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Palestina: difensori dei diritti umani all’ombra dei droni

Majd Kayyal romanziere palestinese di Haifa per Assafir Al Arabi

In un mondo che ha rivelato la fragilità delle democrazie e dei governi di fronte al potere del capitale, e dove i valori sono stati calpestati a favore di un proficuo pragmatismo, la narrativa israeliana è passata dalla menzogna della “democrazia illuminata” a un discorso basato sul “bisogno” mondiale di Israele come attore tecnologico, capitalista e militare centrale, in una rete di relazioni di potere in tutto il mondo.



Sliman Mansour Palestina

Il sistema internazionale dei diritti umani è uno spazio intermedio che assicura l’equilibrio tra, da un lato, la sovranità degli Stati e, dall’altro, i valori umani che tutelano i diritti naturali degli individui e delle società dall’abuso di tale sovranità. Probabilmente è più corretto dire che si tratta di uno spazio intermedio che assicura l’equilibrio tra, da un lato, la volontà delle autorità di stabilire la propria egemonia e di accumulare ricchezza attraverso un’aggressione “legittima” e incontrollata contro società interne ed esterne al confini di sovranità; e dall’altro, valori che preservano la vita della persona umana, nonché i suoi diritti fondamentali alla sicurezza, alla libera circolazione, all’alimentazione e all’istruzione, ecc. ,

In questo spazio intermedio, noi palestinesi – come tutti i gruppi vulnerabili – subiamo enormi perdite solo nella speranza di godere di una protezione internazionale contro le atrocità dell’occupazione. È qui che le nostre convinzioni vengono emarginate e il nostro viaggio storico ampiamente distorto, in modo che possiamo essere presentati in modo coerente con le risoluzioni internazionali relative a ciò che costituisce occupazione, autenticità, sfollamento o altre definizioni legali che, nelle nostre speranze, sarebbero in grado di proteggerci. Ci sottomettiamo quindi a una lingua che non è la nostra e rivediamo il modo di presentarci secondo il suo lessico.

Ma cosa fare quando questo spazio intermedio si rivela totalmente fragile e il sistema dei diritti umani assolutamente incapace di garantire qualsiasi tutela, non solo per chi è sottoposto a precarietà, ma anche per sé stesso, per le sue persone, istituzioni e dipendenti? Qual è la logica di lavorare in questo spazio di equilibrio quando il mondo cambia, gli equilibri oscillano su entrambi i lati dell’equazione e negli stati le politiche di egemonia capitalista si intensificano per dominare quasi tutte le analisi relative ai valori e isolare sempre più la volontà delle società – anche nei paesi democratici – dal processo decisionale politico, in particolare per quanto riguarda gli affari esteri?

In questo caso, il “ritiro” di Israele da questo spazio diventa facile. Questo non significa necessariamente un ritiro formale dalle istituzioni, ma piuttosto ignorarle, rifiutarsi di collaborare con esse, attaccarle e sminuirle. Israele si sta ritirando da questo spazio e si sta dirigendo con arroganza verso la sfera autoritaria, ampliando le sue estese alleanze tra monarchie, dittature e potenze di destra (comprese quelle vicine ai neonazisti) così come con i governi delle grandi potenze. Alimenta questa rete con competenze repressive, tecnologia militare, spionaggio e sistemi d’arma e notevoli possibilità di influenza in tutti i paesi del mondo. Ma allora cosa dobbiamo fare con questo “ritiro” israeliano? E come percepiamo la realtà quando ci troviamo soli in pista privi di qualsiasi pressione o influenza reale?

Negli ultimi mesi, abbiamo assistito a due eventi diversi e distinti nei circoli dei diritti umani e nella comunità internazionale, entrambi legati a uno sconvolgimento in questo spazio internazionale dei diritti umani. La prima è la decisione israeliana di designare sei principali organizzazioni palestinesi per i diritti umani e sociali come organizzazioni “terroristiche”, vale a dire: Addameer, Al-Haq, il Centro Bisan, il Movimento Internazionale per la Difesa dei Diritti dei bambini, l’Unione dei Comitati del lavoro agricolo e l’Unione dei comitati delle donne palestinesi. Questa decisione significa che a queste istituzioni è ora vietato lavorare, che i loro finanziamenti saranno bloccati o addirittura confiscati, oltre alla possibilità di ricorrere alle vie legali per arrestare e perseguire chiunque lavori, collabori o presti servizi agli stessi, insieme a molte altre misure repressive. Quanto all’altro evento, è stata la comparsa dell’attivista Mohammed El-Kurd, di Gerusalemme, sul podio delle Nazioni Unite per pronunciare un discorso eccezionale, prima per il suo contenuto politico, e poi per il suo tono feroce e ironico verso la “comunità internazionale”.

Il primo evento riflette il fallimento del sistema internazionale nel fornire protezione agli ambienti palestinesi per i diritti umani, mentre il secondo esprime un rifiuto pubblico palestinese del classico discorso sui diritti umani, soggetto ai dettami della politica internazionale. Nonostante le differenze e l’impatto reale di ciascuno di essi, tuttavia, i due eventi convergono su un punto comune: sono il risultato di questo cambiamento radicale che il mondo intero – e non solo la Palestina – osserva nel luogo occupato dal contratto internazionale sui diritti umani e il suo sistema, come l’umanità ha conosciuto dopo la seconda guerra mondiale.

Due eventi cardine che ci spingono a riflettere su nuove strade per il lavoro nel campo dei diritti umani e per l’azione militante in Palestina. Tuttavia, come in ogni passaggio critico, alcuni cercano di ignorare i grandi cambiamenti, di ripetere gli stessi tentativi e di mantenere gli inquadramenti esistenti così come sono. Invece dobbiamo, senza dubbio, osservare con attenzione questo nuovo mondo che emerge davanti a noi, per inventare altri strumenti in grado di continuare l’importante lavoro già compiuto dalla scena dei diritti umani fino ad oggi.

L’anno del ritiro

L’interdizione delle sei organizzazioni palestinesi è il culmine di una serie israeliana in corso volta a perseguire il lavoro civile in Palestina e soffocarne le attività e gli attivisti. Prendendo di mira istituzioni chiave e vitali rilevanti per il lavoro e le dinamiche del sistema internazionale dei diritti umani, Israele sta prendendosi gioco di quel sistema. Perché sono le più grandi istituzioni per i diritti umani della regione, strettamente legate a tutti i settori di attività di quella che viene chiamata comunità internazionale, e che hanno persino riempito l’immenso vuoto lasciato dall’Autorità Palestinese. Queste organizzazioni hanno stabilito seri rapporti con l’Unione Europea e, negli Stati Uniti, i loro rappresentanti hanno incontrato parlamentari, ambasciatori, ministri degli esteri e legislatori del mondo occidentale. Hanno presentato i loro rapporti periodici e speciali ai tribunali internazionali, alle commissioni d’inchiesta, al Consiglio per i diritti umani e alla maggior parte degli altri consigli e organi pertinenti, e sono stati accettati come fonti affidabili di conoscenza in tutto il mondo.

Lo smantellamento della protezione per istituzioni di questo livello è legato al cambiamento nell’approccio di Israele al sistema dei diritti umani.

 Una nuova posizione israeliana è maturata al di fuori di questo campo dei diritti umani, pur preservando l’immagine democratica e umana che Israele presenta di se stesso. Nell’aprile 2021, Israele ha chiaramente annunciato il suo rifiuto di collaborare con il Tribunale dell’Aia, affermando di non riconoscere la competenza del tribunale a esaminare i sospetti di crimini di guerra contro la Palestina che pesano sullo stato di occupazione. Questo non è stato il primo rifiuto pubblico di Israele di affrontare il sistema dei diritti umani. Forse l’esempio più eclatante è il suo rifiuto di collaborare con il Comitato Goldstone incaricato di indagare sull’aggressione del 2009 contro la Striscia di Gaza. Più di una volta Israele ha rifiutato l’ingresso alle commissioni d’inchiesta e agli esperti delle Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch e hanno ostacolato i loro movimenti a Gaza e in Cisgiordania. Più di una volta Israele ha compiuto attacchi contro le strutture delle agenzie delle Nazioni Unite (UNRWA per esempio) sia bombardandole, sia sabotando o distruggendo edifici e attrezzature acquisiti con fondi europei o delle Nazioni Unite, nella Valle del Giordano, a sud di Hebron e altrove . Anche sul piano giuridico, Israele ha ignorato tutte le definizioni e i concetti giuridici stipulati nella Quarta Convenzione di Ginevra e in altre risoluzioni e accordi. Ha aggirato le definizioni contenute nei testi giuridici e le ha interpretate secondo i criteri dell’occupazione (quindi Gaza, ad esempio, non è occupata poiché gli israeliani se ne sono ritirati!). Queste pratiche sono le stesse sia che si tratti di evidenti violazioni sul terreno, come la politica di separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con ciò che comporta come sfollamento forzato e gestione demografica imposta dal controllo del registro dello stato civile; o se si tratta di esecuzioni sommarie, extragiudiziali, con dichiarazioni pubbliche di primi ministri e ministri che chiedono tali esecuzioni, per non parlare delle nuove istruzioni militari che ordinano pubblicamente di sparare contro i manifestanti se lanciano pietre, anche se non rappresentano un pericolo, anche se sono in fuga. È vero che tutte queste pratiche sono andate avanti dalla creazione di Israele, ma adesso è diventato più arrogante e meno preoccupato di dare giustificazioni legali.

Questa mutazione riflette il cambiamento delle fonti di legittimità su cui poggia il regime sionista. Il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite dello stato coloniale ha svolto, sin dalla Nakba, un ruolo importante nella narrativa e nella memoria collettiva del sionismo. È anche per questo che Israele ha aderito a tutti gli organismi delle Nazioni Unite. Più tardi, e soprattutto dopo l’occupazione del 1967, Israele ha cercato di alimentare l’illusione della sua democrazia illuminata come fonte di legittimità con il mondo intero (“l’unica democrazia nella regione”!) e ha introdotto l’amministrazione dell’occupazione secondo un preciso quadro giuridico in grado di tutelarlo di fronte al diritto internazionale. Solo che questa narrazione sionista non è più quella di una volta…

In un mondo che ha rivelato la fragilità delle democrazie e dei governi al potere del capitale e dove i valori sono stati calpestati a favore di un proficuo pragmatismo, la narrativa israeliana è passata dalla menzogna della “democrazia illuminata” a un discorso basato su il “bisogno” che ha il mondo di Israele come attore tecnologico, capitalista e militare centrale, in una rete di relazioni di potere in tutto il mondo.

Di fronte a questo “ritiro” israeliano dal sistema dei diritti umani, il discorso di Mohammed El-Kurd sul podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite presenta una contro-possibilità palestinese. Dichiara, infatti, il rifiuto del sistema esistente e ritorna in un campo di valori e di diritto, radicale e storico senza alcuna concessione. El-Kurd ha espresso principalmente la mancanza di fiducia tra i palestinesi nella comunità internazionale e nelle sue istituzioni. Ha deriso le chiacchiere internazionali che non toccano in alcun modo la brutalità israeliana. Non ha chiesto un favore e ha detto francamente che i palestinesi non hanno speranza in nessun governo nel mondo. Ha sottolineato che la speranza viene dalla lotta del popolo palestinese, e le lotte dei popoli che protestano e si ribellano contro i loro governi per fare pressione su Israele. Il suo intervento si discosta ampiamente dai tradizionali concetti di diritti umani su cui si basano le convenzioni internazionali, al punto da considerare che espressioni come “apartheid” e “discriminazione razziale”, siano assolutamente riduttive dell’orrore dell’occupazione sionista in Palestina. In questo discorso, è anche tornato alla Nakba come struttura e evento perpetuo, e non ha designato Israele come uno stato legittimo ma piuttosto come un regime di occupazione basato su un’ideologia sionista razzista. El-Kurd si è espresso contro il negoziato, ponendo al centro la lotta popolare palestinese e internazionale, sottolineando l’imperativo di boicottare Israele e di perseguire i suoi criminali.

Naturalmente, queste non sono posizioni nuove nell’opinione pubblica palestinese. La novità, tuttavia, è l’emergere di circostanze senza precedenti che hanno permesso di esprimere chiaramente questa posizione, mentre in precedenza questi forum erano monopolizzati o da rappresentanti dell’Autorità Palestinese o da istituzioni professionali per i diritti umani. Queste – nonostante il loro lavoro affidabile, a differenza dell’Autorità – restano in definitiva subordinate al sistema internazionale e al limite dei suoi discorsi e concetti. Oltre a tutte queste “nuove circostanze” legate ai cambiamenti globali, c’è una nuova situazione palestinese apparsa a seguito dell’“Intifada dell’Unità” nel maggio 2021 e del discorso politico che ha prodotto.

Il sistema dei diritti umani sta cambiando come tutto ciò che ci circonda. Il suo legame con la realtà sta svanendo e il suo impatto sulle condizioni materiali degli oppressi nel mondo è eroso, mentre l’influenza della sua espressione è amplificata e il suo lessico diventa più presente in un ambiente socioculturale che si è ampliato negli ultimi due anni decenni, grazie a una rivoluzione informatica e nuove modalità di comunicazione e media. 

Va detto che il campo dei diritti umani si è formato come un settore operativo e uno spazio economico che sostiene le classi medie i cui figli e figlie hanno aperto qualche breccia nei settori intellettuale e del sapere. La stragrande maggioranza di questo settore riguarda attività quali ricerca e documentazione, patrocinio legale verso regimi repressivi o patrocinio internazionale all’interno delle istituzioni della comunità internazionale. Enormi risorse sono dedicate a programmi di “sensibilizzazione”, alla diffusione mediatica e a campagne di sostegno. Pertanto le sue istituzioni svolgono anche un ruolo importante nella formazione e nell’istruzione per favorire l’integrazione – spesso – nello stesso sistema che si auto riproduce.

Istituzioni accademiche, mediatiche, culturali e legali si intersecano in quest’area della difesa dei diritti umani, così come le migliaia di “specialisti” sparsi che vi contribuiscono. Tutti fanno circolare risorse finanziarie all’interno delle stesse classi sociali in Palestina e altrove. La cosa più importante è che questo settore, il cui finanziamento si è basato principalmente sulle politiche di rendita dei governi occidentali, ha visto diversificare le proprie risorse finanziarie. Nel corso del tempo, la comunità delle organizzazioni per i diritti umani ha iniziato a fare sempre più affidamento su una crescente “filantropia”, ovvero i doni del capitale a istituzioni senza scopo di lucro. Negli ultimi due decenni, abbiamo assistito a un’enorme espansione in quest’area, poiché tre quarti di questi enti di beneficenza in tutto il mondo (ce ne sono 260.000!) sono stati creati negli ultimi vent’anni. Naturalmente, il 95% di questi donatori proviene dall’Europa e dagli Stati Uniti, poiché i paesi ricchi incoraggiano le donazioni invece di pagare le tasse.

La trasformazione della struttura finanziaria di questo settore, così come l’ampliamento della sua presenza retorica grazie ai nuovi media, sono il risultato delle nuove strutture economiche, politiche e sociali che stanno emergendo nel nostro tempo e che fanno sì che lo Stato-nazione non abbia più lo stesso posto. Con i nuovi modelli di tecnologie di sorveglianza e controllo, offerti sul libero mercato, il dominio delle grandi multinazionali ha raggiunto un livello che sta spingendo il mondo verso una'”anarchia capitalista” [1]dove lo Stato è chiamato a scomparire a favore delle imprese private. Pertanto, la privatizzazione andrà oltre l’industria, la sanità o i media (che è già ordinaria amministrazione), per conquistare aree come la sicurezza (cioè le società di sicurezza private faranno il lavoro della polizia locale), la giustizia (sostituzione dei tribunali e del diritto con società per la “risoluzione delle controversie”), la diplomazia (che sarà nelle mani di imprese della “diplomazia privata”) e molti altri settori. Ciò vale anche per gli investimenti “filantropici” che si sostituiscono, ad esempio, al welfare state, e ai suoi rapporti con le organizzazioni non governative che si sostituiscono allo stato nella trattazione di questioni scottanti, in particolare con l’abbandono dell’azione politica tradizionale di ampi strati sociali che non aspirano più a cambiare la politica degli Stati a partire dai loro governi e parlamenti.

L’era dei droni

Nel dicembre 2021, il “New York Times” ha rivelato documenti che dimostrano che i droni americani hanno ucciso migliaia di civili in Siria, Iraq e Afghanistan, senza alcun tipo di controllo o condanna. Questi aerei sono diventati un simbolo delle guerre imperialiste del 21° secolo e delle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo. Sebbene questa affermazione sembri estranea a questo articolo, non impedisce che si veda che questi aerei sono diventati l’emblema che riassume e intensifica i cambiamenti nel mondo che stiamo cercando di descrivere. Perché questi dispositivi non sono solo un’icona militare, ma simboleggiano anche gli orientamenti politici e sociali nei paesi occidentali che sconvolgono il sistema internazionale dei diritti umani e minano le possibilità di dissuadere i regimi aggressori.

Per la loro capacità di mettere da parte i soldati degli eserciti nazionali, questi aerei rinviano anche alla privatizzazione delle guerre da parte di compagnie di sicurezza private che sono fiorite dagli anni ’90 dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Fu anche da questo momento che iniziò la riduzione della forza degli eserciti con la partenza di circa 8,5 milioni di soldati dell’esercito da tutto il mondo verso il “settore privato” (tra il 1989 e il 2001). Infatti, la privatizzazione delle guerre è entrata nel suo periodo d’oro all’inizio del 21° secolo, con la conclusione del primo accordo pubblico tra l’esercito americano e la compagnia “Blackwater”.

L’utilizzo di droni e compagnie di mercenari è motivato dalla volontà di ridurre il numero dei soldati coinvolti nei combattimenti a terra. Non si tratta solo di una volontà militare, ma di una scelta di tenere al sicuro le popolazioni occidentali dagli orrori della guerra e di ridurre gli oneri sociali derivanti dai conflitti portati avanti per controllare i popoli deboli e le loro risorse. Le società occidentali sono così esentate dalle perdite umane che possono costringerle a interrogarsi moralmente, e quindi ad opporsi a qualsiasi aggressione. Il campo di battaglia diventa un teatro lontano che non intacca le società dei paesi aggressori e non turba la stabilità del loro sistema economico. L’opposizione alla guerra diventa anche una questione morale, retorica (spesso nello spazio virtuale) e priva di efficienza e impatto materiale. Va notato, ad esempio, che, nonostante l’importanza delle operazioni europee e americane in tutta la nostra regione, l’impatto che queste guerre hanno avuto nelle società occidentali non è stato legato al numero delle perdite umane, ma piuttosto alla quantità delle ondate di rifugiati. Perché questa crisi rappresenta una minaccia di squilibri sociali (a livello di integrazione culturale) ed economici (a livello di controllo demografico dei rifugiati secondo le esigenze del mercato occidentale). Inoltre, notiamo qui che il discorso politico illuminato emerso durante queste guerre – il discorso dominante e attivo in Europa e negli Stati Uniti, spesso sostenuto da migliaia di istituzioni con fondi governativie « filantropici » – riguarda l’accoglienza dei rifugiati e la necessità di integrarli in modo tranquillo nelle società occidentali e non la condanna della guerra stessa o l’esercitaare pressioni sui governi perché vi mettano fine.

Non sorprende che Israele svolga un ruolo centrale in questo modello, e in generale nella concezione del conflitto nell’era dei “droni”. In ogni caso optò per tali concetti nelle sue guerre rapide, dopo quella del 1967: l’uso dell’Aeronautica Militare e le capacità di sorveglianza e controllo a distanza, senza incursioni di terra per quanto possibile. Questa visione deriva da considerazioni sociali interne a Israele. Ma questo ha anche caratteristiche che lo qualificano per orientare le attuali dottrine della guerra poiché si tratta del più recente e completo esperimento coloniale del nostro tempo. Inoltre, la sua società composta da colonie, un misto di tutti gli immigrati del mondo, è più vicina alle società americane ed europee in rapido cambiamento. Inoltre, Israele utilizza efficacemente le relazioni delle sue varie comunità nei paesi di origine (dalla lobby sionista negli Stati Uniti alle relazioni dei sionisti di origine marocchina con i Makhzen). Da aggiungere che l’esperienza di amministrare un’occupazione brutale in un’area geografica estremamente ristretta, popolata da società fitte e intrecciate, che rendono facile la trasmissione dell’impatto politico tra di loro, sembra molto “utile” per le guerre del nostro tempo, tanto più che queste si svolgono in uno spazio in cui la globalizzazione ha raggiunto il suo massimo potenziale e che i canali di comunicazione e altri collegamenti tra le società hanno accelerato. Tutti questi assetti non sono sospesi in aria, ma costituiscono una struttura militare e tecnologica israeliana a supporto dei paesi richiedenti.

Israelizzazione del mondo

La centralità di Israele in questo mondo che cambia si estende a molti altri aspetti che seducono i poteri forti: lo spyware, come abbiamo visto nel caso Pegasus e la società israeliana NSO (che è stata, inoltre, usata per spiare le personalità delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani! ), la vendita di armi e programmi di addestramento della polizia in tattiche repressive, attraverso sistemi di sorveglianza completi, riconoscimento facciale, controllo internet, ecc. Queste sono tutte aree che stanno alla base della “legittimità” della presenza di Israele nel mondo di oggi e gli consentono di ritirarsi completamente da qualsiasi sistema di valori. Israele oggi rifiuta di partecipare a qualsiasi spazio che limiti materialmente la sua brutalità, o che potrebbe avere una reale influenza su di esso. È proprio questo l’obiettivo della sua crescente ostilità nei confronti del sistema internazionale, notevolmente accelerata dopo la presentazione dei casi di crimini di guerra al Tribunale dell’Aia.

Quanto alla sua necessità di far risplendere la sua immagine e di imporre la sua narrativa nella retorica morale che continua a dilatarsi nel mondo, Israele può realizzarla con altri strumenti che non richiedono sottomissione a organi e tribunali internazionali, né eccessiva cautela nella pratica militare sul terreno, o ancora nella sua legislazione e leggi scritte. 

Per raggiungere scopi retorici e di propaganda, Israele sta costruendo un dominio istituzionale integrato, separato e ostile al sistema internazionale dei diritti umani nei territori occupati e nel mondo in generale. Queste sono istituzioni che pubblicano rapporti e ricerche, conducono campagne sui media, sostengono e fanno lobby. Controllano i media, spiano le organizzazioni per i diritti umani e lanciano qua e là accuse di terrorismo e antisemitismo. 

La “filantropia” sionista è impegnata in questo ambito istituzionale, e le relazioni tra le società private e queste organizzazioni sono così strettamente intrecciate che in tutto il mondo vengono imposte leggi che criminalizzano il boicottaggio del movimento israeliano e la critica al sionismo. La persecuzione avviene finanche nelle università contro studenti e docenti, la pressione si esercita sulla stampa e sulle istituzioni accademiche. I circoli culturali occidentali si mobilitano per restaurare l’immagine di Israele. Proprio mentre le aziende sono impegnate a diffondere il discorso sionista sui social media, mentre altre aziende e agenzie governative stanno lavorando, ai più alti livelli di coordinamento, con grandi attori mondiali come Facebook et Google per mettere la museruola ai contenuti palestinesi su internet.

In questo caso, diventa anche naturale che le organizzazioni “non governative” in quest’area di attività sionista – come “NGO Monitor” o “UN Watch” e molte altre – agiscano come punte di diamante nella persecuzione delle organizzazioni per i diritti umani palestinesi e minino tutte le attività sui diritti umani in Palestina.

Conclusione

All’ombra dei droni e in un momento di enorme cambiamento tecnologico, economico e politico, il sistema dei diritti umani è stato più che mai svuotato della sua efficacia, le possibilità di un reale cambiamento sul campo sono state ridotte e il lavoro è stato limitato agli spazi della conoscenza e dell’espressione. Il processo è lo stesso in tutto ciò che accade oggi nel nostro mondo: le aree di espressione morale si stanno allargando e quelle di reale influenza si stanno restringendo. È così che siamo al crollo della protezione delle istituzioni palestinesi. 

Di fronte a tutto questo, le alternative sembrano molto deboli. Alla fine dello scorso anno, le sei istituzioni palestinesi bandite hanno lanciato una campagna internazionale per sostenere il patrocinio principalmente attraverso i media contro la decisione israeliana, oltre agli sforzi di advocacy nei circoli giuridici e dei diritti umani. Nonostante la loro importanza e sincerità, gli sforzi compiuti non sono in grado di far fronte a una crisi più profonda, poiché continuano ad affrontare la questione delle sei istituzioni in un contesto palestinese limitato, invece di esaminarla alla luce di “un contesto globale, che cambia l’intero sistema internazionale dei diritti umani e il ruolo di Israele in questo contesto. Tale lettura potrebbe rivelare risposte alle domande e ai bisogni della nostra futura lotta.

  1. 1- Una corrente di liberalismo che considera inutile e illegittima l’esistenza dello Stato.

• Tradotto dall’arabo da Saïda Charfeddine

• Inserito il 06/01/2022 nella sua versione originale araba da Assafir al Arabi

traduzione dal francese a cura di Alessandra Mecozzi

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