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Rivolta della disperazione

Il retroscena coloniale della guerra tra Israele e Hamas e i suoi alleati viene ignorato dalla politica e dai media


di Norman Paech, da Junge Welt del 18 ottobre 2023

La classe politica, sia nel governo, nei partiti o nei media, evidentemente ha trovato il suo ceterum censeo: Hamas deve essere distrutta – costi quel che costi. Lasciando da parte la discutibilità politica di questo slogan, esso contiene un errore fondamentale. Riduce l’assalto e lo scoppio di violenza alla responsabilità di un’organizzazione, Hamas. Ha dimenticato la storia delle lotte di liberazione coloniali in Africa, i cui vertici militari erano sempre formati da una o due organizzazioni. Che fosse l’FLN in Algeria, l’ANC in Sudafrica, la SWAPO nell’Africa sudoccidentale, l’MPLA in Angola, PAIGC in Guinea-Bissau, Frelimo in Mozambico o l’OLP in Palestina, sono tutte state combattute come terroriste. Ma erano solo il braccio politico-militare di un popolo che lottava per la sua liberazione. In tutte queste guerre di liberazione, la legalità internazionale ha avuto una posizione disperata.

Politica e media anche oggi non vogliono comprendere che qui a Gaza così come in Cisgiordania si tratta di una lotta di liberazione dell’intero popolo palestinese contro oppressione, espropriazione, violenza e privazione di dignità che dura da decenni. Non dobbiamo dimenticare e rimuovere che la popolazione palestinese, quella violenza che ora viene lamentata con così tante immagini e parole, l’ha vissuta ripetutamente a livello praticamente quotidiano in oltre 75 anni di assalti e massacri da Deir Yassin fino a Masafer Yatta. È sempre insorta per opporsi – in vano. Ora la situazione disperata, come nella rivolta in un carcere, ha portato a un’esplosione.

La vendetta non risolve niente

Quando Israele con il sostegno degli USA e dell’alleanza NATO insiste per cancellare, annientare Hamas come reazione e di radere al suolo Gaza a costo di migliaia di vittime civili, commette il secondo errore: in questo modo la resistenza del popolo palestinese contro la violenza dell’Apartheid non è stata spezzata. Si può annientare un’organizzazione, ma non un popolo. Oggi l’ONU e una coscienza anti-coloniale ancora presente nel mondo lo impedirebbero. Si può soddisfare il proprio desiderio di vendetta, ma con questo non si può garantire la pace. Tutte le potenze coloniali classiche si sono dovute ritirare dalle loro colonie. Israele, una colonia, in questo non farà eccezione.

Il diritto internazionale e diritti umani in questo conflitto da tempo non hanno più svolto un ruolo. Dalla fondazione dello stato israeliano sono stati continuamente trascurati e violati nei confronti del popolo palestinese. Israele non ha mai riconosciuto le Convenzioni di Ginevra per i territori occupati. Le potenze garanti di Israele, sopratutto gli USA e la RFT, hanno coperto e accettato tutte le violazioni del diritto internazionale. I tribunali internazionali solo negli ultimi anni sono stati invitati alla verifica della politica di colonizzazione e dei crimini di guerra, cosa che a causa della resistenza delle potenze garanti è immediatamente stata bloccata.

Mentre i popoli africani all’interno dell’ONU hanno dovuto lottare per il riconoscimento politico e giuridico della loro lotta, questa lotta ora è fermamente ancorata nelle risoluzioni delle Nazioni Unite e nei protocolli aggiuntivi delle Convenzioni di Ginevra. Ciononostante il diritto internazionale e i diritti umani dall’inizio del conflitto hanno un ruolo solo nelle conferenze stampa e nelle dichiarazioni pubbliche. Esistono, ma finora non hanno potuto dare un contributo alla pace nella regione.

La reazione politica nei confronti dei palestinesi in Germania mi ricorda il periodo dopo l’assalto del PFLP alla squadra olimpica israeliana nel 1972 a Fürstenfeldbruck. Regnava un clima da pogrom che fece sì che molti palestinesi lasciassero la Germania. Quando il maggiore giornale scandalistico tedesco Bild titola in prima pagina con la notizia rivelatasi falsa »Neonati con le teste tagliate«, questo resta a lungo nella testa dei lettori e produce un odio duraturo contro tutti i palestinesi. Le loro manifestazioni e iniziative vengono vietate e le loro reti minacciate di chiusura, non possono più nemmeno essere certi di non essere espulsi. La base giuridica di queste misure è per lo più discutibile, ne decidono i tribunali, una volta in un modo, una in un altro.

L’occupazione deve finire

No, queste righe non sono una giustificazione dell’orgia assassina che i miliziani di Hamas hanno commesso nel loro assalto, non una tacita approvazione dei canti di vittoria nelle piazze d’Europa. Sono dettate dal timore che l’ »immagine terroristica« di Hamas in tutta la crudeltà dell’assalto, copra il vero carattere di questa violenza come sollevazione della società palestinese. Che ci si continui a rifiutare di percepire la miseria dell’esistenza palestinese sia a Gaza sia in Cisgiordania e di riconoscere l’occupazione coloniale e l’Apartheid di decenni come vera ragione dell’improvvisa violenza. Si era annunciata da tempo e non sparirà con nessuna guerra di annientamento.

Nei loro pellegrinaggi a Gerusalemme, i capi di governo degli USA e della Germania consegneranno solo i loro attestati di solidarietà e peroreranno una conduzione umanitaria della guerra. Ma mancheranno di esercitare pressione sul governo israeliano per imporre l’unico mezzo per la rimozione della violenza: rinunciare all’occupazione e rendere possibile alle e ai palestinesi la promessa fondazione di un proprio Stato. A casa però la pressione sulla popolazione araba porterà a far crescere l’odio nei suoi confronti, a emarginarla e escluderla. Questo divide la società e promuove il razzismo. Come conseguenza la popolazione ebraica verrà attaccata sempre più frequentemente e l’antisemitismo diventerà ancora più forte. Infine aumenterà la violenza, e l’impiego della polizia non potrà calmare il clima di inimicizia. Una politica non molto intelligente, con conseguenze prevedibilmente dannose.

Norman Paech è professore emerito di scienze politiche e diritto pubblico e dal 2005 al 2009 ha fatto parte del parlamento tedesco per Die Linke

Traduzione dal tedesco di Sveva Haertter

https://www.jungewelt.de/artikel/461371.nahostkonflikt-aufstand-der-verzweiflung.html

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