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A Gaza assediata, i consigli medici servono a poco

Osama Tanous, pediatra, studente del Master in Salute Pubblica, analista politico di Al-Shabaka

Istruzioni come lavarsi le mani, mettersi mascherine, consultare i dottori on line, sono uno scherzo macabro, dato che Israele cerca di far tornare Gaza all'”età della pietra”

Quando paghi la tua bolletta dell’acqua pensa agli altri (quelli che sono nutriti dalle nubi) Quando ritorni a casa, nella tua casa, pensa agli altri (non dimenticare la gente dei campi) ……….Quando pensi agli altri lontani, pensa a te stesso (dì: “se solo fossi una candela nel buio”)

Pensa agli altri, Mahmoud Darwish

La diffusione rapida del COVID-19 e la paura che i presidi medici possano diventare luoghi di contagio hanno incoraggiato la ricerca di nuovi modelli di cura che evitano il contatto fisico. Come molti medici, mi sono rivolto alla “telemedicina” per adattarmi a questi tempi difficili. Questo approccio permette a medico e paziente di stare in contatto per 24 ore al giorno, ogni giorno usando cellulari o webcam di computer, proteggendo così i pazienti, il personale sanitario e la comunità intera dall’esposizione al nuovo corona virus.

Lavorando dalla mia clinica in Haifa, perfettamente equipaggiato e collegato, apprezzo molto l’efficacia di questi metodi nel rassicurare i miei pazienti fornendo loro un servizio sicuro, accessibile e semplice.

Però non riesco a smettere di pensare ai miei colleghi medici nella striscia di Gaza sottoposta al blocco, che ho potuto visitare diverse volte come membro di delegazioni di medici organizzate da Medici per i Diritti Umani –Israele. Mi viene in mente una sciocca domanda che mi uscì durane una delle mie recenti visite agli ospedali e alle cliniche di Gaza: “usate ancora documentazione medica in cartaceo? Perché non usate archivi medici elettronici ?”. La domanda ingenua mi si è subito bloccata in gola, ricordando le frequenti crisi della fornitura elettrica a Gaza prodotte dal blocco imposto da Israele – e dall’Egitto – insieme ai ripetuti bombardamenti israeliani che colpiscono ospedali e infrastrutture mediche. Mi ero sentito stranamente imbarazzato per tutto il tempo della visita. Io, un pediatra palestinese, educato e formato in università e ospedali israeliani, con accesso illimitato alle risorse internet, a corsi di formazione e a conferenze all’estero, ero andato a Gaza per portare “aiuto”, “consulenza” e fare l’”esperto straniero” per brillanti e impegnati medici e infermieri palestinesi che affrontano condizioni lavorative inimmaginabili.

Questi operatori medici sono obbligati a sviluppare le loro capacità con le scarse risorse delle università e dei centri di formazione di Gaza. Hanno a disposizione risorse limitate per accedere a internet e scarsa disponibilità di energia elettrica. L’assedio israeliano impedisce loro di interagire con il mondo esterno, di importare nuove strutture e tecnologie e di partecipare a conferenze internazionali e a borse di studio.

Tuttavia, nonostante tutti questi ostacoli, i medici e gli infermieri di Gaza continuano a lavorare con professionalità in cliniche e reparti sovraffollati con scarsissimi riconoscimenti materiali, costretti a tollerare che i pazienti ripongano maggior fiducia nell’”esperto esterno” quale sono io che ha avuto in sorte di essere nato nella parte “giusta” oltre la Linea Verde.

Disinfezione nelle strade di Rafah

La violenza strutturale è opera delluomo

Nel 1848 dopo aver assistito alla terribile epidemia di tifo nelle regioni marginalizzate e impoverite dell’alta Slesia, Rudolf Virchow scrisse: “questo enorme insieme di miserie non si può superare senza la demolizione del vecchio edificio del nostro stato e realizzare piena e totale democrazia… Intendiamoci bene, non è più una questione di trattare un paziente malato di tifo o un altro con farmaci o con una dieta appropriata, abitazioni e indumenti decenti… Il tifo non avrebbe causato un tale danno se la popolazione fosse stata libera, educata e benestante.”

Più di un secolo e mezzo dopo, di fronte alla epidemia di coronavirus, la diagnosi di Virchow si adatta perfettamente alla situazione di Gaza.

Nella letteratura sulla sanità pubblica, la violenza strutturale è definita come “quell’insieme di condizioni che mettono a rischio le popolazioni”. Sono elementi “integrati nell’ organizzazione politica e economica del nostro mondo sociale”, che generano sofferenze evitabili e non necessarie alla gente comune, danneggiando salute e benessere.

Gli architetti della violenza strutturale si avvalgono della cancellazione della memoria storica come forma di de-socializzazione. Questo permette che delle condizioni di vita crudeli, definite come “sbagliate”, ovviamente “per colpa di nessuno”, siano accettate come normali, mentre prevalgono e diventano egemoniche nuove narrazioni tendenziose della storia. Questo processo è sottile e cresce su se stesso, e richiede la cancellazione di connessioni attraverso lo spazio e il tempo.

In poche parole, si tratta di costringere la gente a dimenticare l’origine della loro oppressione e della loro miseria.

Indiscutibilmente, in nessun luogo questo è tanto evidente come a Gaza. La storia che Israele cerca di cancellare è che la “striscia” di Gaza è in realtà una unità geografica creata artificialmente: una frontiera disegnata da un progetto di colonizzazione per creare un luogo in cui costringere i rifugiati palestinesi lontano dalle loro terre occupate. La maggior parte della popolazione di Gaza è costituita da discendenti di quei rifugiati del 1948 che vivevano ammucchiati e impoveriti in campi profughi in attesa di realizzare il diritto di ritornare nella loro terra”

La cancellazione della memoria avviene anche in altri modi. Quando vedo l’efficiente risposta del governo di Singapore nel contenere il COVID-19 mi ricordo del vecchio mantra di Gaza che poteva diventare la Singapore del Mediterraneo – una storia spesso raccontata da Israele e dai suoi alleati.

“Una Gaza libera e democratica ha la potenzialità di diventare una Singapore del Medio Oriente”, si legge in un lettera al New York Times nel 1988. “Essendo piccola e compatta, permetterebbe un facile sviluppo delle infrastrutture. Un’area di libero scambio lontana dal conflitto potrebbe assumere il ruolo un tempo svolto da Beirut”.

Questa fantasia di uno sviluppo di Gaza sotto occupazione israeliana è svanita. La retorica oggi richiama apertamente l’immagine di Gaza da “spianare”, riportata al medioevo, oppure riportata ancora più indietro “all’età della pietra” . Invece di creare delle sacche di crescita economica per pacificare la Palestina, come si vuole fare nella Cisgiordania occupata – le autorità israeliane fanno calcoli precisi di quante calorie sono necessarie per evitare che i due milioni di residenti di Gaza muoiano di fame soffocati come sono dall’assedio e dagli attacchi militari.

Basta con lassedio!

Per i Palestinesi di Gaza che vivono in queste condizioni, le istruzioni sanitarie di base come lavarsi le mani, indossare mascherine protettive, stare a casa e contattare i medici in telemedicina per combattere il COVID-19, suonano come uno scherzo cinico e sinistro. Anche se i singoli individui potessero fare tutte queste cose, i blocchi e le sanzioni continueranno ad alimentare l’epidemia, ostacolando la capacità di risposta della società, invalidando la popolazione, l’economia e il settore sanitario.

E’ per questa ragione, tra molte altre, che le voci progressiste in tutto il mondo stanno intensificando la richiesta dell’eliminazione delle sanzioni in Iran, Venezuela e Cuba. Lo stesso vale per Gaza. Ora più che mai è urgente togliere il blocco israeliano per permettere la ricostruzione dei servizi sanitari a Gaza e per garantire che i due casi accertati di COVID- 19 non trasformino Gaza in una distopia pandemica.

Nello stesso tempo, non si deve dimenticare che la vera giustizia storica per Gaza – che comprende il diritto a vivere in buona salute e con un buon sistema di cura sanitaria – non si può risolvere con il solo aiuto umanitario. Si può realizzare solo abbandonando la visione della “striscia di Gaza” come un luogo con confini definiti e chiusi e sostituirla con un progetto di futuro che fa rivivere Gaza come la città porto della Palestina – un luogo che permette ai suoi rifugiati di tornare alle loro case.

Traduzione di Gabriella Rossetti https://www.972mag.com/

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