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La guerra di Israele contro i bambini

Gideon Levy da Haaretz 5 dicembre nella foto: Ali Abu Alia, 13 anni, ucciso dai militari israeliani pochi giorni fa

La scorsa settimana eravamo nel campo profughi di Al-Arroub, alla ricerca di un’area aperta in cui sederci, per paura del coronavirus. Non ce n’era uno. In un campo profughi in cui le case si toccano, i cui vicoli sono larghi quanto un uomo e cosparsi di immondizia, non c’è posto dove sedersi all’aperto. Un giardino o una panchina sono un sogno; non c’è nemmeno un marciapiede. È qui che vive Basel al-Badawi. Un anno fa, i soldati hanno sparato a suo fratello a morte, davanti ai suoi occhi, senza motivo. Due settimane fa, Basel è stato strappato dal letto in una notte fredda e portato, a piedi nudi, per essere interrogato. Ci siamo seduti nella casa angusta della sua famiglia e ci siamo resi conto che non c’era una via di “uscita”. Mentre eravamo lì, i soldati israeliani hanno bloccato l’ingresso al campo, come fanno ogni tanto, arbitrariamente, ed è aumentato il senso di soffocamento.

Palestinian children play at a beach in Gaza City, on November 18, 2020.
Bambini palestinesi giocano sulla spiaggia a Gaza City, on November 18, 2020. Credit: MOHAMMED ABED/AFP

Questo è il mondo di Basel, questa è la sua realtà. Ha 16 anni, un fratello morto, ed è stato rapito dal suo letto nel buio della notte dai soldati. Non ha nessun posto dove andare tranne la scuola, che è chiusa per una parte della settimana a causa di COVID-19. Basel ora è libero, più fortunato di altri bambini e adolescenti. Circa 170 di loro sono attualmente detenuti in Israele. Altri bambini vengono colpiti dai soldati, feriti e talvolta uccisi, senza distinzione tra bambini e adulti – un Palestinese è un Palestinese – o tra una situazione pericolosa per la vita e un “disturbo pubblico”.

Venerdì hanno ucciso Ali Abu Alia, un ragazzino di 13 anni. Con un colpo letale all’addome. Nessuno ha potuto rimanere indifferente alla vista del suo viso innocente nelle fotografie e della sua ultima immagine – in un sudario, con il viso scoperto, gli occhi chiusi, mentre veniva portato alla sepoltura nel suo villaggio. Ali, come ogni settimana, era andato con i suoi amici a manifestare contro gli avamposti selvaggi e violenti spuntati dall’insediamento di Kokhav Hashahar, per appropriarsi della restante terra del suo villaggio, al-Mughayir. Non c’è niente di più giusto della lotta di questo villaggio, non c’è niente di più atroce dell’uso della forza micidiale contro i manifestanti e non c’è nessuna possibile giustificazione nello sparare ad Ali all’addome. In Israele, ovviamente, nessuno si è interessato durante il fine settimana alla morte di un bambino, un altro bambino.

באסל באדוויי לצד תמונה של אחיו עומר בביתו, השבוע.
Basel Al Badawi nella sua casa con una foto di Omar al muro, in Al Arroub campo profughi, November 2020. Credit: Alex Levac

Fino al corrente anno scolastico, circa 50 bambini della comunità pastorale di Ras a-Tin hanno studiato presso la scuola di al-Mughayir, il villaggio del ragazzo defunto. Per partecipare alla scuola dovevano camminare per circa 15 chilometri (9.3 miglia) ogni giorno, andata e ritorno. Quest’anno i loro genitori, con l’aiuto di un’organizzazione umanitaria della Commissione europea con sede in Italia, hanno costruito loro una scuola modesta e graziosa nel villaggio. L’Amministrazione Civile israeliana minaccia di demolirla, e nel frattempo molesta alunni e insegnanti con visite a sorpresa per verificare se i servizi igienici fossero, ci mancherebbe, collegati a un tubo dell’acqua – in un villaggio che non è mai stato allacciato alla corrente rete o all’approvvigionamento idrico. I bambini di Ras a-Tin dovevano aver conosciuto Ali, il loro ex compagno di classe, ora morto.

I bambini non conoscevano Malek Issa, di Isawiyah, a Gerusalemme est. Il bambino di 9 anni ha perso un occhio dopo essere stato colpito da un proiettile con la punta di spugna sparato da un agente di polizia israeliano. Giovedì il dipartimento del ministero della Giustizia che esamina le denunce di cattiva condotta della polizia ha annunciato che nessuno sarebbe stato accusato della sparatoria, dopo 10 mesi di indagini approfondite. È bastato che i poliziotti coinvolti sostenessero che erano state lanciate pietre contro di loro, forse uno di loro ha colpito il ragazzo. Ma nessun video mostra lanci di sassi, né ce ne sono altre prove. Anche gli assassini di Ali possono dormire tranquilli: nessuno li perseguirà. Tutto quello che hanno fatto è stato uccidere un bambino palestinese.

Mourners carry the body of Palestinian teenager Ali Abu Alia during his funeral in the village of Mughayir near Ramallah in the Israeli-occupied West Bank, on December 5, 2020.
Persone in lutto portano il corpo di Ali Abu Alia durante il funerale nel villaggio di Mughayir vicino Ramallah, on December 5, 2020. Credit: ABBAS MOMANI/AFP

Questi e molti altri incidenti si verificano in un periodo tra i più silenziosi della Cisgiordania. Questo è il terrore in atto, operato dallo Stato. Quando sentiamo parlare di episodi di questo tipo in odiose dittature – bambini che vengono strappati dai loro letti nel cuore della notte, un ragazzo che è stato colpito a un occhio, un altro che è stato colpito e ucciso – ci vengono i brividi lungo la schiena. Sparare ai manifestanti? Ai bambini? Dove accadono queste cose? Non in qualche terra lontana, ma a solo un’ora di macchina da casa tua; non in un regime oscuro, ma nell’unica democrazia.

Cosa pensereste di un regime che permette di sparare ai bambini, che li rapisce nel sonno e rade al suolo le loro scuole? Questo è esattamente quello che dovete pensare del regime qui nel nostro paese.

The 9-year-old Palestinian boy who was wounded in Isawiyah at Hadassah Ein-Kerem Hospital in Jerusalem, on February 18, 2020.
Un bambino palestinese di 9 anni ferito ad Isawiyah nell’ ospedale Hadassah Ein-Kerem a Gerusalemme, February 18, 2020.Credit: Ohad Ziegenberg

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi da Haaretz 4 dicembre 2020

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