CALL US NOW 333 555 55 65
DONA ORA

Il volo Emirati Arabi Uniti-Israele non è da celebrare

È uno schiaffo in faccia ai palestinesi, che non possono più contare sugli Stati arabi per il sostegno politico.

di Diana Buttu 8 settembre 2020 New York Times

nella foto La scorsa settimana, un volo israeliano è arrivato da Israele agli Emirati Arabi Uniti in quello che è stato considerato un viaggio storico. Credit … Christopher Pike / Reuters

HAIFA, Israele – La scorsa settimana, un aereo di linea israeliano è arrivato da Israele agli Emirati Arabi Uniti in quello che è stato considerato un viaggio storico. Il primo volo in assoluto di questo tipo, il volo diretto è il risultato di un accordo stipulato il mese scorso tra i due paesi. Mentre Israele e l’amministrazione Trump hanno celebrato l’avvenimento, i palestinesi hanno suonato una musica opposta. Il primo ministro palestinese, Muhammad Shtayyeh, ha dichiarato il volo “una palese ed eclatante violazione della posizione araba verso il conflitto arabo-israeliano”. “Avevamo sperato di vedere un aereo degli Emirati atterrare in una Gerusalemme liberata, ma viviamo in un’era araba difficile”, ha detto.

Firmando l’accordo, gli Emirati Arabi Uniti hanno infranto una politica decennale della Lega Araba normalizzando le relazioni con Israele, senza che Israele metta fine al suo dominio militare sui palestinesi e senza un trattato di pace regionale permanente. A differenza degli accordi firmati da Israele con l’Egitto e la Giordania – per restituire la terra a quei paesi – l’accordo con gli EAU non ha alcun costo per Israele, il che ha lasciato molti perplessi sul motivo per cui gli Emirati Arabi Uniti avrebbero agito così.

Nello sforzo di far andar bene l’accordo, l’amministrazione Trump ha affermato che fermerà i piani di annessione che il primo ministro Benjamin Netanyahu di Israele aveva annunciato per parti della Cisgiordania. Ma poco dopo la dichiarazione degli Emirati Arabi Uniti, il signor Netanyahu ha dichiarato che l’annessione non è, di fatto, fuori dal tavolo; è solo sospesa temporaneamente. Quanto alla possibilità di una soluzione a due Stati, per i palestinesi questo accordo non è, come alcuni hanno suggerito, un passo avanti rassicurante. Piuttosto, è un’indicazione di come i principali attori dei precedenti tentativi di pace – Stati Uniti, Israele e paesi arabi – siano disposte ad andare avanti con piani che ignorano i diritti dei palestinesi.

L’accordo degli Emirati Arabi Uniti ora dovrebbe servire occasione di riflessione per l’Organizzazione per la liberazione della Palestina – l’organismo che rappresenta i palestinesi nel mondo – e il suo approccio pluridecennale con Israele.

A partire dal 1993 con la firma degli Accordi di Oslo, l’OLP. ha intrapreso un processo negoziale con Israele che avrebbe dovuto condurre – almeno per come la vedevano i palestinesi – a uno stato indipendente, avviato dal riconoscimento di Israele. Come parte di questo processo negoziale, dozzine di paesi in tutto il mondo hanno stabilito legami economici o uffici commerciali con Israele – inclusi Oman e Qatar – nella convinzione che l’era dei piani espansionistici di Israele fosse finita. Tuttavia, nel tempo, è diventato chiaro che quei piani erano appena iniziati. Oggi il numero di coloni israeliani che vivono in Cisgiordania è più del triplo rispetto a quello del 1993.

Da parte sua, però, l’ OLP ha rincarato: facendo pressione per i negoziati nonostante la loro futilità, e per un maggiore riconoscimento internazionale come stato nonostante la mancanza di una reale sovranità o indipendenza, servendo come subappaltatore per l’esercito di occupazione israeliano, anche se Israele ha continuato a distruggere le case palestinesi ed espropriare terra e risorse .

Con i palestinesi messi da parte, l’accordo degli Emirati Arabi Uniti rende molto chiaro che i palestinesi non possono più contare sugli stati arabi per il sostegno politico. Mentre il re Salman dell’Arabia Saudita ha detto al presidente Trump in una recente telefonata che intende dare priorità a una soluzione equa e permanente della questione palestinese, il suo paese ha autorizzato il volo Israele-Emirati Arabi Uniti ad attraversare il suo spazio aereo. In ogni caso, il fronte diplomatico un tempo unito degli stati arabi a sostegno della causa palestinese si sta chiaramente sgretolando. E se il presidente Trump e il signor Netanyahu vogliono fare a modo loro, altri paesi arabi potrebbero presto seguire gli Emirati Arabi Uniti

Dato questo cambiamento negli atteggiamenti regionali e internazionali, i palestinesi devono chiedersi: oggi, si può davvero dire che l’indirizzo strategico dell’ OLP – quello dei due Stati raggiunto attraverso i negoziati – sta funzionando?

È giunto il momento di avviare una riforma significativa dell’ OLP. Il nostro movimento oggi continua ad essere guidato da individui la cui legittimità democratica è scaduta da tempo. Le ultime elezioni per il Consiglio nazionale palestinese dell’OLP, l’autorità legislativa che rappresenta le politiche dell’organizzazione, si sono svolte più di due decenni fa, e i giovani palestinesi devono ancora avere voce in capitolo su come sarà il futuro. Piuttosto che continuare a premere per una soluzione a due stati, l’OLP dovrebbe invece premere per la parità dei diritti. Sebbene non vi sia un solo partito politico israeliano o palestinese che sostenga una soluzione a uno stato, i sondaggi mostrano che il sostegno alla soluzione dei due stati tra i palestinesi sta calando.

L’Autorità Palestinese, l’organo di governo che è stato istituito dagli accordi di Oslo e che è stato guidato da Mahmoud Abbas dal 2005, attualmente presiede a un’economia indebolita e in declino e la maggior parte dei palestinesi se la cava molto peggio di quando i negoziati iniziarono all’inizio degli anni ’90. Il signor Abbas e altri leader palestinesi dovrebbero mirare a fornire una strategia praticabile per il raggiungimento dei nostri diritti piuttosto che lavorare per placare Israele e la comunità internazionale dei donatori, adottando una strategia anti-apartheid.

Non mi faccio illusioni sulle difficoltà di questa trasformazione. Tuttavia, se l’obiettivo è garantire la libertà palestinese, continuare sul percorso delineato dagli accordi di Oslo non farà che prolungare la sofferenza palestinese. La leadership palestinese e la comunità internazionale insieme devono riconoscere questa realtà e tracciare un nuovo corso autentico che dia la priorità alla realizzazione della libertà palestinese, anziché normalizzare la negazione della libertà.

Diana Buttu è una avvocata ed ex consigliere del team negoziale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi da https://www.nytimes.com/2020/09/08/opinion/uae-israel-palestinians.html?fbclid=IwAR2C4c7EyrtF8oQ3BPbsr4SMaxQB_ziB3SMcHDviCeSN606XDdNWDaeaGw8

Follow The New York Times Opinion section on FacebookTwitter (@NYTopinion) and Instagram.

PalestinaCeL

VIEW ALL POSTS

NEWSLETTER

Iscriviti e resta aggiornato