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Sheikh Jarrah e la resilienza: le donne del quartiere dicono "non ce ne andremo" - Palestina Cultura Libertà
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Sheikh Jarrah e la resilienza: le donne del quartiere dicono “non ce ne andremo”

Da sinistra a destra, Muna al-Kurd, Salwa Skafi, Nuha Attieh (MEE)

Le donne palestinesi stanno assumendo un ruolo fondamentale nella lotta contro la minaccia dell’occupazione israeliana per mantenere le proprie case

Di Aseel Jundi a Sheikh Jarrah, Palestina per Middle East Eye

Da dietro le quinte alla prima linea della lotta, le donne di Sheikh Jarrah stanno conducendo le lotte per salvare il loro quartiere dai piani di Israele di appropriarsi della terra su cui loro e svariate generazioni delle loro famiglie sono cresciute.

“Correrò a incatenarmi nella mia stanza se dovessero fare irruzione in casa nostra per espellerci con la forza”, dice Muna al-Kurd, 23 anni, la cui famiglia vive sotto minaccia di sfollamento dalla propria casa a Karm al-Jaouni a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est occupata.

Muna e suo padre Nabil in piedi accanto a un muro con scritto “Non ce ne andremo” in arabo (MEE / Aseel al-Jundi)

Mentre i palestinesi vengono attaccati dalle forze israeliane e dai coloni per aver difeso il loro diritto a rimanere nelle loro case, Muna, l’unica giornalista del quartiere, raramente può essere trovata a casa.

Invece, si è resa prontamente disponibile alle agenzie di stampa per documentare le violazioni quotidiane da parte dei coloni israeliani e delle forze di occupazione.

Middle East Eye ha incontrato Muna vicino alla sua casa di famiglia, dove ha condiviso la sua storia, raccontando di come le donne di Sheikh Jarrah trascorrono il loro tempo tra la crescente tensione, l’oppressione quotidiana dei residenti e la crescente solidarietà da parte degli attivisti, mentre affrontano ordini di sfratto in favore dei coloni.

L’esperienza di Muna con le molestie israeliane è iniziata già nel 2001, tre anni dopo la sua nascita, quando una parte della sua casa è stata chiusa e le sue chiavi confiscate come preludio all’ ospitare i coloni.

“Alcune delle prime storie che ho sentito e di cui ho parlato erano storie di sfratti ed espulsioni che minacciavano alcuni residenti del quartiere, finchè poi la minaccia non ha bussato alle nostre stesse porte”, racconta Muna.

“Sono cresciuta sentendo parlare di diritto internazionale, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e altre espressioni simili”.

I coloni vivono nella casa dei Kurd dal 2009.

Oggi, Muna si ritrova a ripetere queste stesse espressioni sulle piattaforme dei social media e presso le testate giornalistiche, assumendosi la responsabilità che le è stata conferita come giornalista dai residenti di Sheikh Jarrah per ottenere il sostegno internazionale.

Muna sostiene da tempo Sheikh Jarrah. Due mesi fa, ha lanciato una campagna online con l’hashtag #SaveSheikhJarrah per evidenziare la difficile situazione degli abitanti del quartiere.

“Senza fiato”

Mentre gli eventi si svolgono a Sheikh Jarrah, le donne palestinesi stanno assumendo ruoli vitali e di primo piano, riconosce Muna, partecipando alle riunioni dei residenti come al processo decisionale. Stanno inoltre prendendo iniziative individuali nei confronti degli attivisti, assistendo alle udienze presso i tribunali israeliani e monitorando da vicino la battaglia legale.

“Non posso enfatizzare questa resilienza senza dire che le donne del quartiere sono alle prese sia con il vivere in uno stato di incredibile paura per i loro mariti e figli sulla scia della quotidiana e brutale oppressione israeliana, sia con la profonda ansia derivante dalla paura di essere imminentemente sfrattate dalle loro case”, afferma.

Ho avuto un incubo ricorrente per anni, in cui qualcuno sta cercando di tirarmi fuori da casa mia con la forza, e io gli resisto’

Muna al-Kurd, residente a Sheikh Jarrah

“Dopo aver rotto il digiuno del Ramadan, le donne si affrettano a intrattenere gli attivisti della solidarietà offrendo loro tè, caffè o meloni freschi per smorzare il caldo della giornata, e poi si precipitano a sorvegliare la zona una volta che gli attivisti se ne vanno”, dice Muna con un sorriso che nasconde anni di costrizione.

La stessa impavidità di Muna è stata messa in mostra quando ha cercato di liberare suo fratello dalle mani delle forze speciali israeliane mentre lo picchiavano duramente. Suo fratello è stato infine arrestato qualche giorno fa.

Alla domanda sulle sue paure, Muna ha rivelato che parlarne era doloroso e non poteva essere riassunto in poche parole.

“Sono nata e cresciuta a Sheikh Jarrah e non posso immaginarmi di vivere altrove”, dice.

“A volte mi addormento e all’improvviso mi sveglio senza fiato.”

Muna ribadisce che, indipendentemente dal pericolo quotidiano che circonda lei e la sua famiglia, da quando i coloni hanno occupato metà della loro casa e l’incombente minaccia di essere espulsa con la forza dalla parte rimanente, non si sentirebbe al sicuro da nessun’altra parte.

“Prima che mia nonna morisse, non avevo una stanza tutta mia e dormivo nel soggiorno vicino alla finestra, dove immaginavo una mano che portava una pistola e mi sparava”, ha rivelato.

“Tuttavia, rifiuto totalmente l’espulsione forzata.”

Una storia di sfollamento

Nel 1948, il padre di Muna, Nabil al-Kurd, fu costretto a lasciare la sua casa ad Haifa per Gerusalemme dalla milizia ebraica durante la Nakba palestinese, o Catastrofe. La sua famiglia era tra le 28 famiglie che la Giordania, in collaborazione con l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, UNRWA, decise di reinsediare a Gerusalemme nel 1956 in cambio della rinuncia ai propri diritti in qualità di rifugiati.

‘Mi sono sposato in questa casa e vorrei poter morire qui. Ogni singolo pezzo all’interno di queste mura e intorno ad esso significa molto per me”

Salwa Skafi, residente a Sheikh Jarrah

Queste famiglie sono state selezionate e dotate di unità abitative costruite dal governo giordano per tre anni, dopodiché la proprietà di quest’ultime sarebbe divenuta automaticamente loro.

Tuttavia, dopo l’occupazione di Gerusalemme nel 1967, con la parte orientale della città passata sotto il controllo israeliano, gli abitanti del distretto di Sheikh Jarrah furono sorpresi quando due comitati ebraici registrarono la loro proprietà della terra di 18 dunam presso il Land Department nel 1972.

Di conseguenza, decine di casi giudiziari sono stati sollevati nei tribunali israeliani, mentre le 28 famiglie nucleari palestinesi si espandevano e il numero di residenti che rischiavano lo sfratto a favore dei coloni saliva a 500, tra cui 111 bambini.

Nel 2001, mentre la sua famiglia cresceva, Nabil ha completato la costruzione di un ampliamento della sua casa. Tuttavia, quattro giorni prima che la famiglia potesse trasferirsi, le autorità di occupazione israeliane hanno confiscato le chiavi.

Nel 2009, i coloni israeliani si sono trasferiti e hanno occupato la casa, solo per trasformare la vita della famiglia Kurd in un inferno attraverso incessanti azioni di disturbo.

Ora settantenne, Nabil e altre tre famiglie a Sheikh Jarrah stanno aspettando che la Corte Suprema di Israele raggiunga un verdetto nel caso di sfratto contro di loro. La Corte aveva rinviato la sua decisione la scorsa settimana a causa dell’escalation delle tensioni.

Salwa Skafi

Sulla strada verso nord, dalla casa della famiglia Kurd alla casa della famiglia Skafi, si possono vedere le postazioni dei coloni adiacenti alla casa di Umm Kamel al-Kurd, che i coloni hanno preso con la forza nel 2008.

Sul cancello di ferro della casa Skafi, si viene accolti dalla targa con inciso “non lasceremo mai la nostra terra” in inglese. La sessantaduenne Salwa Skafi, la donna di casa, vive lì dal 1976.

“E’ proprio qui che ho dato alla luce tutti i miei figli e le mie figlie, e anche i miei nipoti sono nati qui”, racconta Salwa a MEE.

“Ogni volta che mi viene in mente che potrei essere espulsa da questa casa sento un nodo alla gola.”

“Non godiamo più di un sonno tranquillo, e viviamo sotto un’immensa costrizione, specialmente durante i periodi di delibere giudiziarie israeliane, a cui ultimamente ho voluto assistere”.

“Ho dato alla luce tutti i miei figli e le mie figlie qui, e anche i miei nipoti sono nati qui”, dice Salwa Skafi (MEE / Aseel al-Jundi)

Salwa parla dell’entità della sua preoccupazione per i suoi figli e il marito malato in caso di sfratto. Ha poi ricordato il marito di Umm Kamel che ha avuto un ictus cerebrale ed è morto entro un mese dal loro sgombero forzato.

“Mi sono sposata in questa casa e vorrei poter morire qui. Ogni singolo pezzo all’interno di queste mura e intorno ad esso significa molto per me”, dice.

“A volte penso di sradicare gli alberi nel cortile di casa mia, per timore che i coloni ne godano i frutti.”

“Tra un paio di mesi l’albero di cachi maturerà e ogni giorno mi chiedo: chi mangerà i frutti quest’anno, noi o i coloni?”

Salwa descrive uno stato generale di frustrazione che prevale tra le donne del quartiere, che devono affrontare un arduo destino e un futuro vago se gli sfratti saranno eseguiti.

Nuha Attieh

Nuha Attieh, un’infermiera di 59 anni che vive a Karm al-Jaouni a Sheikh Jarrah dal suo matrimonio nel 1988, dice che da quando la prima famiglia è stata sfrattata dal quartiere nel 2008, non si è mai sentita al sicuro.

Questo Ramadan, le responsabilità delle donne si sono capovolte. Nuha non si dedica più alla preparazione del pasto di interruzione del digiuno per la sua famiglia la sera. Si sente invece più responsabile nei confronti degli attivisti e si precipita in loro aiuto quando se ne presenta la necessità. Si prende cura anche di loro offrendo loro tè, caffè e biscotti per farli sentire a casa.

Nuha Attieh con in mano i biscotti che ha preparato per offrirli agli attivisti (MEE / Aseel al-Jundi)

Il trauma di aver assistito all’irruzione delle forze israeliane nella casa dei loro vicini nel cuore della notte, 13 anni fa, è servito solo ad aumentare il sentimento di insicurezza di Nuha.

“Ho visto le porte dei nostri vicini, la famiglia Al-Gawi, venire distrutte in una notte nera come la pece, le donne buttate fuori con i loro abiti da notte e sfrattate con la forza dalla loro casa”, racconta Nuha a MEE.

“Questa scena non lascerà mai la mia immaginazione. Ricordo di aver preso dei vestiti da casa mia e di averli dati alle donne”.

“Oggi, sulla scia della tensione in cui vive il quartiere, vado a dormire con il mantello e l’hijab per paura di eventuali incursioni improvvise, visto che abbiamo a che fare con delle bande”.

in francese su Middle East Eye French edition.

Articolo di Middle East Eye tradotto da Rachele Manna

PalestinaCeL

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