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"Israele" è un racconto breve - Palestina Cultura Libertà
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“Israele” è un racconto breve

Articolo di Basim Naim, capo del Consiglio per le relazioni internazionali a Gaza.

Alcuni anni fa, ho letto di un dentista americano che chiese a uno dei suoi pazienti quali fossero i suoi hobby.

“Leggere”, rispose il paziente.

“Cosa sta leggendo ultimamente?”

“Sullo Stato di Israele”.

“Quindi le piace leggere racconti?” chiese il dentista.

Mi è venuto alla mente questo episodio proprio mentre leggevo la notizia secondo cui il Jerusalem Post aveva criticato la BBC per un servizio su Gesù durante il suo programma Heart and Soul, Black Jesus [in it. Cuore e anima, Gesù nero], il giorno 18 dicembre. Gli israeliani non hanno per nulla tollerato la seguente affermazione del presentatore, Robert Beckford: “il Messia era un palestinese”. Il Jerusalem Post ha affermato che il termine “Palestina” non è stato utilizzato fino a circa 100 anni dopo Cristo, anche se gli storici confermano il suo utilizzo durante l’occupazione greca della terra nel IV secolo a.C.

Questa è una piccola illustrazione del fatto che la narrazione sionista della storia della terra, su cui è stato creato lo stato occupante di Israele, è incoerente e contraddittoria, e predice la rapidità della sua fine.

Ad esempio, i sionisti e i loro sostenitori respingono la rivendicazione palestinese della Palestina storica dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano, sulla base del fatto che non esisteva un qualcosa come la “Palestina” sulla mappa regionale al momento della fondazione dell’entità sionista. Essi sostengono che la suddetta area faceva semplicemente parte dell’Impero Ottomano e che il nome Palestina è una bugia bella e buona frutto dell’invenzione araba. A questo si aggiunge anche il rifiuto del termine “palestinese”.

Nonostante la ben nota affermazione dell’ex primo ministro Golda Meir secondo cui “non esistono palestinesi”, lei e altri leader sionisti hanno impiegato il termine Palestina nei loro documenti ufficiali o nelle dichiarazioni dei mass media.

Come è nata, dunque, la moderna narrativa sionista?

Il sionismo politico è sorto tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo come un modo per risolvere il cosiddetto “problema ebraico” in Europa. La storia registra che gli ebrei furono perseguitati, torturati e sfollati nella maggior parte dei paesi europei per molti secoli, non solo dalla Germania nazista negli anni ’30 e ’40.

Nel 1215 d.C, ad esempio, durante il IV Concilio Lateranense indetto da Papa Innocenzo III, la Chiesa cattolica prese importanti decisioni con l’obiettivo di fermare le attività ebraiche ritenute “sospette”. Dieci anni prima, il papa aveva ordinato che gli ebrei indossassero dei segni distintivi in modo da poterli distinguere dagli altri cittadini.

Re Edoardo I espulse gli ebrei dall’Inghilterra nel 1290, dando loro tre mesi di tempo per andarsene. L’Inghilterra è stato il primo paese europeo a espellere gli ebrei in questo modo. Un’espulsione analoga si verificò in Francia nel 1306, dopo che i francesi attaccarono i quartieri ebraici e distrussero sinagoghe e scuole. Lo stesso accadde in Spagna durante l’Inquisizione, nella Russia zarista e nelle terre ora conosciute come Austria, Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Italia; così come anche in quella che oggi è la Germania, alla fine del XIV secolo, secoli prima dell’Olocausto. Alla base di tutto questo, emerge quello che i governanti del tempo credevano fosse il ruolo degli ebrei nel sabotare le società in cui vivevano.

Spesso si trascura il fatto che gli ebrei che fuggivano dalle persecuzioni in Europa si dirigevano a est verso l’Impero Ottomano, o a sud attraverso il Mediterraneo verso i paesi del Nord Africa e l’Egitto. In entrambe le aree, essi furono accolti e ospitati dai governanti e dalle comunità musulmane. Alcuni andarono a ricoprire incarichi ufficiali di alto livello.

Il cosiddetto “problema ebraico”, dunque, aveva una matrice specificamente europea, motivo per cui il padre del sionismo moderno, Theodor Herzl, scrisse Lo Stato ebraico con l’obiettivo di sistemare gli ebrei fuori dall’Europa. Chiese l’aiuto dei governi antisemiti europei per la creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” dal momento che entrambe le parti condividevano lo stesso obiettivo: quello di liberarsi dei cittadini ebrei presenti.

La maggioranza degli ebrei dell’epoca, specialmente i rabbini, si opponeva a questo per motivi essenzialmente religiosi: la creazione di uno stato ebraico significava, per loro, la seconda venuta di Gesù e la fine degli ebrei. Significherebbe anche che l’allontanamento degli ebrei dai loro paesi di nascita verso questa nuova “patria” trasformerebbe la religione ebraica in un’impresa nazionalista con una base politica.

Ciononostante, tale opzione prevalse tra i leader della comunità ebraica ed era in corso la ricerca di un luogo per la “dimora nazionale”. La Palestina non fu affatto la prima scelta: furono offerte e prese in considerazione parti dell’Uganda, Argentina e Alaska, persino il sud del Marocco, data la presenza di una numerosa comunità ebraica che aveva buoni rapporti con il re.

La Palestina fu infine scelta proprio per la forte attrazione che gli ebrei religiosi avevano, e che hanno tuttora, nei confronti di Gerusalemme. Pertanto, gli ebrei di tutto il mondo furono spinti a rinunciare alla loro vita stabile come cittadini di numerosi stati con diritti all’istruzione, al commercio, all’arte e alla cultura, per viaggiare verso un futuro sconosciuto e ignoto, basato su sogni e promesse romantiche.

Il “ritorno” alla “Terra Promessa” fu loro venduto come parte della loro religione, che altrimenti non sarebbe stata completa.

Per rafforzare questo mito, hanno iniziato a creare storie sulla presenza ebraica in Palestina.

Gli archeologi furono inviati a trovare prove di un’antica presenza ebraica per dimostrare il loro diritto alla terra. Fino ad oggi, tali prove non sono state trovate, lasciando solo i loro miti a rinsaldare le affermazioni “bibliche”. Ciò è stato confermato da molte istituzioni internazionali, tra cui l’UNICEF (da qui l’animosità israeliana e americana nei confronti dell’organizzazione), quindi i sionisti si vedono costretti a piantare false prove con simboli biblici nei siti archeologici in Palestina, specialmente dentro e intorno ai siti religiosi.

Immaginate, per ipotesi, che i primi sionisti avessero optato per la terra in uno degli altri paesi e che ebrei da tutto il mondo vi fossero emigrati.

La leadership sionista avrebbe inventato storie e miti per giustificare la loro presenza nella nuova “patria”?

Certo che no, perché l’elemento religioso nella narrazione è centrale, con le sue dimensioni metafisiche e il potere di influenzare gli individui a sradicarsi dalle proprie radici. Inoltre, questa migrazione di massa si adatta ai cristiani evangelici – che sono sionisti influenti, in particolare negli Stati Uniti – e al “raduno degli esuli [ebrei]” a cui è condizionata la Seconda Venuta.

Questa influenza cristiana in America è evidente da decenni ed è ciò che ha spinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a dare così tanto all’attuale governo israeliano, come lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Tutti i presidenti degli Stati Uniti sostengono Israele fino in fondo al fine ultimo di ottenere il sostegno elettorale dai cristiani evangelici, anche se alcuni israeliani avvertono che questo mette in pericolo il futuro dello stato.

I leader europei che hanno sostenuto il sionismo all’inizio del XX secolo lo hanno fatto non solo per risolvere il loro “problema ebraico”, ma anche per avere un “bastione dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà contro la barbarie”. Quindi, i sionisti hanno dovuto inventare una narrativa storico-religiosa per mascherare il fatto che la creazione dello stato di Israele era, di fatto, un’impresa coloniale. Tale è il disperato bisogno di dominare questa narrazione, che un’enorme quantità di risorse e sforzi sono stati dedicati alla sua produzione, diffusione e mantenimento.

Alla fine, però, Israele non sarà che un mero racconto breve, incapace di resistere alla verità, anche perché i sionisti espongono le proprie contraddizioni nelle loro dichiarazioni e scritti. Se c’è un “problema ebraico” – un’affermazione contestata dai molti ebrei non sionisti che sono molto a loro agio nei paesi in cui sono nati – non dovrebbe essere “risolto” a spese di noi palestinesi e del futuro dei nostri figli.

Le patrie non si costruiscono sui miti, né si creano con certificati di nascita scritti a forza nei corridoi delle Nazioni Unite.

Queste dipendono da fatti e assiomi, proprio come il sole, che non necessita di prove per testare la sua esistenza, perché è evidente che esista. Questo è ciò che garantisce la legittimità a chiunque di vivere nel luogo in cui è nato dopo le generazioni precedenti, non una narrazione distorta che non ha basi nella realtà.

Articolo tratto da The Palestinian Information Center

Traduzione di Rachele Manna

PalestinaCeL

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