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Perché i palestinesi sono obbligati a dimostrare la loro umanità?…

di Mohammed El-Kurd December 3, 2020 nella foto una donna palestinese vicina a Israeli Border Police presso casa sua a Sheikh Jarrah da cui è stata cacciata una famiglia Novembre 03, 2009. (Mohamar Awad/Flash90)

Per anni ho controllato il linguaggio che usavo per descrivere il mio oppressore. Ma quello che sta succedendo a Sheikh Jarrah ha un nome preciso: pulizia etnica.

Negli ultimi quattro mesi la Corte dei Magistrati israeliana a Gerusalemme ha disposto lo sfollamento di almeno 12 famiglie nei dintorni di Sheik Jarrah – inclusa la mia. Le nostre case potrebbero essere prese da occupanti abusivi con la protezione della polizia da un momento all’altro. E non sarebbe neanche la prima volta.

Nel 1956 l’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA e il governo giordano costruirono Sheikh Jarrah, un progetto abitativo di case popolari per 28 famiglie di rifugiati palestinesi espulse qualche anno prima durante la Nakba. In seguito all’occupazione israeliana di Gerusalemme nel 1967, gruppi di coloni hanno tentato di accaparrarsi le case popolari manipolando la storia e utilizzando come arma una serie di leggi e politiche razziste. Alcuni tentativi hanno avuto successo, altri sono stati rimandati. Nel 2009, per esempio, i coloni hanno occupato più della metà della casa della mia famiglia in pieno giorno; l’altra metà è in attesa dell’ autorizzazione formale di un giudice israeliano.

Nella consapevolezza che esistono scarsi ricorsi legali nelle mani dei palestinesi in un sistema giudiziario fondato sul suprematismo etnico, mia sorella gemella Muna ed io abbiamo mobilitato i nostri amici e alleati per condurre due campagne mediatiche – una in arabo e l’altra in inglese – in un ambizioso tentativo di fermare gli sgomberi forzati sollecitando un’azione internazionale.

Mona, che si è recentemente laureata in giornalismo all’università di Birzeit, non ha riscontrato alcun problema quando ha interagito con il pubblico arabo. Ritenevano la sua richiesta di giustizia ovvia. Al contrario, io ho riscontrato un divario immenso tra la comprensione occidentale della mia realtà e i fatti concreti.

Quello che è un fatto storico in arabo è qualcosa di contestabile in inglese. Eventi ben documentati, quali lo spopolamento e la distruzione di centinaia di villaggi palestinesi da parte di Israele, vengono considerati “controversi”. La campagna per salvare Sheikh Jarrah dalla minaccia imminente di esproprio è stata seppellita sotto una valanga di giustificazioni nel tentativo di contestualizzare gli avvenimenti. Il pubblico americano considera il fatto che Israele abbia preso la mia casa così inverosimile proprio perché rifiuta di riconoscere Israele come uno stato coloniale di insediamento. Ma accaparrarsi la terra è esattamente quello che fanno i colonizzatori. Non lo devo in alcun modo negoziare, semmai dovrebbe essere sottinteso.

Un ebreo ultraortodosso passa accanto ai beni buttati fuori da una casa palestinese nel quartiere di Sheikh Jarrah, December 3, 2009. (Miriam Alster/Flash90)

Negare l’espansione e il codificato impegno agli sfollamenti forzati su base etnica non solo legittima l’ignoranza sulla Palestina, ma consente all’oppressione israeliana di perdurare senza sosta. “Capisco che Israele non si comporta col massimo di gentilezza con i palestinesi” ha commentato qualcuno in risposta al mio post Instagram che riportava le notizie sul mio quartiere. “Ma il tuo post è antisemita e un rifiuto dell’olocausto”.

Ma il mio post non allude all’olocausto né alla religione ebraica: ha sottolineato che l’accaparramento delle case a Sheikh Jarrah fa parte di un piano calcolato per cancellare la presenza palestinese dalla nostra città. Lo sforzo sistematico per creare una geografia etnica omogenea attraverso l’espulsione di massa di una popolazione indesiderata ha un nome: pulizia etnica. Ed è così che l’ho definita nel mio post. Eppure, quando si tratta della storia della regione, dei trasferimenti forzati,di fosse comuni, di villaggi annientati, e dei 6.5 milioni di rifugiati palestinesi nel mondo, la pulizia etnica diventa una questione “controversa”.

Quando il tuo oppressore è il giudice, con chi reclami?

Questi commenti sono allarmanti non solo per l’intenzionale deviazione dal punto in questione – ovvero che i colonizzatori hanno sistematicamente rubato le nostre case a Gerusalemme per decenni. È ancora più pericolosa la crudele commedia che riduce 72 anni di colonialismo, occupazione militare e assedio ad una mera atto “mancanza di cortesia”.

Raccontare questi fatti senza peli sulla lingua è l’unico modo chiaro di affrontare la natura ideologica e sistemica di questi crimini. Affrontare i casi come quello della mia famiglia come isolato, umanitario, o le crisi giudiziarie, porta ad ignorare l’innata ingiustizia del sistema giuridico israeliano. La legalità non è sempre sinonimo di moralità. Non c’è da andare molto lontano per trovare leggi ingiuste, legalmente autorizzate e difese per anni: il compromesso costituzionale dei tre quinti negli Stati Uniti, le leggi di Jim Crow, l’apartheid in Sud Africa, e altre. Mettere un’ atrocità in uniforme – e chiamarla “scortesia” – non la rende meno atroce.

Ma queste falsità non sono anomalie: infatti controllano la narrativa sulla Palestina. Che sia sui social media o all’università, non posso aprire bocca per parlare della mia vita quotidiana a Gerusalemme senza che la mia onestà venga messa in discussione; senza essere accusato di complicità nel compimento di atrocità a cui non ho preso parte. Per anni ho controllato il linguaggio cercando di renderlo più gradevole, scegliendo attentamente le parole con cui descrivevo il mio oppressore in modo tale da non renderle manipolabili per far sembrare il mio discorso antisemita. Ho memorizzato le risoluzioni delle Nazioni Unite e le leggi internazionali infrante da Israele, e i bulldozer israeliani distruggono ancora le vite una dopo l’altra.

Demolizione dello Shepherd Hotel in East Jerusalem’s Sheikh Jarrah, January 9, 2011. (Yossi Zamir/Flash90)

Per evitare fraintendimenti, io non menziono che i colonizzatori che cercano di appropriarsi della mia casa sono ebrei – sebbene loro dicano apertamente che è la volontà divina che gli consente di agire in questo modo. Comincio a parlare affermando l’ovvio: “questo non riguarda la religione ma il furto della terra”. Mentre scrivevo l’articolo avevo inizialmente incluso un riferimento allo storico israeliano Ilan Pappé; rafforzando l’idea che sto cercando di mettere in campo: ovvero che sostenere la ricerca di un israeliano legittimi l’uso del termine “pulizia etnica”.

Volevo anche fare riferimento a Yonatan Yosef, un importante rabbino israeliano e attivista a favore della giudaizzazione di Gerusalemme est, che si compiace di “prendere casa dopo casa” nella mia zona “in continuità con il progetto sionista-ebraico” – come se la mia esperienza possa essere creduta solo tramite la sua dichiarazione che “lo Stato è stato fondato a spese degli arabi”. O dalle decine di israeliani che dalle colonie lontane, ho visto incontrarsi nella mia zona e gridare “Nel sangue e nel fuoco, cacceremo via gli arabi!”.

Questo bavaglio al vocabolario non è nuovo. Crescendo, ero sconcertato che i bambini palestinesi che tiravano sassi contro i carri armati israeliani avrebbero prodotto più indignazione degli stessi carri armati. Mi sono sempre più aggrappato ai miei ideali non violenti perché ho creduto che la mia resistenza fosse ritenuta “accettabile”. Ci sono sempre stati prerequisiti per la solidarietà alla mia causa. Ma le cornici di rispettabilità e legalità non mi hanno offerto altro se non l’illusione di partecipare ad un gioco disegnato per farmi perdere. In realtà non c’è un errore nel sistema che possa essere contestato. Il flagello dello spossessamento a Gerusalemme si basa sulla visione stessa del progetto di insediamento coloniale israeliano in Palestina.

Andare oltre la politica di umanizzazione

Al di là della retorica razzista, Israele ha demolito decine di migliaia di case palestinesi a partire dalla sua invasiva fondazione, e ne distruggerà molte altre. Come tale, non c’è nulla di complesso o di ambiguo riguardo a questo cosiddetto “conflitto”. È chiaro chi è l’aggressore – dal punto di vista statistico, storico e materiale.

Eppure, la sofferenza palestinese è intrappolata dentro una cultura della disponibilità. Siamo stati così demonizzati e alienati. Per combattere questa denigrazione, molti palestinesi, me compreso fino a poco fa, scelgono di intraprendere la strada molto problematica di “provare la nostra umanità”.

Per esempio, la polizia israeliana può radunarsi nel mio quartiere in qualsiasi momento e rendere senza casa metà della popolazione già malconcia. Le nostre proprietà diverranno delle case fraterne dalle quali i coloni tormenteranno le rimanenti famiglie finché non se ne andranno. Eppure, non posso dare questa notizia e suscitare una reazione indignata come ci si aspetterebbe.

Poliziotto arresta un attivista di sinistra israeliano durante una protesta contro i coloni ebrei che prendono le case dei palestinesi in Sheikh Jarrah December 11, 2009. (Abir Sultan/Flash90)

Al contrario, devo specificare che a Sheikh Jarrah ci sono anche donne e bambini. Parlo dei settant’anni di mio padre e della fragilità e panico di mia sorella. Racconto delle mie costole contuse, perché strette tra il manganello di un poliziotto e un palo dell’elettricità. Descrivo con precisione la sporcizia e la furia che mi hanno perseguitato nell’ultimo decennio. La realtà dei fatti, cioè gli occupanti abusivi israeliani armati con pistole che sfoggiano davanti alle case che ci hanno strappato, non è sufficiente: dobbiamo anche scattare fotografie dei nostri figli che dormono per strada, degli anziani che muoiono sulle barelle in seguito ad un assalto, e dei nostri giovani picchiati, con gli occhi gonfi e viola.

Come ogni altro palestinese, ho portato con me queste storie sin dall’infanzia, e il carico è diventato sempre più pesante. L’ho sentito. L’ho vissuto. Le cicatrici lo dimostrano. Mi fa svegliare di notte.

Ma non voglio insistere sul mio dolore per ricevere un po’ di compassione. Se qualcuno guarda me, la mia famiglia, la mia comunità, e non vede esseri umani, allora è colpa loro. Il bisogno di umanizzazione deriva da decenni di disumanizzazione, in cui sono state punite le vittime al posto dei colpevoli. A meno che questi sistemi di disumanizzazione non vengano aboliti, i palestinesi rimarranno intrappolati in un circolo vizioso, una ruota per criceti.

Quindi, da oggi in poi voglio dire le cose come stanno. Quello che sta accadendo a Sheikh Jarrah, come nel resto della Palestina, è una pulizia etnica pianificata.

Sappiamo che la nostra lotta non è finita, dal momento che la mia famiglia e i vicini si preparano alla possibilità di dover patire un inverno duro e una pandemia per strada, dovremo continuare a lottare. Tutto ciò è più grande di Sheikh Jarrah. È anche più grande di Gerusalemme, la nostra città natale, la nostra capitale. Riguarda la totalità della nostra terra natia.

Un giorno parlerò di questa sofferenza con un analista. Ma in questo momento il mio obiettivo è quello di cambiare il modo di intendere l’espropriazione subita dai palestinesi e del contesto che l’ha resa possibile. Il nostro movimento non reggerà se si basa sul dolore. Dobbiamo formulare il nostro discorso politico e le nostre richieste, facendo a pezzi il vetro di questa finta legalità e sottrarci alla stagnazione del gioco di umanizzazione. Se il mondo vuole essere con noi, non voglio che ciò avvenga perché abbiamo saputo dimostrare di essere delle “vittime meritevoli”. Il mondo starà dalla nostra parte perché la pulizia etnica, la colonizzazione e l’occupazione militare non devono essere mai tollerate.

Mohammed El-Kurd è uno scrittore e poeta di Gerusalemme, Palestina, che attualmente studia a New York City. Il suo lavoro è apparso su The Nation, The Guardian e Al-Jazeera.

Traduzione a cura di Claudia Vlad da https://www.972mag.com/palestinian-humanization-sheikh-jarrah/

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