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Il Comune di Gerusalemme accende le polemiche cambiando nome ai gradini della Porta di Damasco

Jessica Buxbaum, 3 dicembre 2020

nella foto Un adolescente siede di fronte all’area quasi deserta fuori dalla Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme Est occupata il 2 dicembre 2020 (AFP)

Ci sono critici che denunciano la mossa di nominare l’area in onore di due poliziotte di frontiera uccise, una mossa vista come un tentativo di cancellare ulteriormente l’identità palestinese dalla Città Vecchia di Gerusalemme Est occupata.

Mentre ci avviciniamo alle mura bianche della Città Vecchia di Gerusalemme Est occupata, una serie di gradini a forma di anfiteatro conduce alla Porta di Damasco. Commercianti che portano grandi vassoi sulla testa camminano su e giù, donne in hijab e uomini che indossano la tradizionale kefiah palestinese siedono sui gradini di pietra calcarea mentre i soldati israeliani li guardano tenendo i fucili ben stretti al petto.

Per i palestinesi a Gerusalemme, la Porta di Damasco è un sito di importanza comunitaria, culturale e politica. Ma in ottobre il comune israeliano di Gerusalemme ha piantato un cartello in ebraico “Ma’Allot Hadar Va Hadas” o “Gradini di Hadar e Hadas” in omaggio alle due donne della polizia di frontiera israeliana, Hadar Cohen e Hadas Malka, uccise rispettivamente nel 2016 e nel 2017 in scontri con i palestinesi alla Porta di Damasco.

Il cartello istallato a ottobre fuori della Porta di Damasco (MEE/Jessica Buxbaum)

Questo atto è considerato un altro passo in quella che gli avvocati vedono come la lunga storia del rinominare aree geografiche da parte delle autorità israeliane per cancellare il patrimonio culturale palestinese.

‘Servire la narrativa dell’occupazione’

La decisione è stata presa il 24 settembre 2019 dal Jerusalem Street Names Committee, su richiesta delle famiglie delle due donne e sostenuta dal consigliere comunale Dan Illouz. Mentre uno dei consiglieri del sindaco per gli affari di Gerusalemme est ha detto che il processo di ri-nomina era aperto a dibattito e commenti pubblici, i palestinesi come Rami Saleh, direttore del Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center (JLAC) afferma di aver appreso la decisione solo dopo l’installazione del cartello.

“Come abitanti di Gerusalemme, attraversiamo [la Porta di Damasco] ogni giorno e ci siamo meravigliati di vedere [la municipalità] cambiare il nome di un luogo importante per noi palestinesi”, ha detto Saleh a Middle East Eye. . “E’ un luogo che usiamo per protestare, per rivendicare i nostri diritti e, cosa più importante, su questi gradini della Porta di Damasco molti palestinesi sono stati uccisi. “

Molti palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane negli ultimi anni alla Porta di Damasco, in particolare durante una serie di disordini alla fine del 2015. Su molte delle morti non hanno mai indagato le autorità israeliane. In risposta alla decisione del comune, il JLAC ha pubblicato una petizione online definendo il cambiamento “un nome coloniale che serve alla narrativa dell’occupazione”.

La petizione prosegue affermando che i palestinesi continueranno a riferirsi a questo luogo come ai gradini di Bab al-Amud (che significa “porta della colonna”, nome della Porta di Damasco in arabo), il nome originale del l’ingresso nord-occidentale della Città Vecchia.

“Il motivo per cui questo è importante è che mina fondamentalmente il senso di appartenenza, che è parte integrante dell’essere umano”. Zena Agha, analista politica di Al-Shabaka

Oltre a questa petizione, JLAC prevede di presentare una contestazione al comune. L’organizzazione sostiene che non consultando i palestinesi, il Comune di Gerusalemme “viola il principio del consenso libero, preventivo e informato stipulato nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni”. Nonostante questi sforzi, JLAC ritiene che il caso potrebbe essere portato in tribunale nel prossimo futuro, e si aspetta che il comune risponda affermando che la ri-nomina è il risultato di un procedimento legale accettato all’unanimità dalla commissione.

Questa mossa arriva due anni dopo l’installazione da parte di Israele di un checkpoint con torre di controllo alla Porta di Damasco, atto visto dai Palestinesi di Gerusalemme come mirante ad impedire ulteriormente ai Palestinesi di entrare nella Città Vecchia e limitare il loro accesso alla Porta di Damasco.

Guerra di parole

Mentre i funzionari dell’ufficio del sindaco hanno sottolineato che il nome della Porta di Damasco non era cambiato, ma solo la gradinata, lo storico dell’architettura dell’Università Al-Quds Yousef Natsheh ha confutato questa argomentazione. “Dare un nome diverso ai gradini della Porta di Damasco è un tentativo di separare il monumento della Porta di Damasco dal suo spazio architettonico”, ha detto Natsheh nella dichiarazione di opposizione del JLAC. “Questo è lo spirito, questo è lo spazio, questo è il confine della Porta di Damasco. Come si può separare un’anima da un corpo? “

I tentativi di rinominare l’area intorno alla Porta di Damasco non si fermano alle sue scale. Il comune ha anche approvato le richieste di rinominare Sultan Suleyman Street, un’arteria commerciale palestinese parallela alla Porta di Damasco, in “Heroines Street” in memoria delle poliziotte Cohen e Malka.

Fin dall’inizio di Israele, gli osservatori hanno notato l’uso del linguaggio per affermare il dominio sulla Palestina, come parte di quella che l’analista politica di Al-Shabaka Zena Agha chiama “la costruzione sionista della nazione”.

Israele ha istituito il Comitato governativo per le nomine nel 1950 al solo scopo di trasformare i nomi dei luoghi arabi in nomi ebraici. Questo progetto ha reso in ebraico migliaia di nomi e continua a farlo ancora oggi. “Mentre guidi in Al-Quds, vedi un cartello che dice ‘Yerushalayim’ scritto in arabo”, ha detto Agha a Middle East Eye, riferendosi a Gerusalemme con il suo nome arabo.

“Avere l’ebraicizzazione di questo nome nella lingua parlata dalla comunità emarginata, non è solo un atto di cancellazione, è anche un atto di violenza. Mentre i comitati di Israele per le nomine lavorano per cancellare letteralmente l’arabo dalle mappe, Saleh sottolinea che il governo israeliano sembra ignorare le aree nominate dal Mandato britannico, come King George Street e King Faisal Street.

“Non hanno cambiato quei nomi, quindi perché hanno cambiato i nomi del patrimonio culturale palestinese?” Ha detto Saleh. “Per noi è ovvio. È un atto di colonialismo da parte del comune israeliano. “

Source : Middle East Eye

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi

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