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Da Sakhnin a Ramallah, una nuova ondata di lotta popolare palestinese prende piede

Di Awad Abdelfattah, 6 agosto 2025

Cittadini palestinesi di Israele protestano contro il genocidio israeliano a Gaza, nella città settentrionale di Sakhnin, il 25 luglio 2025. (Jamal Awad/Flash90)

Mentre l’indignazione per Gaza continua a crescere, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese determinato a superare le divisioni e a mantenere la resistenza. Nelle ultime settimane, la mobilitazione popolare palestinese ha registrato un’impennata notevole, in particolare nei territori del 1948 (Israele) e nella Cisgiordania occupata. Questo slancio riflette un crescente sforzo di riconnettersi con una rinnovata ondata di solidarietà globale, che continua e persino si espande, nonostante le dure repressioni dei movimenti filo-palestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutto indica che questa dinamica continuerà a crescere, con il potenziale di culminare in una più ampia insurrezione popolare in grado di far retrocedere le brutali politiche di Israele nei confronti dei palestinesi in tutto il Paese.

Le strazianti immagini che emergono da Gaza – bambini emaciati, famiglie continuamente sfollate, civili uccisi a colpi d’arma da fuoco in attesa di cibo – stanno diventando impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini stanno iniziando a perseguitare i governi occidentali, a lungo complici della campagna genocida di Israele, esponendoli alla vergogna pubblica e rivelando la bancarotta morale del loro silenzio. Sotto la crescente pressione dei loro cittadini, diversi stati occidentali hanno recentemente inasprito la loro posizione sulla condotta di Israele a Gaza: il ritmo frenetico delle uccisioni, l’ostruzione deliberata degli aiuti umanitari e l’apparente mancanza di un piano per porre fine alla guerra.

I rimproveri più visibili sono arrivati sotto forma di riconoscimenti ufficiali (o minacce di riconoscimento) dello Stato di Palestina da parte di alcuni capi di Stato occidentali, in particolare Emmanuel Macron. Eppure, queste dichiarazioni, seppur spettacolari sulla carta, rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due Stati” che evocano è ampiamente percepita come illusoria e insufficiente, poiché preserva il regime coloniale e di apartheid di Israele e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se non si prevede che queste dichiarazioni abbiano un impatto concreto immediato, restano comunque un importante gesto di sostegno e un necessario incoraggiamento morale al movimento popolare, aprendo la strada a una nuova fase di riflessione e azione.

Palestinesi e attivisti solidali manifestano contro la carestia e il genocidio in corso a Gaza, a Giaffa, nel centro di Israele, il 25 luglio 2025. (Oren Ziv/Activestills)

Un paesaggio in cambiamento

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno monitorando attentamente i cambiamenti negli equilibri geopolitici regionali. Con il sostegno incrollabile di Washington, Israele ora opera impunemente in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza”, guidato dall’Iran. E nonostante i gravi colpi subiti dall’Iran nella sua recente guerra di 12 giorni contro Israele, è tutt’altro che sconfitto. Entrambe le parti stanno accelerando il riarmo in preparazione di una fase ancora più sanguinosa del conflitto.

Ma per ora, di fronte a un equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno ripiegando su se stessi, verso una resistenza popolare di base, in assenza di una forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono segnali che questa strategia potrebbe dare i suoi frutti.

Nonostante il suo predominio militare, la posizione di Israele a livello globale, anche all’interno delle comunità ebraiche, è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della Campagna per uno Stato Democratico (ODSC), ho partecipato a un evento unico: la prima Conferenza Antisionista Ebraica, tenutasi nella città natale di Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei da tutto il mondo con l’obiettivo di unire il crescente numero di ebrei antisionisti e integrarli nel movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Di fronte agli orrori inflitti a Gaza e alla crescente violenza in Cisgiordania, Israele non è più in grado di ripristinare la propria immagine all’estero. La sua propaganda non riesce più a mascherare i suoi crimini. Alcuni credono addirittura che Israele non abbia ancora compreso l’entità del danno, sia strategico che reputazionale, che si sta infliggendo, un danno che potrebbe diventare irreversibile. In questo contesto, una strategia di resistenza popolare sostenuta e connessa a livello globale non è più solo un’opzione; sta diventando una necessità storica.

Negli ultimi anni, sono stati fatti diversi tentativi di seguire questa strada, tra cui le proteste su larga scala al confine di Gaza nel 2018-2019, note come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state violentemente represse dall’esercito israeliano, nel tentativo di soffocarne l’impatto sull’opinione pubblica mondiale.

Le forze israeliane affrontano i manifestanti palestinesi durante la “Grande Marcia del Ritorno” al confine tra Israele e Gaza, il 1° novembre 2019. (Abed Rahim Khatib/Flash90)

Tuttavia, questa dinamica non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è in parte dovuto al fragile clima politico e alla mancanza di una visione coerente di resistenza popolare all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Collegata al suo coordinamento di sicurezza con Israele, l’ANP ha attivamente sabotato le mobilitazioni indipendenti, collaborando strettamente con il colonizzatore per impedirne l’emergere.

Nel maggio 2021, un’ampia rivolta popolare ha travolto la Palestina, dal fiume al mare. Per un attimo, è sembrato che stesse emergendo una campagna nazionale di resistenza civile. Ma l’introduzione di una dimensione militare, attraverso i lanci di razzi di Hamas, ha interrotto questo slancio e indebolito il potenziale di questo percorso civile. L’opportunità esisteva nonostante la repressione israeliana; semplicemente, non si è concretizzata.

Queste occasioni mancate hanno rafforzato in molti la convinzione che la resistenza popolare, legale, culturale e artistica, rimanga uno dei mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Persino alcuni analisti israeliani ammettono ora che gli eventi del 7 ottobre e la guerra che ne è seguita hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano, un prestigio che, nonostante decenni di crimini, era rimasto sorprendentemente intatto.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segna una possibile svolta nella mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele. Nella città settentrionale di Sakhnin, migliaia di persone si sono radunate per una manifestazione di massa contro il genocidio a Gaza, mentre a Giaffa diverse figure di spicco, tra cui parlamentari palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Monitoraggio dei Cittadini Arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. La significativa presenza di ebrei israeliani contrari all’occupazione è stata particolarmente evidente, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Cittadini palestinesi di Israele protestano contro il genocidio israeliano a Gaza, nella città settentrionale di Sakhnin, 25 luglio 2025. (Jamal Awad/Flash90)

Da Sakhnin, le proteste si sono rapidamente estese ad altre città palestinesi nei territori del 1948, attraverso la Galilea, il Triangolo, il Naqab e la regione costiera. E ora, cosa cruciale, gli echi di questo movimento stanno iniziando a risuonare in Cisgiordania, sebbene i palestinesi siano ancora intrappolati tra la repressione delle forze di occupazione israeliane e quella dei loro collaboratori nell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi in Israele, attivisti e personalità nazionali in Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come strumento di risveglio politico. Gli scioperanti della fame a Ramallah, a cui un tempo mi sono unito, hanno parlato apertamente della loro ispirazione diretta, derivata dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dei loro leader. Stiamo assistendo ai primi passi di un movimento popolare unito, capace di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è certa: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi dell’immobilismo politico. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare strategicamente per costruire il motore, la struttura e il quadro necessari per questa trasformazione storica.

Fonte: +972 Magazine

Traduzione dal francese (Agence media Palestine) a cura della Redazione

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