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Un cambiamento rivoluzionario è imminente mentre Israele vacilla

Distruzione a Gaza a seguito della guerra israeliana nella Striscia assediata. (Foto: Mahmoud Ajjour, The Palestine Chronicle)

Di Iqbal Jassat da Palestine Chronicle 20 maggio 2021

Il famoso giornalista John Pilger racconta che nel 2003, in seguito all’invasione dell’Iraq, ha intervistato Charles Lewis, un illustre giornalista investigativo americano. La domanda che gli ha posto è stata: “E se i media più liberi del mondo avessero seriamente sfidato George Bush e Donald Rumsfeld e indagato sulle loro affermazioni, invece di canalizzare quella che si è rivelata essere una rozza propaganda?”

Ha risposto che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, c’erano buone possibilità che “… Non saremmo entrati in guerra in Iraq”.

Il ricordo di Pilger è un duro promemoria dell’onerosa responsabilità che le istituzioni dei media hanno di riferire in modo veritiero e senza paura. Il coraggio necessario per farlo ovviamente ha un prezzo enorme. Tanto più in un ambiente in cui il controllo dei media, in particolare quelli di proprietà di grandi società, nega spazi a voci indipendenti.

O corrispondi alla linea o te ne vai.

Dilemmi come questi sono emersi nella carneficina in corso scatenata dall’ultimo regime di apartheid coloniale rimasto nel mondo, Israele. Mentre le immagini del bagno di sangue a Gaza vengono trasmesse in tutto il mondo, i giornalisti assegnati alle scene del crimine hanno la chiara responsabilità di garantire che il commento che forniscono non permetta agli autori israeliani di sfuggire alle responsabilità.

Dire pane al pane.

Il linguaggio diventa così il mezzo per camuffare le orrende conseguenze dei barbari bombardamenti di Israele o per suscitare indignazione globale contro di esso.

La falsa narrativa usata per giustificare la guerra in Iraq secondo cui Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa, non è diversa dall’inganno generato oggi da Israele per giustificare la sua malvagia follia disumana a Gaza. È che “Hamas è un’organizzazione terroristica alleata di un movimento jihadista globale” e che a meno che Israele non faccia il lavoro di farlo a pezzi con i bombardardamenti, il mondo non sarà al sicuro.

Come professionista dei media, accetti queste sciocchezze agendo consapevolmente come una camera di risonanza della cruda propaganda di Benjamin Netanyahu, o interroghi e verifichi le accuse prima di presentare il tuo rapporto?

L’azzeramento di edifici residenziali da parte di sofisticate bombe e missili sponsorizzati dagli Stati Uniti con il pretesto di attaccare e distruggere Hamas è diventata una pratica militare di routine. Eppure, da sotto le macerie insanguinate, vengono dissotterrati neonati e bambini.

La portata della devastazione è al di là dei limitati scatti su immagini raccapriccianti a cui è esposto il mondo. E continuare a insistere sui razzi lanciati da Hamas senza precisare che l’attacco deliberatamente discriminatorio a Gaza è in effetti un tentativo di liquidare un popolo occupato dall’occupante, sarebbe un cattivo servizio all’etica dei media.

Denunciare i bellicosi crimini militari di Israele a SheikhJarrah, Hebron, Nablus, Betlemme, Gerusalemme e alla Moschea Al Aqsa, impone necessariamente l’ obbligo di raccontare sette decenni di persecuzione. La pulizia etnica che ha preceduto l’espropriazione illegale di oltre 700.000 palestinesi, nota come Nakba, non è finita.

Oggi, nel 2021, mentre la morte e la distruzione piovono sui figli, nipoti e pronipoti della popolazione palestinese del 1948, i media devono affrontare la domanda: che cosa è cambiato?

Che l’ideologia politica del sionismo razzista sia stata dichiarata un sistema di apartheid, nientemeno che da Human Rights Watch, obblica la comunità internazionale e la sua ampia gamma di piattaforme mediatiche di reagire agitarsi contro di essa.

Allo stesso tempo, spetta anche ai giornalisti adottare un approccio critico al ruolo ipocrita dell’amministrazione Biden nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Mormorare la “speranza” per un cessate il fuoco ma allo stesso tempo accettare di fornire milioni di dollari di nuovo materiale militare che da ogni punto di vista serve a consentire il genocidio incrementale di Israele, è immorale e ingannevole.

Bloccare la risoluzione della maggioranza dei membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che invitava Israele a fermare i suoi barbari bombardamenti, mette a nudo il vile abuso di potere da parte degli Stati Uniti. Bizzarro quindi osservare tali livelli di tirannia nella più alta istituzione di convenzioni internazionali, istituita per imporre la pace e la giustizia.

La lotta per la libertà della Palestina, incarnata dalle attuali ondate di #Resistenza con il continuo lancio di razzi nel cuore del sistema di apartheid di Israele alla ribellione a petto nudo di giovani disarmati contro l’occupazione e la pulizia etnica, ha riformulato un nuovo quadro di riferimento per i media globali.

Cambiamenti sono imminenti poiché lo spirito rivoluzionario dei palestinesi è abbracciato da milioni di persone in tutto il mondo. In effetti, i media non fanno eccezione. I giornalisti hanno raccolto la sfida di cambiare i vecchi paradigmi pigri coperti da livelli di propaganda non mascherati. E anche osando. Senza paura di essere messi da parte come antisemiia!

– Iqbal Jassat è un membro esecutivo del Media Review Network con sede in Sud Africa. Ha contribuito con questo articolo a The Palestine Chronicle. Visitare: www.mediareviewnet.com

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