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Il senso della Marcia. Intervista a Salah Abdel Ati

di Alessandra Mecozzi

Appena arrivo a Gaza, il 24 novembre, chiedo a Salah Abdel Ati di incontrarlo. E’ un avvocato, presidente della International Commission to support the Palestinian rights (ICSPR), uno degli organizzatori della marcia per il ritorno. Lo avevo già incontrato lo scorso anno a Gaza e poi a febbraio Roma, per una discussione a Casetta Rossa, durante il suo soggiorno in Europa.

Gli chiedo un quadro della situazione, che cosa succede in ambito politico palestinese. Salah è un forte sostenitore della riconciliazione tra le fazioni palestinesi: il problema più grande da risolvere. Come molte altre persone che incontrerò in questi 8 giorni, è molto teso. “Abbiamo paura di nuovi scontri tra Fatah e Hamas, e di un nuovo attacco da Israele”. Solo pochi giorni prima i bombardamenti hanno provocato 36 vittime, tra cui un’intera famiglia. Una delle tante tragedie e uno dei tanti crimini, che accadono in questa striscia di terra tormentata, su cui i nostri media sorvolano.

Ho sentito parlare di nuove elezioni in tutta la Palestina. Che cosa c’è di vero, di possibile? “Si vogliamo che ci siano finalmente elezioni, che non ci sono da 12 anni, anche per smuovere e cambiare una situazione che sembra bloccata, con l’assunzione di tutti i poteri da parte del presidente Abu Mazen che non riunisce più il Consiglio legislativo e ha messo sotto scacco anche la Corte Suprema. Finalmente sembra che adesso ci sia un accordo tra tutte le fazioni, compresa la Jihad islamica e potremo verificarlo in un incontro di tutti comprese le associazioni e Ong tra due giorni: una riunione per il processo verso le elezioni. L’accordo è di fare prima le elezioni parlamentari e dopo tre mesi quelle presidenziali”. Il suo relativo ottimismo è tuttavia mitigato dal grande problema costituito da Gerusalemme, dove Israele si oppone ad elezioni. Inoltre ci sono diversi parlamentari in prigione. Dopo la riunione mi dirà che il confronto è andato bene, ma che per tutti gli adempimenti e le procedure bisogna vedere ciò che deciderà il presidente della ANP.

Ma – chiedo – queste elezioni, fatte con i soliti candidati e forze politiche potranno portare un cambiamento, data anche la grande sfiducia e frustrazione che c’è in tutte la popolazione, che non crede più in nessuna forza politica “storica”.

“E’ molto probabile, e auspicabile – dice Salah – che ci siano nuove liste e candidature indipendenti, giovani, che sono attivi politicamente e socialmente e su cui contiamo…”

Venerdì prossimo è il 29, 42a giornata internazionale ONU per la Palestina. Inevitabile chiedergli, dato che nei due venerdì precedenti, la Marcia è stata sospesa per gli attacchi di Israele e la situazione di tensione e generale insicurezza, che cosa succederà venerdì prossimo. Salah è stato uno degli iniziatori nel marzo 2018 della Grande Marcia del ritorno, durante la quale sono stati uccisi ad oggi centinaia di palestinesi e ci sono stati migliaia di feriti, molti rimasti invalidi permanenti. Gli chiedo se a suo avviso la marcia continua ad avere un senso, se vale la pena di continuarla, di fronte a questo massacro. Lui è deciso: “Non abbiamo alternative, per far sapere al mondo che cosa succede, certo adesso la partecipazione è diminuita, anche per l’enorme prezzo di sangue pagato dai palestinesi, ma dobbiamo continuare…” Gli chiedo se a suo avviso la marcia ha dato risultati, perché anche da questo si misura il senso della sua continuazione.

Ed anche a questo proposito Salah è molto sicuro: “Certo che ci sono stati risultati, e non solo in termini di drammatica visibilità…Intanto abbiamo detto con nettezza che respingiamo il “deal del secolo” di Trump, con la sua proposta di “vendere” Gaza all’Egitto. Neanche a pensarci! Poi gli Egiziani hanno riaperto il valico di Rafah, (anche se c’è lunga lista di attesa, anche se tra check points e controlli ci vanno 4/5 giorni per raggiungere il Cairo, che in condizioni normali si raggiunge in 5/6 ore di auto, anche se ci sono da pagare pedaggi salati!). Ma è aperto. E’ stato aumentato il numero delle miglia di mare in cui i pescatori possono muoversi per il loro lavoro: adesso sono 15 miglia, prima erano 3 o 4. E Israele ha dato, dopo un lungo periodo di completa chiusura, 5000 permessi ai lavoratori che si recano in Israele da Erez (e in realtà arrivando da Erez, ho visto lunghe code di lavoratori al valico). Permessi anche per persone che devono curarsi in Israele. E’ stato consentito l’arrivo di soldi dal Qatar, 100 euro a settimana per migliaia di persone. E si è mossa anche la Banca Mondiale con investimenti per creare lavoro per i giovani….Sono risultati importanti perché la situazione sociale ed economica è pessima, dopo 12 anni di assedio! E’ aumentato il numero delle famiglie povere, al di sotto della soglia di povertà, anche per il taglio ai salari dei dipendenti pubblici operato dalla ANP! ”

“Tra noi ci sono opinioni diverse, e dobbiamo discutere il da farsi il prossimo venerdì. Forse un diverso tipo di manifestazione, con auto e bandiere…certo il bilancio in termini di vittime è sanguinoso, ma resto dell’idea che la marcia sia l’unico strumento nelle mani delle persone”. Tuttavia il 29 novembre, lo saprò in seguito, il comitato organizzatore ha deciso per il terzo venerdì di sospenderla, per non dare alcun pretesto a Israele di sparare e fare altre vittime. E tuttavia, nello stesso giorno, è stato ucciso da militari israeliani un ragazzo di 16 anni che manifestava pacificamente vicino Khan Younis, con un gruppo di amici.

La strage continua…

PalestinaCeL

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