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Ahmed Mortaja giornalista

Passages through genocide

Scrittore nato nel 1996 nella città di Gaza. Ha studiato psicologia ed è stato attivo in diverse organizzazioni culturali della città. È sopravvissuto a un bombardamento che ha distrutto la sua casa il 28 ottobre. È uscito da sotto le macerie e continua a scrivere.

11 ottobre, 12:12

In guerra,  le notti si sfidano su quale sarà la più difficile.

13 ottobre, 12:56 AM

Salve. Ahmed da Gaza vi sta parlando.

Mi preoccupa il fatto che il mio nome diventi una notizia dell’ultima ora, dove ad esempio si dice: “…un numero X di corpi di vittime sono stati recuperati durante un violento bombardamento in diverse aree” e che io diventi un numero spento che si aggiunge al contatore che non ha smesso di contare fino a questo momento. Non vorrei che il mio nome e quello della mia famiglia diventassero solo numeri, pari o dispari.

Ho molti sogni, per esempio quello di viaggiare al di fuori del mondo di Gaza, in un mondo più ampio… scoprirlo, provare a parlare in altre lingue con gli altri e credere veramente alle scene, alle immagini e alle esperienze che vedo su internet, che mostrano il mondo e la sua diversità.

Vi sto parlando ora, senza avere alcuna informazione su ciò che sta accadendo fuori. Fuori da casa mia, intendo, quella in cui siamo tornati dopo che la nostra zona è stata bombardata qualche giorno fa. Non c’è modo di comunicare con nessuno. I suoni dei bombardamenti non si sono fermati e le bombe luminose illuminano la zona, avvertendo dell’ignoto.

Quello che temo di più è che tutto diventi “normale”: normale che la casa venga bombardata, anormale che non le sia stato dato un avvertimento. Normale è che il bambino muore, anormale è che è morto urlando… E molte altre cose, che non possono stare in un sms.

Io sono Ahmed, e i miei amici mi chiamano (Asem/Asoumi). A proposito, non ho molte notizie dei miei amici. Li tengo d’occhio attraverso brevi video, ogni volta che ho l’opportunità di essere online. Controllo tutti i volti, mi rassicuro che i miei amici non siano tra loro. Allo stesso tempo, mi rendo conto che tutti coloro che appaiono nelle foto e nei video sono in realtà miei amici… e allora piango.

Sono Ahmed e fin da bambino ho odiato l’arabo e le lezioni di grammatica. Odio le domande su come trovare la differenza tra due cose. Odio le risposte e amo le domande. Due giorni fa mi sono soffermato su una domanda: “Qual è la differenza tra l’escalation e la guerra?” e mi sono chiesto: che importanza ha questa domanda, se il risultato è lo stesso: una madre che piange e un bambino che urla… se c’era la possibilità di piangere e urlare. 

Sono Ahmed e ho paura di morire e di diventare un numero qualunque, e che tutto sia scomparso, prima di completare l’sms.

17 ottobre, 23:15 

Facebook mi chiede “a cosa stai pensando?”… Giuro su Dio, penso costantemente all’idea che siamo vivi, fino a questo momento, per pura coincidenza.

E i numeri che vediamo sono dolorosi e ci fanno piangere: quattromila martiri finora… Quattromila storie, ricordi, narrazioni e racconti.  Non c’è bisogno di scrivere e parlare; le nostre urla e i nostri pianti vengono ascoltati dai morti. 

E, oh Facebook, quante volte hanno dovuto ucciderci per assicurarsi che morissimo, e che anche molto di ciò che è dentro di noi morisse con noi. 

E ogni giorno ci svegliamo per contarci e contare chi è rimasto dei nostri amici… ci diamo una pacca, teniamo i nervi saldi e combattiamo ciò che resta della battaglia per la sopravvivenza.  

Mi pongo un’altra domanda: se esiste davvero un luogo sicuro a Gaza. I miei amici sono morti dentro e fuori Gaza. Ditemi, per favore, dove dobbiamo andare! 

Qualcuno vi ha mai detto che siamo dei supereroi? Davvero, chi l’ha detto? Tutto ciò che stavamo e stiamo ancora cercando di fare è rendere questa vita sopportabile. È una cosa così difficile per il mondo? È chiedere troppo?

20 ottobre, 19:52

Sono arrivato ad un punto in cui ho paura di me stesso.

Non sento nulla, le notizie non mi sorprendono e non attirano più la mia attenzione. 

Ho iniziato a leggere i numeri come se fosse tutto normale. Mento spesso quando mi chiedono (come stai?). Non mi interessa come sto. 

Non mi interessa chi scrive di noi e chi no, che senso ha scrivere, quando ad ogni parola cade un amico?

Le case che ci cadono in testa sono diventate normali. Alle scene di spostamento continuo non penso molto, né le pianifico. 

I giorni sono diventati così simili e non ricordo l’ultima volta che ho riso. Ridevamo prima o facevamo finta di farlo, solo davanti a noi stessi?

La vista delle case bombardate non mi rattrista… Anzi, mi vergogno che la nostra casa sia ancora in piedi nonostante sia stata in parte danneggiata.

Ora ho paura di me stesso, non della guerra.

Ora ho capito che questa guerra ha ucciso tutto in noi, anche i nostri sentimenti di sorpresa e tristezza.

23 ottobre, 21:17

Mi scuso con tutti i miei amici martiri, perché non abbiamo molto tempo per piangere, e quando ci chiedete perché il nostro dolore li raggiunge a intermittenza, abbiamo imparato che con il proseguire della guerra, abbiamo molti motivi per essere tristi, così voi ricevete le briciole della nostra tristezza.

Mi scuso con me stesso e con i miei amici per non aver avuto il tempo di controllarvi, perché la guerra ci ha portato via tempo e riposo, e in guerra non c’è tempo.

Mi scuso con tutti i bambini, non ho una spiegazione logica per dirvi cosa sta realmente accadendo, o per dirvi cosa dovete fare, quando i vostri piccoli cuori affrontano le tonnellate di esplosivo.Mi scuso per tutti i giorni e le notti in cui mi sono lamentato della noia. La noia, secondo me, ora è che sono in grado di scrivere, fino a questo momento. La coincidenza: siamo ancora vivi.

Mi scuso con il mio io di 28 anni fa… non desideravo nulla di tutto questo per te; uno dei miei desideri era di avere il coraggio di confessare il mio amore alla ragazza che ho amato.Ma a causa della guerra, il mio coraggio oggi è solo quello di controllare le mie lettere, e non aggiungere nuovi pesi di tristezza da nessuna parte.Infine, mi scuso per la mia scarsa conoscenza della lingua araba, evidente in questo testo. Le ventotto lettere non hanno potuto sostenermi nello scrivere questa lettera di scuse.

25 ottobre, 22:20

Non so chi ci ha insegnato a scrivere e perché scriviamo? Qual è lo scopo della scrittura e qual è la sua ragion d’essere?

La mia lingua è complessa e il mio linguaggio sembra confuso e spaventato. Le mie lettere sono balbettanti, piene di urla inascoltate.

Tengo in mano la mia lingua e da essa cerco di estrarre qualcosa che possa descrivere ciò che sta accadendo… Ma non ci riesco e fallisco. Cerco di formare qualcosa che possa curare le ferite dei miei amici, ma non ci riesco e fallisco di nuovo.

Penso di avere una conversazione normale che vada oltre: (Hai trovato l’acqua? Hai fatto la doccia? Cosa hai mangiato a pranzo? Stai bene? Era vicino o lontano?) e non riesco a trovare altre domande oltre a queste. 

Il mio linguaggio è fallito con il primo figlio che cercava di descrivere un’intera città in fiamme, quando non aveva mai visto in vita sua un incendio più grande di un fiammifero.

29 ottobre, 6:08 pm

Ahmed, che esce da sotto le macerie parlando con te….

Colui che ha inalato migliaia di tonnellate di polvere… Il mio colore è il grigio (nel caso fosse necessario saperlo)… Colui che non è riuscito a contare i membri della sua famiglia, divisi tra i colori (del rosso e del grigio) – se si è riusciti a vedere i colori comunque. 

I colori qui non hanno il lusso di essere scelti. Rosso: Sei pieno di sangue. Grigio: hai appena abbracciato le case e le pietre tue e dei tuoi vicini, e ne sei uscito respirando.

Ahmed, che ha assistito alla morte poco tempo fa, e la sua esperienza nel supporto psicologico non sono riusciti ad aiutarlo a superare le urla dei bambini e delle madri.

Le mie parole non potevano aiutarmi a formulare qualcosa da dire e da mettere sul petto dei bambini. In effetti, non ho visto nessuno. Sapevo solo che erano vivi, dalle loro urla (un consiglio per voi: conoscete sempre le urla dei vostri cari, è l’unico modo per riconoscerli e sapere se sono vivi o no).

Io, Ahmed, odio tutti i sogni che ho. Non ho più bei ricordi familiari, non ho più amici da riconoscere, né una casa sicura in cui stare.

Ahmed, e odio il mondo che non riesce a fermare una guerra più grande del mio cuore e dei cuori dei bambini.

Io sono Ahmed e non voglio sistemare questo testo, perché ho fretta. Forse non riuscirò a pubblicarlo prima che un’altra granata mi manchi, ed entrambi, il testo e io, vedremo la luce.

8 novembre, 20:24

La domanda qui è: Cosa è più veloce, un razzo che supera la barriera del suono, o l’urlo di un bambino che ha spezzato il razzo con la bocca e l’ha sputato fuori, mentre recitava le Due Shahada?

Non immergetevi troppo nella domanda, perché mentre state pensando a una risposta intelligente e logica, c’è un altro bambino che è appena caduto mentre urlava.

Non meravigliatevi di questa domanda, non è rivolta a voi. Mi faccio delle domande, pensando che sia l’unico modo per salvarmi dalla follia!

In passato, difendevo i pazzi. Ero il loro eroe e salvatore sano di mente. Avevo paura che qualcuno parlasse di loro. In realtà non mi piaceva che qualcuno parlasse di loro. Parlavo solo di loro come sani di mente. Finché non c’è stata la guerra, ed è finita lì. 

Ora a parlare con voi è il pazzo, che ha i capelli grigi e non riesce a prendere fiato (non ditelo a nessuno… è un segreto tra me e i bambini. Ho prestato loro il mio fiato perché potessero sputare, con tutte le loro forze, tutti i razzi che avevano preso). È una follia totale, vero? Non c’è problema.  Il punto è che il capo dei pazzi vi chiede: “Come stai oggi, persona sana di mente?”.

Lo so… questa è un’altra domanda… Non c’è problema, potete soffermarvi su di essa.

11 novembre, ore 18.22

Si sveglia da un sonno tranquillo… mette la sua musica preferita, probabilmente jazz, se ha un buon gusto. Ha acqua in abbondanza. Probabilmente farà un bagno caldo mentre la musica suona, poi farà lentamente colazione. Dirà alla moglie: “Ti amo”, e lei potrebbe ricambiare. Prende il giornale del mattino per controllare cosa dice il suo oroscopo (credo che sia un Pesci, per la sua indecisione). Si veste, indossa il suo abito formale e non riesce a decidere il colore della cravatta più adatto per questo giorno (sceglierà il rosso perché è abituato ad amare questo colore e ciò che rappresenta), e forse si spruzza un po’ di profumo, non perché gli piaccia, ma perché è consuetudine farlo, e molto probabilmente la marca del suo profumo è (Sauvage). Sale sulla sua auto molto sorvegliata e si reca al lavoro in un convoglio sicuro, per svelarci un segreto.

E mentre tutto questo accade, noi siamo a Gaza: moriamo, urliamo e malediciamo la notte. Lodiamo, chiediamo perdono, abbiamo paura, dormiamo, ci svegliamo, siamo in preda al panico, siamo stupefatti, urliamo ancora e ancora, abbiamo paura, moriamo, emergiamo da sotto le macerie, malediciamo la notte e poi cerchiamo di ascoltare un segreto.

Sentiamo poi l’uomo in giacca e cravatta rossa che dice: (Condanniamo la guerra a Gaza), e scopriamo che le parole puzzano, perché si era dimenticato di pulirle stamattina.

18 novembre, ore 14:52

È il quarantatreesimo giorno di guerra. Avevo smesso di scrivere, il giorno in cui ho perso le parole e la voce con i miei amici e vicini. 

Mi sono reso conto di quanto sia vecchia la guerra per coincidenza, così come sono ancora vivo, visto che nessun missile mi ha mancato, né mi ha trasformato in un numero, fino al momento in cui ho scritto questo post. 

Sto vivendo un incubo terrificante chiamato (guerra), con gli occhi aperti, che non hanno potuto godere fino ad oggi di due ore di sonno tranquillo, ininterrotto, sicuro e contento.

Il mio sostentamento quotidiano è molto limitato, e mi considero abbastanza fortunato da riuscire a prendere un caffè, anche se non al mattino (dato che passo molto tempo a cercare un modo economico per fare il caffè) e ci riesco, nonostante il tipo e la qualità scadenti. Dalla mia modesta esperienza fino ad oggi: il caffè soddisfa la fame per il periodo più lungo. 

Non ci sono mezzi di comunicazione tra i miei amici e non conosco molte notizie. Conosco le notizie che mi circondano, attraverso ciò che osservo con i miei occhi. Il riassunto delle notizie che conosco è il seguente: Al mercato non ci sono verdure e/o prodotti commestibili. Sono stati fatti progressi significativi con la raccolta di legna da ardere del mio vicino. Il prezzo delle sigarette è diventato equivalente all’oro. Un amico è riuscito a fare la doccia senza usare lo shampoo (per risparmiare acqua) dopo una settimana e giorni di panni bagnati. Il mondo ha miseramente fallito nel fermare la guerra.

24 novembre, ore 17:21

La mattina in cui la bontà del mondo ha smesso di esistere. 

Sono ancora vivo.

Ho visto molti dei miei amici e parenti morire davanti a me. Il primo soccorso è solo logica. In questo modo, ho aiutato un bambino che gemeva di dolore dopo che la casa accanto a noi era stata bombardata. Dopo ore di primo soccorso logico, la logica non ha aiutato il bambino, che è morto con molte domande:

La prima domanda: Perché la guerra?

La seconda domanda: Fino a quando questa guerra?

Terza: Quanti bambini ci vogliono perché la guerra finisca?

Quarto: Come appare la vita normale?

Quinta: Colui che ci ha messo in guerra si rende conto che i nostri cuori sono troppo piccoli per sopportarla?

Non ho potuto aiutare il bambino che annaspava nelle sue domande e i suoi punti interrogativi mi hanno ferito soprattutto la spalla destra. 

Tutte le mie possibili vie di sopravvivenza sono diventate molto limitate. La mia memoria non smette di raccogliere le urla dei bambini, e il mio cuore piange per tutto, e non si ferma.

Quelli che indossano gli abiti più sontuosi del mondo… vi conoscete molto bene… Lasciateci in pace, affogati nelle nostre domande, non c’è assolutamente bisogno di inventarne di nuove. E fermate la guerra.

29 novembre, ore 14:00

Cosa fare durante la tregua?

Temere il ritorno della guerra. 

3 dicembre, 6:55

Scrivo ora mentre sto tremando, e mi giustifico che sto tremando per il freddo, non per la paura.

Mi chiedo perché tutto questo stia accadendo davvero, e qual è la mia vera definizione di paura, quando sono stato il primo a fuggire sentendo il rumore dei frammenti di missili che ci volavano addosso.

Di cosa avevo paura? Perché chiamano la fuga “dolcezza dell’anima”, quando ciò che sta accadendo è l’opposto della dolcezza?

Sono sopravvissuto alla paura/morte per la terza o quarta volta (non so il numero reale), e la sopravvivenza qui non è un atto leggendario.

La persona spaventata che vi sta parlando non è né un supereroe né una leggenda storica. È una persona normalissima, che ha pochi e semplici sogni: poter fare di nuovo battute stupide su tutto quello che mi succede intorno… essere una persona normalissima, niente di più.

Scrivo ora mentre tremo, e questo a causa del freddo e della paura.

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