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Il virus non ci rende tutti uguali

Eleonora, da Betlemme

Nell’ultimo mese gli organi mediatici della classe medio-borghese parlano molto di solidarietà. Davanti al virus siamo tutti uguali e per questo i governi ci incoraggiano: “oh sudditi unitevi in questa battaglia nella quale non ci sono più differenze di classe, di provenienza, di cittadinanza”. Viene richiesto un sacrificio comune senza distinzioni perché tutti siamo ora sulla famosa stessa barca. Solo che non lo siamo e dai governi ci viene propinata una solidarietà fasulla – e loro lo sanno benissimo – che contraddice la regola principale del sistema capitalista: quando il profitto viene prima di tutto non ci può essere solidarietà. Essere malato da lavoratore di fabbrica ed esserlo da imprenditore non è la stessa cosa, non lo era prima e non lo è adesso. Per non parlare poi di chi sta ai margini e mentre tuona il “restate a casa” magari una casa non ce l’ha.

In qualsiasi crisi – sia questa finanziaria, sanitaria o climatica – le disuguaglianze non si attenuano ma al contrario si accentuano. E così in Palestina, dove lo stato di crisi è permanente, non è successo nulla di sorprendente. Il 6 marzo, mentre Betlemme veniva sigillata ancor più di prima, i checkpoints riservati ai coloni illegali che vivono a Gilo, Efrat, Har Homa, etc. rimanevano aperti al traffico da e verso Gerusalemme. Mentre il tam tam del lavarsi le mani faceva il giro del mondo, a Betlemme gli israeliani continuavano come di norma a negare l’acqua proveniente dagli acquiferi che hanno rubato, cosicché le taniche di riserva sui tetti delle case erano quasi vuote.

Lavoratori palestinesi all’alba si avviano a passare i checkpoints Mar 26, 2020 04:41 Europe/Rome

No, il corona non è uguale per i coloni ad Efrat e per i lavoratori palestinesi costretti ad ammassarsi alle 4 del mattino al checkpoint 300 per andare a farsi sfruttare al di là del muro in nella Palestina ‘48. Quando poi si è deciso di chiudere totalmente la West Bank, questi lavoratori giornalieri hanno dovuto scegliere se rimanere dai loro padroni in Israele senza tornare a casa per mesi o morire di fame. Questa settimana il blog Local Call riporta che quando i padroni sospettano che un lavoratore sia ammalato lo abbandonano al ciglio della strada davanti al checkpoint. Anche questa settimana l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem riporta che l’esercito dell’occupazione ha distrutto tende destinate a ospedale da campo nella comunità di Khirbet Ibziq. E mentre piovono bombe su Gaza, mentre ai pescatori viene sparato addosso se si avvicinano al confine nautico, mentre i coloni nella West Bank scorrazzano armati terrorizzando la popolazione palestinese, sradicando e bruciando alberi di ulivo appena piantati dai contadini, mentre un ragazzo di sedici anni è stato assassinato vicino a Tulkarm, mentre le espropriazioni e gli arresti arbitrari continuano a Gerusalemme, mentre le informazioni sanitarie vengono pubblicate solo in ebraico e non in arabo, mentre la ruota dell’apartheid gira indisturbata, mentre tutto ciò succede, quale storia decidono di pubblicare gli organi mediatici dello stato italiano e i loro “esperti” di Medio Oriente? Su Repubblica appare la foto di due medici, uno di fede ebraica, uno di fede musulmana, che pregano ognuno a modo suo davanti ad un’ambulanza del Magen Adom. La didascalia recita “Questa è una malattia che non fa distinzione di religione o di altro genere. Le differenze le metti da parte. Lavoriamo insieme, viviamo insieme”. Che qualcuno si faccia avanti con una bugia più grande. Come se il fatto di trovarsi fisicamente nello stesso spazio allo stesso tempo significasse automaticamente parità di diritti. Si, a Gerusalemme, così come a Londra, New York e Roma vivono tutti ma non tutti hanno diritto ad una casa, solo certi vengono perquisiti e fermati dalla polizia ad ogni angolo, solo certi vengono discriminati dai datori di lavoro, solo certi vivono nella paura di non avere i documenti “giusti”. Ma ovviamente chi la fa da padrone può permettersi il lusso di “mettere da parte le differenze” quando gli fa più comodo. La foto riproposta da Repubblica proviene dal quotidiano sionista Jerusalem Post che si serve di questa storiella per mostrare al mondo quanto ebrei e musulmani siano trattati equamente nello stato sionista, certo finchè i musulmani sappiano stare al loro posto e si offrano volontariamente a propagare l’immagine di “minoranza modello”, secondo il quale tutti possono raggiungere il successo socio-economico se disposti a rinnegare i loro ideali di libertà. Anche il Corriere della Sera pubblica un video che mi ha fatto rizzare i capelli: “La lotta al virus avvicina Israeliani e Palestinesi” si dice in questo breve spezzone surreale. Chissà se i prigionieri politici nelle carceri israeliane, i lavoratori sfruttati nelle colonie, i medici negli ospedali dilaniati di Gaza la pensino allo stesso modo. Ma che differenza fa, l’importante è convincere il pubblico che tutti si stia portando lo stesso peso e facendo lo stesso sacrificio quando invece la realtà è ben diversa.

PalestinaCeL

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