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In memoria di Mourid Al-Barghouthi

di Rachele Manna*

Domenica 14 febbraio 2020 è venuto a mancare Mourid Al-Barghouthi, icona della letteratura palestinese. Questo articolo intende celebrare la vita di questa personalità chiave nel contesto palestinese.

Mourid nasce l’8 luglio 1944 a Deir Ghassanah, un piccolo villaggio nei pressi di Ramallah, in Palestina.

Quando aveva solo 7 anni, la famiglia prese la decisione di trasferirsi nella città metropolitana di Ramallah per garantire ai propri figli una migliore istruzione e un futuro in una realtà ben più aperta mentre, nel 1963, il giovane Mourid viaggiò alla volta del Cairo per studiare Letteratura inglese all’Università.

Stava terminando il suo ultimo anno di studi quando, nel 1967, scoppiò la guerra dei sei giorni sul confine israelo- egiziano. Si è trattato di un momento chiave nella vita del poeta, che lo ha trasformato in un esiliato perenne:

“É sufficiente vivere l’esilio una sola volta per sentirsi sradicati per sempre; è come scivolare sul primo gradino di una scala…Ti ritrovi giù in un attimo”

Da quel giugno del 1967, non poté più tornare in patria fino a 30 anni dopo, nel 1996. Quando fece ritorno nella sua cara Palestina però, scoprì che molti ricordi della sua terra erano andati perduti, sotterrati dalla violenza dell’occupazione sionista.

Grazie ai suoi scritti, Mourid Al-Barghouthi è diventato uno dei massimi interpreti della dolorosa condizione del suo popolo, un popolo segnato dalla ghurba, la condizione di chi vive altrove e non si sente mai a casa. Il poeta stesso comunica una grande sofferenza, che nutre per il senso di ingiustizia storica. Di fronte a tale dolore, non c’è altra via di fuga: prendere coscienza del presente e continuare a vivere senza arretrare e subire gli avvenimenti.

La sua opera attraversa le tappe fondamentali della storia della sua terra, la Palestina, soffermandosi principalmente sulla Nakba: un avvenimento del lontano 1948, ma che si configura come un processo che accompagna la struttura del colonialismo di insediamento e come una catastrofe non limitabile alla Palestina, ma che piuttosto coinvolge l’intero mondo arabo e modella le alleanze geopolitiche globali.

In Italia è conosciuto essenzialmente per il suo romanzo autobiografico Ho visto Ramallah (pubblicato in italiano nel 2005 da Ilisso Edizioni, titolo originale Ra’aytu Rāmallah), in cui racconta la sua esperienza dell’esilio e del ritorno a casa dopo 30 anni. Con lo sguardo dell’esule, osserva i cambiamenti che hanno stravolto casa sua; infatti così descrive il fiume Giordano:

“Una volta questo fiume aveva una voce, ora tace, come un’automobile parcheggiata in un’officina”.

Per un poeta che, tutto d’un tratto, s’è ritrovato senza casa e senza patria, la poesia diviene un rifugio, una costante della sua vita insieme alla propria famiglia, in cui potersi sentire libero e non essere privato della propria terra così come della sua storia, ma mantenere viva la propria identità. In tale contesto, è evocativa questa metafora che accosta l’essere umano al pesce:

“Il pesce, perfino nella rete del pescatore, porta ancora l’odore del mare”

L’arte, in tutte le sue forme, non vive con l’obiettivo di cambiare la società. Il suo lavoro è molto più lento, opera attraverso le epoche e le generazioni, come una goccia che cade sulla roccia. Ogni parola dona la capacità di viaggiare attraverso le immagini che traspaiono dalle righe delle poesie e non chiede l’autorizzazione a nessuno. La poesia non è un’arma, ma funziona lentamente nella memoria e nelle coscienze. Questa è la carta da giocare di fronte al processo di inquinamento del linguaggio avviato da Israele: un processo di eliminazione del nome della nazione dalla storia, dalle mappe e dalla geografia.

In tal senso, la letteratura è un mezzo per reintrodurre i palestinesi nella storia e tramandare i ricordi dalla generazione dei sopravvissuti alla generazione dei loro figli, sebbene questi ultimi non abbiano mai sperimentato molte di queste esperienze sulla propria pelle. Caso esemplificativo è quello che Mourid fa con il figlio Tamim, al quale si sente in dovere di tramandare la questione dell’identità palestinese perché possa sopravvivere nel tempo.

Mourid Al-Barghouthi con la moglie Radwa Ashour e il figlio Tamim

Per Mourid Al-Barghouthi, il vero poeta è colui che è in grado di dar vita ad una poesia che descriva la realtà con parole nuove e non banali. In questa interessante definizione, la poesia stessa diventa metafora dell’amore, che è l’estrema attenzione verso una persona. Si tratta di una poesia che riflette sugli eventi e che arriva quasi come una documentazione di piccole cose del quotidiano che fanno luce sulla verità. Ha a che fare con le persone, con la vita e fa attenzione ai dettagli ed è, come l’amore, fatta del grado più elevato di attenzione nella minuzia dei particolari come anche nella scelta delle parole. Il linguaggio sostituisce all’eloquenza la semplicità, all’astratto il concreto, ed è ben lontano da ogni forma di ambiguità, ma vicino alla verità e alla spontaneità.

La terra e l’adesione a una causa politica, ovvero il contenuto come atto di resistenza, vengono spesso trattate e sollevate a spese dell’estetica. L’attenzione riversata sulla forma è subordinata alla volontà di dare una maggior attenzione al contenuto, per trasmettere immagini suggestive che suscitino determinate emozioni.

In definitiva, la poesia per Mourid Al-Barghouthi rappresenta al meglio l’istanza di libertà e, in questo caso, si configura al tempo stesso come un antidoto alla scissione dell’anima. Tra calma e grida interiori, la rappresentazione di una terra ancora fertile, nonostante sia stata inquinata da conflitti e tirannia, si mescola con la trasmissione della speranza.

  • Rachele Manna è una studentessa, arabista

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