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“Una giornalista in prima linea”: il mio ricordo di Shireen Abu Akleh

Shireen non era sola una brava giornalista, era una bella persona. Sensibile, curiosa, sempre sorridente. Amava il suo lavoro. E amava la “sua” Palestina. 

di Umberto De Giovannangeli per GLOBALIST

"Una giornalista in prima linea": il mio ricordo di Shireen Abu Akleh
Shireen Abu Akleh

11 Maggio 2022 – 12.32


“Shireen è morta. L’hanno uccisa…”. E poi la voce strozzata dai singhiozzi. A darmi la notizia, prima che facesse il giro del mondo, è Osama Hamdan, il mio prezioso collaboratore di una vita dalla Palestina, un amico caro, una persona perbene. 

Shireen Abu Akleh è morta. Morta sul campo, da grande giornalista quale era. Lo so, è facile, scontato, dirlo adesso che non c’è più. Che una pallottola assassina ha spezzato la sua vita e spento il suo sorriso. 

Ricostruiremo in un altro articolo questa storia terribile, una vera e propria esecuzione secondo testimoni oculari e un durissimo comunicato emesso da Al-Jazeera, l’emittente per cui Shireen lavorava. Queste righe le scrivo di getto, sull’onda della commozione e dei ricordi. Shireen non era sola una brava giornalista, era una bella persona. Sensibile, curiosa, sempre sorridente. Amava il suo lavoro. E amava la “sua” Palestina. 

L’avevo conosciuta nei giorni insanguinati della seconda Intifada. L’avevo vista lavorare sul campo. Il campo di Jenin. Erano i giorni della rappresaglia scatenata da Israele in Cisgiordania in risposta agli attacchi dei kamikaze palestinesi. Allora a guidare lo Stato ebraico era Ariel Sharon. Per il “generale bulldozer” si trattava di portare a compimento ciò che non era riuscito a fare con l’invasione del Libano del 1982: eliminare l’Olp, far fuori il suo capo, Yasser Arafat. In quella guerra, chiamata paradossalmente “Pace in Galilea”, Israele si macchiò di un crimine rimasto nella storia: il massacro di civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila, a Beirut. Allora, Ariel Sharon era il ministro della Difesa nel governo guidato da Menachem Begin.

 Ora “Arik” ci riprovava. Jenin era una delle roccaforti della resistenza palestinese. La “capitale dei kamikaze”, era stata ribattezzata dai media internazionali. Il campo di Jenin divenne tristemente famoso nell’aprile 2002 quando l’esercito israeliano attaccò il campo con la motivazione che era un focolaio di miliziani palestinesi. Oltre 400 case furono distrutte e altre centinaia furono gravemente danneggiate e 500 civili furono massacrati a sangue freddo dai soldati israeliani secondo quanto affermarono i palestinesi. Shireen, allora trentenne, era in prima linea per documentare quella battaglia. Per raccontare un massacro. Cosa che non era gradita dai comandi militari israeliani, che infatti aprirono un fuoco (allora metaforico) di fila contro i giornalisti “filo palestinesi”, marchiati come tali solo perché non si accontentavano dei comunicati licenziati dalle autorità israeliane. 

Quei giorni le pallottole fischiavano da tutte le parti. “State qui a vostro rischio e pericolo”, ripeteva l’ufficiale di Tsahal, l’esercito dello Stato ebraico, addetto ai rapporti con la stampa internazionale. Quelle parole le abbiamo sentite anche quando chi, come Shireen, non voleva essere “arruolata” nelle fila del giornalismo, e dei giornalisti, “embedded”, provava ad entrare a Gaza attaccata da terra e dal cielo dalle forze armate israeliane. Lei c’era. Con i suoi servizi sotto le bombe, con le storie di quotidiana sofferenza che aveva raccontato nei suoi reportage. Shireen c’era e non solo perché chi fa la giornalista televisiva seria, che non si affida alle immagini del circuito internazionale, è sul campo, assieme ai “compagni di squadra”: il fonico, il cameraman. Sapeva i rischi che correva. Ma li correva, perché questa è la vita di un inviato di guerra. Raccontava quello che vedeva, Shireen. E per questo era una testimone scomoda. Scomoda per chi voleva colpire senza essere “visto”. Perché la guerra è anche, e sempre più, un fatto mediatico. E la guerra mediatica, come racconta la guerra d’Ucraina, è parte fondamentale della guerra totale. In un mondo dove la percezione è la realtà, la narrazione sostituisce e violenta l’informazione, la piega agli interessi di parte. La propaganda per potersi dispiegare pienamente, ha bisogno di liberarsi da qualsiasi ostacolo sul campo. E Shireen lo era. E lo è stata fino all’ultimo giorno della sua vita. Era a Jenin, nei giorni in cui l’esercito israeliano aveva scatenato una nuova offensiva per colpire, questa la motivazione, i terroristi che avevano colpito ripetutamente Israele. Era lì, in prima linea. Come sempre. Non sapremo mia se negli ultimi attimi della sua vita, Shereen abbia ricordato quei giorni del 2002. Ancora Jenin, il destino di una vita. 

Passato e presente s’intrecciano in questo momento di ricordi e lacrime. Ricordo un momento di riposo, in quei giorni infuocati del 2002, quando, assieme ad altri reporter della stampa estera, eravamo seduti nel patio dell’American Colony, lo storico albergo di Gerusalemme, rifugio sicuro e accogliente per noi giornalisti. Shireen era con noi. Nella sua Gerusalemme, dove era nata 51 anni fa. Erano attimi “rubati” a giornate faticose, stressanti. Un intermezzo di quiete nella tempesta di fuoco che si era chiamati a raccontare.

Ecco, ripensando a quel momento, mi riornano alla mente il suo sorriso, la sua leggerezza. Era felice del lavoro che svolgeva per Al-Jazeera, tra le più giovani inviate di quell’importante emittente televisiva. Ma non se la tirava, perché Shireen aveva anche il dono dell’ironia che esercitava anche su se stessa. La “sua” Gerusalemme era una città aperta, inclusiva, accogliente. Come è stata lei, umanamente e professionalmente. Amava il suo lavoro, e credeva in una informazione libera, indipendente. Che la terra ti sia lieve, cara Shireen. 

PalestinaCeL

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