempre maggiori di accesso ai servizi sanitari per le trattenute delle entrate dovute da Israele alla Autorità Palestinese, per i tagli ai finanziamenti decisi da Trump nonché per le ingiunzioni di austerità imposte alla PA (Autorità Palestinese) dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Nella West Bank per una popolazione di tre milioni di persone, ci sono solo 256 ventilatori per adulti dei quali 90 sono già in uso. Una diffusione del virus avrebbe conseguenze catastrofiche per i palestinesi.

Tuttavia, gli sforzi dei palestinesi per sviluppare sistemi di aiuto comunitario sono sistematicamente sabotati dall’ occupazione israeliana. In marzo, palestinesi impegnati a disinfettare gli spazi pubblici e distribuire pacchi di aiuti nella città vecchia di Gerusalemme sono stati arrestati. All’inizio di aprile, l’esercito israeliano ha arrestato il ministro degli Affari di Gerusalemme della Autorità Palestinese Fadi Hidmi mentre cercava di portare aiuto a palestinesi affetti da COVID a Gerusalemme. Il 15 di aprile, nonostante i quaranta casi confermati di COVID nel quartiere di Silwan a Gerusalemme est, l’esercito israeliano ha compiuto una incursione nella clinica delle analisi di coronavirus nella moschea locale e ha arrestato gli organizzatori. I residenti palestinesi di Silwan sono stati ripetutamente oggetto di espulsioni e di sfratti come i palestinesi in tutta l’area C. Nella frazione di Khirbet Ibziq nella valle del Giordano, allo stesso modo l’esercito israeliano sta sabotando i tentativi di portare soccorso ai contagiati di coronavirus confiscando le attrezzature per la costruzione di una clinica da campo e di abitazioni di emergenza per gli abitanti vittime della demolizione delle case. Anche quando le Nazioni Unite hanno fatto appello per un cessate il fuoco in tutte le zone di conflitto e le popolazioni in tutto il mondo sono state invitate a stare a casa, Israele getta i palestinesi fuori dalle loro case.

da The Bullet pubblicazione online della sinistra socialista in Canada e nel mondo

Quotidianamente, i palestinesi affrontano una segregazione istituzionalizzata a causa del controllo israeliano della loro acqua, la cui disponibilità è una necessità fondamentale in tempi di coronavirus. L’appropriazione e lo sfruttamento da parte israeliana delle risorse acquifere nelle zone costiere e montane e nella valle del Giordano è stata una delle maggiori armi di guerra. Dopo l’occupazione della West Bank, di Gaza e di Gerusalemme Est nel 1967, le autorità israeliane hanno emesso ordinanze militari per consolidare il loro controllo sui bacini acquiferi sotterranei e sulle infrastrutture relative all’acqua, un controllo che hanno mantenuto negli accordi di Oslo del 1994. Decine di migliaia di palestinesi sono costretti ad acquistare l’acqua (trasportata con camion o dalla compagnia dell’acqua di proprietà israeliana Mekorot) a prezzi esorbitanti. Secondo il United Nations Office for Coordination of Humanitarian Affairs- (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari) più di 180 comunità rurali nella West Bank non hanno accesso all’ acqua corrente. Nei villaggi “non riconosciuti” della West Bank più di 56.000 persone si trovano nella stessa condizione. Secondo Amnesty International le spese per l’acqua possono ammontare a metà delle entrate mensili di una famiglia in alcune delle comunità più povere. Il risultato è una discriminazione palesemente razziale; un colono israeliano che vive nella West Bank consuma da tre a otto volte più acqua di un palestinese.

Questo sistema di apartheid dell’acqua rende impossibile per i palestinesi, soprattutto per i lavoratori poveri, mantenere il livello di igiene necessario per affrontare questa pandemia. Secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, Israele, in quanto potenza occupante, è tenuto, come minimo, ad assicurare condizioni base di igiene e di salute, comprese acqua e igiene.

Questa situazione della pandemia di COVID è sfruttata dalle autorità israeliane per intensificare ulteriormente le azioni militari, le strutture elettroniche e i meccanismi di sorveglianza e per creare situazioni “di fatto” in un processo di annessione di terra palestinese normalizzato dall’amministrazione Trump, dalle recenti decisioni della Knesset e dal “patto di unità” stipulato tra Benyamin Netanyahu e Benny Ganz. Nell’ultimo mese, le costruzioni dei più grossi insediamenti israeliani come Gush Ezion a sud di Gerusalemme si sono espanse producendo una ulteriore frattura nella continuità territoriale della West Bank. Le strade di scorrimento per i soli coloni sono state ampliate negli insediamenti più grossi come Ma’Ale Adumin. Mentre l’Autorità Palestinese ha imposto chiusure nella West Bank, l’esercito israeliano ha intensificato raid notturni, arresti e demolizioni di case e sfratti nella West Bank e a Gerusalemme. Nel corso delle due settimane di pandemia nel mese di marzo soltanto, secondo Mondoweiss, “le forze israeliane hanno ferito 200 palestinesi, ne hanno imprigionati 100 e hanno demolito 16 strutture”. Nel frattempo le violazioni israeliane nella West Bank si sono intensificate e nuovi notiziari informano che gli attacchi da parte dei coloni nei confronti dei palestinesi sono aumentati del 78 per cento, con rapimenti, sradicamento degli ulivi, sputi sulle cose di loro proprietà da parte dei soldati israeliani e assalti a giovani israeliani in quarantena.

I PALESTINESI CHE ATTRAVERSANO LA LINEA VERDE E L’APARTHEID NELL’ISOLAMENTO PER IL VIRUS

I palestinesi che lavorano in Israele e negli insediamenti sono particolarmente vulnerabili durante la pandemia. Dopo averli espropriati della loro terra, la colonizzazione israeliana, grazie al regime militare, ha trasformato i palestinesi in lavoratori salariati dipendenti, subordinati e sottoposti a sfruttamento entro il sistema dell’economia israeliana. Una sistematica politica di de-sviluppo ha impedito la crescita dell’industria palestinese dopo il 1967 e insieme alla espropriazione delle terre coltivabili e dell’acqua nei Territori Occupati, ha costretto molti palestinesi ad andare a lavorare come giornalieri in Israele o negli insediamenti costruiti sulle loro terre confiscate. Questa politica è ancora in atto oggi. Dati gli alti livelli di disoccupazione prodotti dallo strangolamento della loro economia, i palestinesi che oggi lavorano in Israele sono più 133.000, mentre i loro salari mantengono una popolazione di più di mezzo milione.

Checkpoint in Bethlehem. [Photo: Anne Paq] prima del corona virus

Anche prima della pandemia, questi lavoratori subivano molte situazioni di discriminazione razziale da parte delle autorità israeliane. Tra queste, l’essere soggetti al regime di permessi per attraversare i checkpoint, uno strumento fondamentale di ricatto per esercitare controllo politico e costringere alla collaborazione; le condizioni ai checkpoint sono disumane, con migliaia di lavoratori che attraversano la mattina presto subendo umiliazioni e vessazioni da parte dei soldati e discriminazione legale e sfruttamento in pratica da parte dei datori di lavoro israeliani. I lavoratori palestinesi hanno protezioni legali minime o nulle, mentre sono pagati meno dei loro colleghi ebrei israeliani, senza godere della protezione di una assicurazione per la salute pur essendo costretti a pagare contributi per la previdenza sociale e per l’affiliazione al sindacato israeliano Histadrut senza godere di diritti di rappresentanza. Sono sfruttati da mediatori israeliani e palestinesi- mafie che li costringono a pagare quote esorbitanti (fino a più di 800 dollari al mese ) per procurarsi permessi al mercato nero o semplicemente per poter attraversare la linea verde, ma senza nessuna garanzia di avere effettivamente un impiego.

Gli israeliani sono stati lodati per la loro efficienza “stile militare” nel rispondere al COVID, serrando e chiudendo all’interno. Tuttavia, per mantenere in vita durante l’epidemia settori vitali dell’economia israeliana che rischiava di perdere 1,8 miliardi di dollari al mese solo dallo stop all’ edilizia, il governo israeliano ha permesso l’ingresso continuato di lavoratori palestinesi in Israele. I palestinesi che chiedono un permesso per restare in Israele sono “consigliati” di scaricare una app che si chiama “Al Munasiq” (il coordinatore) che permette all’esercito israeliano di tracciare la posizione di chi la usa e accedere ai suoi file personali e alla macchina fotografica del cellulare.

Le frontiere dell’apartheid israeliano non soltanto separano i palestinesi dagli ebrei israeliani, ma anche gli stessi gruppi palestinesi tra loro. Israele ha dato la preferenza a giovani robusti lavoratori palestinesi a scapito dei più anziani. L’11 marzo le autorità israeliane hanno annunciato nuove regole per impedire l’ingresso dei lavoratori palestinesi di più di 50 anni, a partire dal 12 marzo: il 17 marzo hanno annunciato che, a partire dal 18 marzo i lavoratori palestinesi sotto i 50 anni erano costretti a rimanere in Israele per un periodo di uno o due mesi se volevano conservare il posto di lavoro. Si valuta che tra quaranta e cinquantamila lavoratori palestinesi si siano affrettati ad entrare in Israele in questa occasione. Tuttavia, il 25 marzo il primo ministro palestinese ha promulgato un appello invitando i lavoratori palestinesi a tornare nella West Bank, in seguito alle denunce dei trattamenti razzisti e disumani che subivano. I lavoratori sono costretti a vivere in condizioni disumane in Israele sul posto di lavoro mentre Israele non ha eseguito test per il virus su di loro. Invece di essere curati, i lavoratori che sviluppavano sintomi o che si sospettava potessero essere malati sono stati scaricati ai checkpoint lungo la Linea Verde, come “spazzatura,” spesso senza nessun coordinamento con le autorità palestinesi.

Si teme una diffusione incontrollata del coronavirus nella West Bank a causa del ritorno di 40.000 lavoratori dopo l’inizio di Passover e Ramadan. Inoltre, il governo israeliano ha annunciato che i lavoratori che ritornano alla West Bank durante questo periodo di vacanze non avranno più il permesso di tornare in Israele per lavoro. Questi lavoratori dipendono dai loro salari in Israele come unica fonte di guadagno e molti sono ancora indebitati per i permessi che hanno comprato per passare i checkpoint. Nel frattempo rischiano di infettarsi in Israele e non sono in grado di accedere al test o alle cure. Anche quando tornano nella West Bank questi lavoratori non riescono ad accedere al test e rischiano la recente recrudescenza del virus.

SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI CON I PALESTINESI

Questo momento di crisi offre una storica opportunità per attivare movimenti di solidarietà con i palestinesi e con altri popoli e lavoratori nel mondo. Il 7 marzo, una coalizione di associazioni palestinesi per i diritti civili e per i diritti umani ha emanato un nuovo appello per la solidarietà internazionale chiedendo che Israele permetta l’accesso a infrastrutture sanitarie e liberi i prigionieri politici palestinesi che sono detenuti illegalmente rischiando il contagio nelle prigioni israeliane. Hanno anche chiesto che si tolga l’assedio a Gaza con un’altra Freedom Flotilla e si rafforzi la campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Le coalizioni di organizzazioni della società civile hanno emesso un Joint Statement della Società Civile Palestinese sul COVID. Al-Haq , l’organizzazione legale di patrocinio che esiste da molto tempo, ha stabilito un sistema di monitoraggio delle violenze cui sono sottoposti i palestinesi in questo periodo di pandemia e anche sulle condizioni di accesso all’acqua, alla salute e ai sussidi medici. Più recentemente, il 14 aprile 2020 una coalizione di organizzazioni per i diritti umani ha inviato un appello urgente per le Procedure Speciali delle Nazioni Unite. Si appellano alle Nazioni Unite per denunciare le sistematiche pratiche di discriminazione e di sfruttamento da parte di Israele della forza lavoro palestinese costretta a rischiare la vita e la salute in questo periodo di crisi. Al di là del COVID, le iniziative per portare Israele di fronte alla Corte Penale Internazionale con l’accusa di crimini di guerra hanno un’ influenza diretta sulla situazione attuale.

Una delle questioni per la sinistra internazionale è come mobilitare con urgenza un sostegno alle campagne e alle coalizioni proposte in/dalla Palestina. La giornata della Nakba, il 15 maggio 2020, segnerà il settantaduesimo anno dalle inammissibili ingiustizie con cui i palestinesi continuano a lottare. E’ fondamentale che le forze di sinistra colleghino le specifiche condizioni di colonialismo e di apartheid vissute dai palestinesi con gli attacchi liberisti alle classi lavoratrici di tutto il mondo. La lotta dei lavoratori palestinesi non può essere interpretata solo come una lotta nazionale per l’autodeterminazione. Il COVID-19 arriva in un tempo di intensa crisi del capitalismo, in cui la classe lavoratrice è stata vittima di attacchi sistematici da decenni di neoliberismo, mercificazione di ogni aspetto della vita sociale, espropriazione della terra e indebitamento. I lavoratori palestinesi sono totalmente inseriti in questi processi del capitale finanziario globale nel particolare contesto del dominio coloniale degli insediamenti israeliani. Per questo, la lotta dei lavoratori palestinesi con il COVID -19 deve essere vista anche come una lotta contro il capitalismo. Ci sono stati appelli per un’ azione globale dei lavoratori da parte dell ‘International Global Labour Network of Solidarity and Struggle, fra altri, che chiedono solidarietà con i palestinesi e con tutti i popoli colonizzati in questa pandemia. Abbiamo urgente bisogno di agire in solidarietà intesa, con le parole del rivoluzionario mozambicano Samora Machel, “non come un gesto di carità ma come un atto di unità tra alleati in lotta su diversi fronti per gli stessi obiettivi”.

traduzione Gabriella Rossetti da https://socialistproject.ca/2020/04/between-rock-of-occupation-and-hammer-of-coronavirus/

Nella versione originale in inglese sono contenute molte note che rinviano a fonti ed articoli citati nel testo

PalestinaCeL

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