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LA COSA PIÙ UMANA DA FARE: ADOLESCENTE ISRAELIANA RIFIUTA DI ARRUOLARSI NELL’ESERCITO

Daniel Schultz ,18 anni, è cresciuta credendo che l’esercito israeliano fosse “il più morale” del mondo. Ora andrà in prigione per evitare di prestarvi servizio.

di Oren Ziv – 28 ottobre 2025 su +972 Mag.

Daniel Schultz. (Oren Ziv)

Domenica, la diciottenne Daniel Schultz è stata condannata a una prima pena di 20 giorni in un carcere militare israeliano per essersi rifiutata di arruolarsi nel servizio militare obbligatorio. In uno sviluppo insolito, dopo aver dichiarato il suo rifiuto e aver ricevuto la sentenza presso l’ufficio di reclutamento di Tel Hashomer vicino a Tel Aviv, Schultz è stata rimandata a casa dalle autorità militari in attesa di un appuntamento con il comitato di coscienza.

“Il mio rifiuto non è un atto eroico”, ha scritto in una dichiarazione pubblicata prima della sua condanna. “Non mi rifiuto perché credo che la mia azione individuale cambierà la realtà, e non credo che le mie scelte come israeliana meritino un’attenzione centrale nel dibattito sulla Liberazione Palestinese. Mi rifiuto perché è la cosa più umana da fare. Di fronte a bambini morti di fame, interi villaggi sradicati con la violenza e civili mandati nei Campi di Tortura, non c’è altra scelta”.

“A Gaza, in Cisgiordania e nella terra del ’48, lo Stato di Israele e i suoi cittadini impongono un regime da incubo al popolo palestinese, e l’opinione dominante israeliana è che ogni passo del genere risponda a una ‘necessità di sicurezza’”, continua la dichiarazione di Schultz. “Un Paese la cui sicurezza richiede lo sterminio di un altro popolo non ha diritto alla sicurezza”.

“Una società capace di queste azioni è malata”, ha aggiunto. “La società israeliana non ha alcuna possibilità di riabilitazione finché il Sionismo sarà il suo principio inscindibile”.

Due giorni prima, decine di persone si erano radunate sul Rothschild Boulevard di Tel Aviv per una manifestazione di solidarietà a sostegno di Schultz, organizzata dalla rete di obiettori di coscienza Mesarvot. I passanti, tra cui un soldato in uniforme, hanno aggredito fisicamente e insultato i manifestanti.

L’obiezione di coscienza è eccezionalmente rara in Israele. Schultz si unisce a circa 20 adolescenti israeliani che sono stati incarcerati per essersi rifiutati pubblicamente di arruolarsi dall’inizio del Genocidio due anni fa. Secondo Mesarvot, l’esercito ha adottato una linea sempre più dura nei confronti di questi giovani Refusenik, rimandandoli ripetutamente in prigione dopo la scadenza della pena, trattando il loro continuo rifiuto come un “nuovo” reato.

Il primo ad essere incarcerato dopo il 7 ottobre, Tal Mitnick, ha scontato 185 giorni; un altro, Itamar Greenberg, è stato incarcerato per quasi 200 giorni, la pena più lunga per un obiettore di coscienza in oltre un decennio. Mesarvot ha affermato che l’esercito ha anche smesso di esentare chi si rifiuta dopo 120 giorni di carcere, una prassi precedentemente comune.

Yuval Peleg, un altro obiettore di coscienza, è attualmente in attesa di ulteriore condanna dopo aver già scontato 90 giorni di carcere in tre mandati. Due soldati che hanno iniziato il servizio militare e poi si sono rifiutati, Omer Yoran e un soldato la cui iniziale è R., sono stati anch’essi condannati la scorsa settimana a una pena iniziale di 20 giorni di carcere.

In un’intervista con +972 Magazine, prima di presentarsi all’ufficio reclutamento, Schultz ha spiegato di non essere cresciuta con idee di sinistra radicale. “Ero piuttosto centrista, con valori liberali e umanisti”, ha detto. “L’idea che l’IDF fosse ‘l’esercito più morale del mondo’ era una parte significativa della mia visione del mondo”.

Quella prospettiva iniziò a cambiare quando, all’età di 16 anni, si iscrisse a un collegio internazionale a Givat Haviva, nel Nord di Israele, dove studenti israeliani, palestinesi e internazionali studiavano insieme. “È stata la prima volta che ho incontrato e parlato con i palestinesi”, ha ricordato. “Nei primi sei mesi lì, mi sono improvvisamente trovata esposta alle ingiustizie: la realtà in Cisgiordania, l’Apartheid vissuta dai palestinesi all’interno della Linea Verde e la situazione a Gaza anche prima dell’inizio del Genocidio”.

Quando hai deciso di rifiutare?

Ho deciso che non volevo arruolarmi in quel periodo mentre studiavo a Givat Haviva. Avevo una compagna di stanza palestinese, con cui parlavo fino a tarda notte durante i primi sei mesi di scuola. L’ascoltavo incantata.

Ho sentito di suo zio che ha partecipato alle manifestazioni in Cisgiordania, disperse dall’esercito israeliano con il fuoco vivo nel maggio 2021. Ho sentito come i suoi genitori, che sono cittadini di Israele, si ritraggano per la paura ogni volta che vedono un soldato. Ho sentito quanto fosse arrabbiata e ferita per il fatto che alcuni dei suoi amici avessero scelto di arruolarsi. Mi ha colpito profondamente.

Tornavo a casa nei fine settimana e chiedevo ai miei genitori se sapessero che queste cose stavano accadendo. Le loro risposte erano diverse. Vedevano la realtà come più complessa di me. Io vedo il male, e il mio primo istinto è quello di resistergli. Ci sono state molte discussioni, ma sono sempre stati molto empatici. Hanno capito da dove venivo e non mi hanno biasimato per i miei sentimenti nei confronti dello Stato o dell’esercito.

Inizialmente, pensavo che avrei ottenuto un’esenzione per pacifismo o ragioni psicologiche. Ma col passare del tempo, mi sono resa conto che la scelta di non arruolarmi è intrinsecamente politica e porta con sé una dichiarazione politica. Quindi non posso farlo in silenzio e fingere che l’intero sistema vada bene e che il problema sia io. La mia affermazione è che il problema è il Sistema e che scelgo di non arruolarmi.

Ho amici di scuola le cui intere famiglie sono state sterminate in una notte a Gaza. Quel dolore e quello shock sono insopportabili.

Come hanno reagito la tua famiglia e i tuoi amici al tuo rifiuto?

I miei familiari non sono molto d’accordo con me. È difficile per loro la mia esposizione pubblica a seguito del rifiuto di arruolarmi, ma alla fine mi amano e mi sostengono. Non sento che siano arrabbiati con me o che pensino che non dovrei farlo, e questo mi rafforza.

La maggior parte delle persone intorno a me, la maggior parte dei miei amici, appartengono alla stessa cerchia di sinistra radicale. Il mio compagno è appena uscito di prigione per essersi rifiutato di arruolarsi ad agosto; sento un sostegno enorme e inequivocabile.

Il tuo rifiuto è un messaggio per gli altri giovani israeliani prima che si arruolino?

Credo che il messaggio più chiaro che posso inviare alla società israeliana attraverso il mio rifiuto è che arruolarsi è sempre una scelta. Molte persone vivono con la percezione che sia qualcosa che ci capita e basta: compi 18 anni, ricevi la chiamata alle armi, una situazione passiva. Ma c’è sempre una scelta.

Conosco persone che non sostengono ciò che fa l’esercito, ma ritengono che l’arruolamento sia loro imposto. Il mio messaggio è che questo semplicemente non è vero. Se ti viene chiesto di fare qualcosa che va contro la tua morale, hai sempre il diritto di dire di no.

Stai anche cercando di mandare un messaggio ai palestinesi con il tuo rifiuto?

Spero che il mio rifiuto dia ai palestinesi un po’ di speranza. Tuttavia, stiamo parlando di poche decine di persone che si sono rifiutate di arruolarsi su una schiera di decine di migliaia. Non è abbastanza. Ma se attraverso le mie azioni e le mie parole posso far sentire i palestinesi, soprattutto i miei amici di scuola, considerati, allora ho fatto la mia parte.

È stato difficile rifiutare pubblicamente, visto tutto l’odio e l’incitamento che accompagnano un atto del genere?

Sono terrorizzata, ma credo che con il mio rifiuto abbia guadagnato una posizione importante, che altrimenti non avrei avuto. Parlo ebraico e mi rivolgo a un pubblico israeliano, esprimendo una posizione che non è rappresentata nei media israeliani. Sento il dovere di cogliere questa opportunità, di parlare a voce alta e dire ciò che penso, anche se è spaventoso.

È consentito portare in prigione alcuni libri e CD, previo controllo e approvazione all’ingresso. Quali porterai?

Molti libri. Porterò “Disobbedienza Civile” di Henry David Thoreau e “Di Chi Sei Figlia?” di Yali Hashash, sul femminismo Mizrahi. Ma non credo che i Refusenik debbano leggere solo teoria in prigione, io soffro comunque lì, quindi porto con me dei bei libri per giovani adulti: “Hunger Games” e il suo prequel “Sunrise on the Reaping”. Porto con me anche album dei Queen, Rona Kenan e Nurit Galron, tutte le opere teatrali e le canzoni di Hanoch Levin e “Brat” di Charli XCX.

Oren Ziv è un fotocorrispondente, giornalista per Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

Traduzione: La Zona Grigia

PalestinaCeL

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