CALL US NOW 333 555 55 65
DONA ORA

Molte delle persone uccise a Gaza sono rimaste sepolte sotto le macerie. Sono morte lentamente e silenziosamente.

di Amira Hass da Haaretz 23.10.2023

Decine di migliaia, compresi bambini piccoli, anziani, disabili e malati, fuggono per salvarsi la vita sotto gli attacchi dell’IDF, ma nella Striscia di Gaza nessun luogo è veramente sicuro. Per i sopravvissuti è evidente che se le minacce di Israele si dovessero materializzare completamente, molti non avranno alcun luogo in cui tornare.

Nelle prime ore del mattino di sabato – poche ore dopo il rilascio di Judith e Natalie Raanan, e poche ore prima che venisse aperto il valico di Rafah per una goccia nel mare degli aiuti umanitari necessari – secondo quanto riferito dall’agenzia stampa palestinese Sama, i bombardamenti israeliani sono riusciti a uccidere circa 60 palestinesi in tutta la Striscia di Gaza.


Secondo il Ministero della Salute di Gaza, da sabato sera il numero di persone uccise nei bombardamenti israeliani ha già superato i 4,380, compresi 1,756 bambini e 967 donne. Oltre un migliaio di persone sono disperse: la maggior parte sono quelle che le squadre di soccorso non sono riuscite a estrarre dalle macerie. Alcune sono state uccise all’istante, mentre altre sono morte lentamente. Alcune stanno morendo mentre scrivo queste parole.

Tra le persone uccise quella mattina, secondo quanto riferito da un reporter di al-Jazeera inglese, sette a Rafah. La pressione costante che dal 7 ottobre serra la gola, si è solo intensificata. Molti vecchi amici e conoscenti vivono a Rafah, o sono evacuati da lì, dopo che avvertimenti e bombardamenti dell’esercito israeliano li hanno costretti a lasciare le loro case a Gaza e nei campi profughi di Shati e Jabaliya.

Ormai da qualche giorno è difficile raggiungerli al telefono. O è danneggiata l’infrastruttura, o la rete è sovraccarica. Lascio ogni giorno messaggi WhatsApp che in genere ottengono una sola spunta, il che significa che non vengono letti perché non c’è Internet. Anche messaggi su Messenger di Facebook sono rimasti senza risposta.

In effetti non sono davvero messaggi. Scrivo solo il nome dell’amico o amica, o scrivo habibi o habibti, o dove sei. Per fargli sapere che aspetto di avere loro notizie. Ogni spunta singola o mancanza di risposta è un altro macigno sul cuore. Tra gli altri ho scritto a una madre e sua figlia della famiglia a-Samouni, sopravvissute alla guerra del 2009. 29 componenti della loro famiglia allargata sono stati uccisi, 21 nel bombardamento di una struttura in cui i soldati avevano riunito un centinaio di persone dopo avergli ordinato di lasciare le loro case. Anche loro non rispondono.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, fino al 18 ottobre nell’attuale guerra 79 famiglie hanno perso 10 o più componenti delle loro famiglie. 85 famiglie hanno perso tra sei e nove dei loro parenti, e 320 famiglie hanno perso da due a cinque componenti ciascuna. Il ricercatore sul campo di B’tselem a Gaza, Ulfat al-Kurd, ha perso 15 persone della sua famiglia in un bombardamento. La più anziana una donna di 65 anni, la più giovane un bambino di 2.

Uno degli obiettivi dei bombardamenti di giovedì è stato il compound della chiesa greco-ortodossa nel quartiere di Zeitun di Gaza. Come in ogni guerra, anche questa volta la chiesa ha fatto da riparo a centinaia di persone sradicate – cristiani e musulmani. 18 persone sono rimaste uccise nel bombardamento. Musulmani e cristiani, compresi quattro miei amici che si erano trasferiti a Ramallah 10 anni fa.

Alle 10:30 di sabato mattina, la mia amica Salma ha risposto su WhatsApp. Che solievo. “Buon giorno,” ha scritto, per abitudine, e a ha confermato “È stata una dura notte di bombardamenti, difficile da descrivere.” Una settimana fa con suo figlio e i nipoti era fuggita da Gaza nella casa di sua sorella Rafah. Le ho scritto: Spero che tu ora possa dormire perché stanno giusto riferendo che il valico di Rafah verrà aperto per 20 camion con aiuti umanitari, e sicuramente in questo lasso di tempo non bombarderanno, ma lei ha risposto: “Amira, la mia casa a Gaza non c’è più.” Da quando, ho chiesto. “Ora hanno bombardato il nostro intero progetto abitativo.” La sola cosa che ho potuto scriverle e che continuo a scrivere e dire è :“Sono senza parole.”

So per certo di cinque dei miei amici e conoscenti che hanno perso la casa nei bombardamenti israeliani. Due famiglie hanno perso la casa nei primi due giorni di bombardamento. Immagino che tra quelli che conosco, che non sono riuscita a contattare, anche molti altri abbiano perso le loro case. A Beit Hanoun, a Beit Lahia, a Jabalya. Non so dove stanno vagando ora. Se sono vivi. Fino ad ora, queste tre parole rifiutavano di essere scritte.

Una mia amica e la sua famiglia, compresa la madre anziana, erano in un appartamento a Gaza fino a due giorni fa, insieme a un cognato in sedia a rotelle, quasi completamente immobilizzato che impediva loro di evacuare verso sud. “Siamo nel corridoio,” ha scritto. È qualcosa di protetto. Quando siamo riuscite a parlare mi ha detto che ero in viva voce perché tutti potessero sentirmi, ma che la connessione era saltuaria. “Stiamo bene” mi ha scritto venerdì pomeriggio. “È stata una notte terribile [di bombardamenti]. Come all’inferno.” Da allora non l’ho più sentita. Vivono vicino all’ospedale della Croce Rossa che venerdì ha ricevuto da Israele l’avviso indirizzato agli amministratori che dovevano evacuare dall’edificio i pazienti, lo staff e le persone sfollate che vi si erano rifugiate.


“Secondo il Ministero dell’Edilizia di Gaza, dall’inizio delle ostilità almeno il 30 percento di tutte le unità abitative della Striscia di Gaza sono state distrutte o danneggiate,” afferma il rapporto ONU pubblicato domenica. Ho accompagnato alcuni dei miei amici 25 anni fa quando hanno aggiunto un piano alla casa di famiglia nel campo profughi, e quando alcuni hanno lasciato il campo o hanno traslocato a Gaza City, risparmiando centesimo per centesimo e facendo perfino debiti. Questi sono appartamenti in cui ho dormito, dove sono stata ospite, giocato coni più piccoli che ora hanno 18 o 20 anni.

Immagino i libri nell’appartamento della mia amica Salma e in quello sottostante – di suo figlio Karmel. Libri sepolti sotto le macerie dell’edificio, o bruciati. Immagino i giocattoli dei nipoti, i computer con i quali i miei amici curavano le storie e gli articoli che scrivevano, ricerche e lettere e foto. Quanto è stato salvato sul cloud? Penso ai mobili pesanti nella casa di R e allo scarso arredamento nella casa di N. Ai sorprendenti giardini che alcuni di loro sono riusciti a curare in piccoli cortili. Quando finirà l’incubo, a un certo punto deve finire, saranno indigenti. Come lo erano i loro genitori e nonni nel 1948.

E se Israele dovesse dare seguito alla sua minaccia di ridurre ancora di più la Striscia di Gaza (che vuol dire occupare e annetterne una parte) – perderanno anche la terra sulla quale è stato costruito il loro palazzo o la loro casa. Di nuovo.

Domenica il numero di feriti era arrivato almeno a 13,000, secondo le autorità della Striscia. Alcuni di loro sono negli ospedali dove secondo i rapporti i chirurghi sono costretti a operare con la luce dei loro cellulari perché non c’è elettricità. Le cliniche e gli ospedali che ancora funzionano danno anche alloggio a migliaia di persone sradicate in cerca di rifugio e di un minimo di sicurezza. Dall’esplosione dell’ospedale al-Ahli Hospital, la gente sa per certo che nessun posto è sicuro.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato 62 attacchi contro centri medici: 29 strutture di servizi sanitari sono state colpite e danneggiate, compresi 19 ospedali, e 23 ambulanze sono state colpite. Sette ospedali hanno smesso di funzionare: o perché gravemente danneggiati o perché gli è stato richiesto di evacuare pazienti e staff. Il grande ospedale della Croce Rossa ora li seguirà, o gli sforzi dell’ONU e delle organizzazioni mediche internazionali lo impediranno?

Nelle statistiche ci sono anche sette componenti di una famiglia di miei amici a Rafah. Una bomba israeliana ha colpito direttamente una casa vicina alla loro. Due degli occupanti sono stati uccisi. Schegge dirette, onde d’urto, crollo di muri, finestre rotte, pannelli andati in frantumi hanno causato ferite a sette persone nella casa del mio amico. Questo è stato una settimana fa, il 12 ottobre, quando sempre più residenti del nord della Striscia di Gaza stavano fuggendo verso sud e a Rafah. Non so ancora nulla.

Il 13 ottobre, come al solito ho scritto a Yazan che ho conosciuto durante la prima Intifada quando aveva 16 anni. “Stiamo bene,” ha risposto Yazan. Ho approfittato del fatto che Internet stava funzionando e ho fatto una chiamata vocale. E allora mi ha raccontato delle loro ferite. Uno dei bambini era stato trattenuto in ospedale per la notte. Venerdì mattina mi ha scritto di nuovo “Stiamo bene.” Alla mia domanda ha risposto che c’era poca acqua, ma non ha fornito particolari. Ho deciso di smettere di dargli fastidio facendo domande.

Un altro amico costretto a fuggire da Gaza verso Rafah, a casa di sua sorella, ha scritto che hanno pagato 400 shekel per un serbatoio d’acqua da 500 litri. Ma quella non è acqua potabile. Acqua potabile pulita attualmente si vende a 15 shekel al litro.

Un’altra famiglia di amici di Gaza City ha trovato rifugio nell’appartamento di amici a Deir al-Balah e un’altra famiglia a Khan Yunis. Venerdì ha visto 15 persone uccise nel bombardamento di strutture a Deir al-Balah e 38 nei bombardamenti a Khan Yunis. Secondo rapporti dell’ONU, in questi attacchi centinaia di persone sono rimaste ferite.

Un’altra famiglia di amici ha trovato riparo in una scuola dell’UNRWA nel centro della Striscia. 13 componenti della famiglia in un’aula che misura 20 metri quadrati. Una nonna è cieca e paraplegica. L’altra soffre di fibrosi. Entrambe erano giovani ragazze nel 1948. Uno dei fratelli ha il morbo di Parkinson. E ora ci sono due bambini, di diciotto mesi, che obbligano all’attenzione che i bimbi richiedono.

“Ognuno di noi gioca a nascondino con le uccisioni israeliane. Trionferemo e vinceremo,” ha scritto il mio amico, nel messaggio successivo ha scritto: “Finora, fisicamente, stiamo bene.”

Traduzione di Sveva Haertter

PalestinaCeL

VIEW ALL POSTS

NEWSLETTER

Iscriviti e resta aggiornato