CALL US NOW 333 555 55 65
DONA ORA

Egitto – Le donne e il mare

Houmam Al Sayed

da Assafir Al Arabi – SPECIALE DONNE NEL MONDO ARABO

logo di Assafir al Arabi
Mona Ali Allam giornalista egiziana

Le donne egiziane non partecipano alle vicende dell’immigrazione irregolare solo per essere loro stesse migranti. Un altro aspetto che le riguarda e che sembra più rilevante è il fatto che spesso sono madre o moglie di un immigrato.

Nourhan Jamal Fathi (20 anni, Al Bohayra), Nashwa Mohamad Khamis El Ghoul (17 anni, Al Bohayra), Ghada Fathi Abdul Hamid Mansour (24 anni, Al Sharkiya), Atiyat Ahmed Sayyed Ahmed (23 anni, Al Sharkiya), Amira Ashraf Abdo Abdul Alim (17 anni, Al Fayoum)… sono nomi comparsi nella lista delle vittime del naufragio di Rasheed, il 21 settembre 2016. Naturalmente, questo elenco non ci fornisce ulteriori informazioni sulle donne. Non conosciamo il loro status sociale, le loro motivazioni o se si sono imbarcate da sole o con le loro famiglie. Tuttavia, uno sguardo all’età del resto delle vittime può darci alcune indicazioni. Tra quei nomi c’è un certo numero di neonati e bambini, il che significa che almeno alcune di queste donne si sono imbarcate con i loro figli (e mariti?). Questa supposizione è confermata dalle storie pubblicate dai giornali su alcuni dei sopravvissuti, come Metwali Mohamad Ahmad, un uomo di 29 anni che ha perso in mare tutta la sua famiglia composta dalla giovane moglie e dal loro figlio di due anni e mezzo. Questo viaggio che si è trasformato in tragedia non è stato una vicenda eccezionale per quanto riguarda la partecipazione delle donne alla migrazione irregolare degli egiziani, sia che partano dall’Egitto o dal largo delle coste libiche, diventate un luogo privilegiato per l’immigrazione dopo che sulla costa egiziana si sono rafforzate le misure di sicurezza.

Lo scorso giugno la marina libica ha dichiarato che le guardie costiere hanno soccorso 16 migranti irregolari e recuperato 3 cadaveri di neonati, mentre più di cento persone sono state dichiarate disperse. Secondo le testimonianze di uno dei sopravvissuti, sulla barca c’erano tra le 120 e le 125 persone di nazionalità araba e africana e, tra i dispersi, c’era un neonato egiziano. Ciò indica che intere famiglie egiziane, comprese le donne ovviamente, si mettono ancora in mare per raggiungere l’Europa. La cosa da anche una nuova conferma che il fenomeno dell’immigrazione irregolare in Egitto non è, come normalmente si pensa, esclusivamente maschile.

Il cambiamento nei numeri e nelle percentuali

Il responsabile del programma dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM) in Egitto, Laurent De Boeck, afferma che determinare il numero esatto di migranti irregolari e la percentuale di donne è molto difficile, a causa della la natura di questo tipo di movimenti che avvengono al di fuori dei canali formali. Pertanto, non ci sono statistiche ufficiali sulla migrazione irregolare in Egitto. Quanto alle stime dell’Organizzazione e in base alle informazioni in suo possesso sul numero di migranti irregolari egiziani in Europa e sulla percentuale di donne tra di loro, sono le seguenti: nell’anno 2016 il numero di migranti irregolari ha raggiunto 4230; il 58% di loro erano minori non accompagnati, il 2% erano donne adulte, il 37% erano uomini adulti. La restante parte erano minori accompagnati. Nel 2017 il numero dei migranti è arrivato a 988: il 7,3% erano minori non accompagnati,l’ 1,7% erano donne adulte. Quest’anno si è registrato un calo del 76% del numero di migranti rispetto al 2016, anche il numero dei minori non accompagnati è diminuito drasticamente, forse perché i migranti hanno dovuto raggiungere la Libia per imbarcarsi, il che ha reso più difficile l’intero processo. Nel primo trimestre del 2018 il numero complessivo dei migranti è arrivato a 94. Tra gennaio e maggio 2018, 85 egiziani sono stati intercettati mentre attraversano da irregolari i confini attraverso la Grecia, Cipro e la Spagna. Come ha affermato De Boeck e come mostrano i numeri – c’è una diminuzione generale nel movimento degli egiziani in partenza dalle coste egiziane, al punto che tutti i rapporti indicano che è diventato pari a zero mentre gli spostamenti degli egiziani sono stati limitati alla Libia e alla costa occidentale del Mar Mediterraneo meridionale.

Ciò è probabilmente dovuto alle misure adottate dal governo egiziano per combattere la migrazione irregolare dalla costa settentrionale dell’Egitto, poiché questa rappresenta una priorità assoluta per il governo. A livello internazionale, l’OIM ha notato nell’ultimo decennio una femminilizzazione delle migrazioni, fenomeno che ha colpito anche l’Egitto, seppure in misura minore. De Boeck ha confermato che, attraverso l’assistenza diretta fornita dall’Organizzazione, si è notato che maschi e femmine sono in numero quasi uguale tra i migranti irregolari nel mondo e che il ruolo delle donne nelle società continua a cambiare, il che influisce necessariamente sui modelli di migrazione : “secondo le statistiche basate sui migranti che richiedono assistenza diretta dall’Organizzazione, stimiamo che il 52% dei migranti irregolari sono donne, oltre il 75% delle quali sono madri single che viaggiano con i propri figli”. De Boeck ricorda che le donne affrontano maggiori pericoli quando decidono di migrare irregolarmente a causa della loro duplice vulnerabilità, sia come migranti che come donne. Aggiunge che la povertà, le disuguaglianze di genere e la mancanza di opportunità di lavoro stabile sono le ragioni fondamentali e interconnesse che rendono queste donne vulnerabili ai rischi, in particolare alla tratta, sia per lo sfruttamento sessuale che per il lavoro forzato in cui le donne migranti sono soggette a sfruttamento, soprattutto nei settori del lavoro industriale o domestico.

I diversi aspetti del rapporto delle donne egiziane con l’emigrazione

Tuttavia, le donne egiziane sono coinvolte nella questione dell’emigrazione irregolare non solo per essere loro stesse migranti. Un altro aspetto che le riguarda e che sembra più diffuso è il fatto che spesso sono madri o mogli di un immigrato. Secondo precedenti dichiarazioni di funzionari internazionali che conoscono bene l’Egitto e secondo i rapporti di organizzazioni internazionali che operano nel settore, il 60 % dei migranti dall’Egitto sono bambini e minori, molti dei quali sono i capifamiglia dei loro nuclei famigliari . Alcuni di loro decidono di migrare autonomamente mentre altri portano con sé le loro famiglie. Ciò si spiega con la volontà di beneficiare dei diritti e dei privilegi concessi dalla legislazione europea ai minori richiedenti asilo. L’età di alcune vittime del naufragio di Rasheed oscilla tra i 12 e i 17 anni. Il villaggio di Al-Jazirah Al-Khadra nel centro di Metoubas del governatorato di Kafr El-Sheikh nel nord dell’Egitto è uno dei villaggi dove è aumentato il tasso di emigrazione irregolare.Il villaggio è separato dal villaggio di “Rashid” (nel governatorato di El Beheira) dal ramo di Rosetta del Nilo che può essere attraversato in pochi minuti su una barca di legno di medie dimensioni. Su entrambi i lati sono ormeggiate barche da pesca più grandi. L’altra estremità del villaggio è delimitata dal Mar Mediterraneo. Nelle vicinanze del villaggio si trovano altri villaggi come il villaggio Borg Rashid (nel governatorato di El Beheira) e il villaggio Borg Megheizel (nel governatorato di Kafr El-Sheikh) e altri villaggi dove il fenomeno della emigrazione irregolare è molto diffuso.

Girovagando per le strade polverose e sconnesse del paese, troverai uomini e donne seduti sulla soglia delle case, gruppi di bambini che giocano, lanciano sassi sulle palme per far cadere a terra datteri rossi o gialli. Non lontano, uomini e donne sono impegnati a intrecciare cesti di foglie di palma, il loro lavoro di sopravvivenza. Vedrai anche canali di acque basse e ferme pieni di terra, un gran numero di caffetterie e condutture accatastate recentemente portate per collegare la rete fognaria alla città che da tempo soffre di problemi in questo settore. In generale, la città, come qualsiasi altra città egiziana, soffre di edilizia informale, mancanza di igiene, scarsa qualità o totale assenza di servizi, siano essi in termini di infrastrutture, servizi medici o altri elementi necessari per una vita dignitosa.

L’attività principale della città è la pesca, ma la situazione dei pescatori è peggiorata da quando nel 2017 è stato avviato il progetto di piscicoltura nello stagno di Ghalyoun nel governatorato di Kafr El Sheikh. Il governatorato, attraversato dal fiume Nilo, confina con il mare mediterraneo e, avendo sul suo territorio anche il Lago Burullus, è noto per la sua abbondante produzione ittica, ma il progetto di Fish Farming aveva stabilito una zona di mare a cui è vietato l’accesso per i pescatori, limitando così l’area disponibile per la pesca.

Le perdite si sono ulteriormente moltiplicate con l’aumento dei prezzi del carburante e la accelerazione della recessione. D’altra parte, questo progetto, che è stato lanciato con enormi campagne pubblicitarie, non va a beneficio degli abitanti del villaggio a cui non viene offerta alcuna opportunità di lavoro e, come sempre, i guadagni accumulati non vanno a sfamare la gente comune. Oltre alla pesca, c’è il lavoro di costruzione di “contenitori” e ceste fatte con le foglie di palma.

Anche le attività agricole sono state danneggiate dalla scarsità d’acqua che ha provocato per anni un’irrigazione incostante. La quantità di terreno coltivato è diminuita e il raccolto è limitato quasi esclusivamente alle palme e ai prodotti dei datteri.

A causa della diffusa disoccupazione e della mancanza di opportunità di lavoro stabile, i giovani si rivolgono a lavori stagionali, anche se la stagione del raccolto non dura più di un mese all’anno. Anche i laureati – che sono una piccola percentuale degli abitanti del villaggio – si trovano a lavorare nella mietitura con uno stipendio compreso tra le 50 e le 100 sterline egiziane al giorno. Una percentuale molto piccola degli abitanti del villaggio lavora nei cantieri di produzione di mattoni di fango.

Nessuno nel villaggio ha dimenticato le storie dei bambini e dei giovani vittime del naufragio di Rasheed. Una delle vittime era Hilal, l’autista di tuk-tuk che apparteneva a una famiglia abbastanza benestante. Un altro era Karim che stava lavorando alla raccolta stagionale dei datteri e aveva tentato di emigrare due volte prima di intraprendere il suo ultimo viaggio, spinto da suo padre la cui famiglia versava in una deplorevole situazione economica. Mohammed Sharaf è stata un’altra vittima; amministrava la pagina “Metoubas” su Facebook e aveva tanti sogni per il suo villaggio come costruire un istituto religioso di formazione per gli abitanti del villaggio… Mohammed era sempre stato contrario all’emigrazione irregolare, ma, per qualche motivo, a un certo punto, ha deciso di andarsene. Suo padre, che lavorava all’estero, è tornato al villaggio dopo l’incidente e da allora ha lavorato alla realizzazione di alcuni progetti in omaggio al figlio scomparso. Sua madre, invece, piange ancora per la perdita del suo unico figlio, mentre disprezza lo zio che lo aveva aiutato a fuggire di casa il giorno del viaggio a sua insaputa. E ce ne sono altri… La povertà e la mancanza di una prospettiva migliore hanno spinto alcuni a incoraggiare i propri figli a imbarcarsi per mare, sperando che potessero raggiungere un posto migliore come altri prima di loro le cui foto vedono su Facebook nelle strade pulite d’Europa, con un aspetto più ricco e dignitoso . Questo provoca un sentimento di ammirazione e un forte desiderio di imitare l’esperienza.

I privilegi dell’infanzia!

La maggior parte dei migranti se ne va durante l’infanzia (tra gli 11 ei 18 anni) prima di aver terminato la scuola primaria. L’intenzione è quella di beneficiare dei vantaggi che i paesi europei offrono ai minori, come il diritto di asilo, l’opportunità di frequentare un apprendistato e poi, magari, di trovare un lavoro in un laboratorio.

Vanno prima in Italia e poi in Francia, Inghilterra o Belgio… I genitori scommettono sulla capacità dei giovani emigrati di togliere le proprie famiglie dalla povertà e di “salire in superficie”, come si suol dire. L’immigrato che abitualmente lavora in Europa in condizioni estremamente difficili – in un cantiere edile, come sturalavandini, in un ristorante o in un bar, o, come faceva al suo paese, come fabbro – è visto dalla sua famiglia come una gallina dalle uova d’oro. Si prende cura delle sue sorelle prima del loro matrimonio, acquista lussuosi mobili che possono costare fino a decine di migliaia di sterline egiziane e invia denaro in valuta pregiata. Così i genitori, che di solito soffrono di estrema povertà e analfabetismo e lavorano come pescatori o allevatori, incoraggiano i figli ad andarsene. Anche le mamme lo fanno, soprattutto da quando, grazie a internet, è diventato possibile dialogare quotidianamente con i propri figli emigrati con dialoghi e immagini. Ma non è una questione che riguarda solo le famiglie estremamente povere. Alcune famiglie medie o anche altre con (relativamente) buone condizioni economiche mandano via i propri figli per migliorare il proprio status. Vogliono che i loro figli trovino un lavoro con un reddito superiore a quello che potrebbero ottenere nel loro paese, se mai lo trovassero. Ad esempio, un ricco ingegnere agricolo del villaggio ha mandato suo figlio in un viaggio di emigrazione clandestina cinque anni fa. In alcune famiglie c’è più di un migrante.

Spesso sono le madri, da sole o con l’aiuto dei figli o delle sorelle, a gestire il denaro inviato dal figlio emigrato. Di solito comprano un pezzo di terra e costruiscono una casa in cui il figlio si trasferirà quando si sposerà al ritorno. Il figlio tornerà prima dei trent’anni in modo da non dover svolgere il servizio militare obbligatorio. Quando torna, “il buon partito”, sceglie la ragazza che è abbastanza buona per lui, molto probabilmente una studentessa delle scuole medie o superiori. La ragazza in questa età vulnerabile sarà entusiasta della prospettiva di un fidanzato che potrà comprarle vestiti e lussuosi dispositivi elettronici prima di tornare in Europa per preparare i documenti ufficiali in modo da potersi unire a lui.

La somma di denaro necessaria per migrare viene raccolta durante una notte di festa nel villaggio. Colui che sta per emigrare invita le famiglie del villaggio a raccogliere tra loro regali in denaro (“No’ta”). Le notti “No’ta” sono una consuetudine ben nota nel paese. Chi vuole sposare una figlia, saldare un debito, avviare un progetto, sottoporsi a un intervento chirurgico o mandare un figlio (o una figlia) su una nave di migranti, ricorre alla consuetudine per raccogliere la somma di denaro necessaria che può arrivare a 20 o 30 mila sterline egiziane e talvolta anche di più. A volte il denaro può essere raccolto anche vendendo bestiame o prendendo un prestito da parenti o amici intimi.

Un esempio: Umm Hassan

Nelle strette strade irregolari della città, le case modeste confinano con le moderne lussuose case a più piani. Ci sono anche proprietà murate dove la costruzione non è ancora iniziata. La maggior parte di queste terre appartiene a famiglie di migranti irregolari la cui situazione economica è migliorata a causa della migrazione di uno dei loro membri. Quelle famiglie sono diventate proprietarie di immobili dopo aver sofferto la povertà e difficili condizioni di vita. Tuttavia, la casa di Umm Hassan è rimasta la stessa nonostante suo figlio, Hassan, fosse emigrato in Italia 5 anni fa.

La vecchia casa traballante è ora vuota come il cuore della sua proprietaria, Umm Hassan, che si è trasferita a casa dei suoi genitori. Tutti parlano di “Aida”, questa quarantenne che “non ha mai visto una bella giornata in vita sua” è rimasta vedova troppo presto. Suo marito, un pescatore, ha avuto un incidente che ha compromesso le sue capacità mentali. Pochi anni dopo morì, lasciando la moglie sola con 3 bambini piccoli: due maschi e una femmina; Hassan era quello di mezzo. Viveva di un piccolo negozio di alimentari annesso a casa sua. Per la semplice donna analfabeta che probabilmente non ha mai messo piede fuori dal suo villaggio, il mare era un modo per garantire una vita migliore ai suoi figli. Non riusciva a pensare a una soluzione se non quella di mandare via suo figlio, proprio come facevano le altre vedove. Ha raccolto soldi per lui che arrivato a venticinque anni è emigrato. Ma, una volta finito di studiare nella scuola in cui era stato iscritto, fu arrestato e incarcerato dopo alcuni scontri di strada a cui lui stesso non aveva preso parte, secondo le versioni ufficiali della storia.

In isolamento, Hassan si lamentava di molestie e aggressioni all’interno della prigione. Successivamente è stato trasportato in ospedale in condizioni critiche. La direzione della prigione ha affermato che si trattava di un tentativo di suicidio, anche se gli restava solo un mese per scontare la pena. Hassan è morto a luglio in circostanze poco chiare. Le sue spoglie furono rimpatriate per essere sepolte nel villaggio e il nome “Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf” fu aggiunto alla lunga lista di egiziani che se ne sono andati e sono stati dimenticati se non nei cuori delle loro famiglie in lutto. “L’ho fatto partire perché la nostra situazione era difficile e suo padre è morto… l’ho perso… gli ho chiesto di partire contro la mia volontà”. Umm Hassan non ha costruito una nuova casa e la famiglia si è dispersa, quindi la vecchia casa è stata abbandonata.

Testimonianze

Sono le testimonianze di donne che non sono ancora partite in mare e che stanno ancora aspettando in Egitto o sono entrate in Libia. Parlano del loro dolore,dei sogni e dei dubbi e riferiscono di aggressioni sessuali e altre storie di sfruttamento a cui sono sottoposte lungo il viaggio.

Le donne sono state oggetto di rapporti e di ricerche sulla esperienza di immigrazione irregolare in Europa. È vero che rappresentano una piccola percentuale tra le migliaia di immigrati che si imbarcano per mare, ma sono l’anello più debole, i viaggiatori più vulnerabili e quelli che più subiscono sfruttamento. Possono fuggire da regioni di guerre e conflitti, essere migranti economiche, accompagnare i loro mariti, le loro famiglie, partire da sole, con i loro figli o essere vittime di reti di traffico di esseri umani. Si deve tentare di fare luce sulla sofferenza delle donne nel contesto della migrazione irregolare, attraverso storie vere raccontate da chi le ha vissute o da chi si trova in una situazione che spinge a prendere in considerazione la partenza. Sono storie rappresentate in alcune delle ricerche che hanno affrontato le situazioni di quelle donne durante un viaggio pieno di pericoli e abusi.

“Ahlam” nel mare

“Ahlam” (*) è una donna sudanese di 25 anni che attualmente vive con il marito di 30 anni in Svezia. Raggiunsero la Svezia dopo un viaggio irregolare attraverso l’Egitto che le costò 7mila Dollari. Ahlam era allora incinta di 7 mesi. Mi ha raccontato la sua storia tramite una chat su Internet: “Ho viaggiato con mio marito nel luglio 2015. Sulla barca c’erano circa 200 persone di diverse nazionalità: sundanesi, eritrei, somali, egiziani e siriani, donne, uomini e bambini. Non c’erano tante donne, avevano forse 15 o 20 anni e nessuna era egiziana. Alcune erano con i loro mariti come me, ma ricordo che una donna era sola con suo figlio, poiché era divorziata. Non c’erano più di 5 bambini. Ero entrata in Egitto in aereo regolarmente. Mio marito è entrato via terra clandestinamente. Ci siamo riuniti al Cairo in un distretto dove i trafficanti – che sono sundanesi ed egiziani – affittano appartamenti ai migranti clandestini fino alla data stabilita per il loro viaggio. Il tempo di permanenza in questi appartamenti oscilla solitamente tra una settimana e un mese. È stato uno dei momenti più difficili in cui abbiamo vissuto in ansia e stress, temendo sempre una possibile incursione”. Ahlam non sapeva esattamente dove fosse, tutto ciò che sapeva era che erano in Egitto. I contrabbandieri – come lei stessa dice – evitavano molto accuratamente di citare il nome del quartiere o i loro veri nomi. Non sapeva nemmeno da dove si fosse imbarcata per mare, anche se in seguito disse di essersi resa conto che erano effettivamente partiti da Alessandria.

“Ci siamo trasferiti dal Cairo ad Alessandria con veicoli privati, e c’erano anche appartamenti preparati per il nostro soggiorno ma per un periodo più breve… Siamo stati poi trasportati di notte su camion destinati al trasporto di merci. Ci siamo seduti tutti, uomini e donne, ed eravamo coperti da un lenzuolo per nasconderci… Era difficile sedersi in questa posizione ma ci abbiamo messo solo 10 minuti e siamo scesi in un posto vicino al mare… poi ho dovuto attraversare un lungo tratto camminando sulla sabbia… abbiamo camminato per circa 40 minuti, è stato faticoso perché c’erano delle colline sulla sabbia ma, a questo punto, non si può tornare indietro altrimenti si viene beccati dalla polizia. Quando siamo arrivati ​​a riva, abbiamo dovuto entrare in acqua e nuotare per un po’ per raggiungere il gommone che ci ha trasportato sulla barca più grande. Ero molto stanca e non sapevo nuotare ma alcuni giovani sudanesi mi hanno aiutato e trasportato”. Ahlam dice che i giorni trascorsi in mare sono stati l’esperienza peggiore e più difficile che avesse mai vissuto. Trascorse 12 giorni su una grande barca e un giorno e una notte su una più piccola prima che arrivasse una nave di soccorso per trasportarli in Sicilia in Italia, dopodiché iniziò il loro viaggio in Europa.

“L’esperienza è stata pessima, avevo il mal di mare e dovevo sdraiarmi tutto il tempo per evitare di vomitare. Tutti sulla barca avevano il mal di mare. A volte le onde erano molto alte e colpivano la barca in modo spaventoso. C’era vento e pioveva. Tutti erano sottoposti a una pressione enorme e la nostra unica scelta era quella di piangere, non solo le donne o i bambini, ma anche gli uomini. La piccola barca era sovraffollata; non era fatta per ospitare 200 persone. Non potevo allungare le gambe anche se il mio corpo aveva bisogno di riposo perché ero incinta. Noi donne eravamo sedute nella parte posteriore della barca dove la ventilazione era pessima. Non potevo andare a prua della barca per respirare. Mi venne il terrore del mare, ogni volta che vedevo l’acqua mi veniva da vomitare. Oltre a tutto questo, c’era la malnutrizione, la mancanza di appetito e la disidratazione… Abbiamo appreso che una signora siriana era morta durante un’altro viaggio in barca. Alla fine del viaggio, il motore della barca piccola si è guastato e abbiamo rischiato di ribaltarci e di annegare. Tutti hanno continuato a piangere e ci siamo rassegnati alla morte finché non abbiamo visto la barca di salvataggio… Molti soffrono di stress traumatico in seguito al quella orribile esperienza. Soffrivo di artrite alle anche e di mal di schiena. Da quando sono arrivata qui, sto ricevendo un trattamento per quella che è stata diagnosticata come sciatica. Non avevo problemi di salute prima… ora vivo di antidolorifici senza trovare il farmaco giusto. I medici mi dicono che il mio problema è più psicologico che fisico, quindi ho chiesto di vedere uno psicologo. Cerco di dimenticare quello che è successo, ma è difficile dimenticarlo”. È stata la seconda volta che Ahlam e suo marito hanno cercato di emigrare in modo irregolare. Al loro primo tentativo, le forze di sicurezza egiziane li hanno catturati e arrestati per due settimane prima di rimpatriarli in Sudan. Hanno tentato di nuovo la sorte dopo poco tempo. Nonostante siano stati trattati bene, Ahlam dice che quel periodo è stato difficile per lei. Si sentiva come se fosse stata punita per aver voluto partire e vivere in un posto migliore. Soffriva di un conflitto interno tra ciò che la legge prevede e ciò che un individuo desidera e le opportunità che si presentano. Dice che era pronta a riprovare una terza e una quarta volta, se necessario.

Sull’emigrare mentre era incinta, dice: “Non avevamo in programma di viaggiare per partorire in un paese europeo affinché nostro figlio prendesse la nazionalità. Quando mio marito mi ha proposto l’idea di partire, ero davvero incinta al quinto mese ma è stato difficile rimandare perché c’è una stagione per quei viaggi che di solito si svolgono durante l’estate. Inoltre, l’idea di viaggiare con un bambino dentro la pancia è stata più facile per me dell’idea di vivere questa esperienza portando un neonato che potrebbe annegare in mare”. Ahlam non conosceva tutti i dettagli del viaggio che stava per intraprendere. «È stata un’idea di mio marito. Me ne parlò e io accettai. Non immaginavo che fosse così pericoloso o così brutto. Mio marito mi ha detto che il viaggio in mare sarebbe durato un giorno o due… Lui stesso non sapeva la verità e i contrabbandieri non ti dicono tutta la verità. Ci sono cose che scopri solo quando entri in Europa. Non sapevo nemmeno nulla del processo di richiesta di asilo in Europa. Pensavo fossimo in viaggio per lavoro, proprio come se stessimo andando ad esempio in un altro paese arabo. Ma mio marito ha voluto chiedere asilo fin dall’inizio.

Ahlam dice che la causa della loro emigrazione è economica, per migliorare la loro condizione. Nonostante provenissero dal Sudan occidentale, erano vissuti in altre regioni. Lei è di Khartoum e suo marito è di Gedaref. Non hanno nulla a che fare con i conflitti del Darfur e suo marito non ha alcun problema con le autorità, ma ciò che ha sostenuto la loro domanda di asilo in Svezia è stato un problema personale che riguarda suo marito, che Ahlam preferisce non rivelare… Il marito di Ahlam era immigrato irregolarmente prima in Israele. Aveva lavorato lì per 3 anni prima di tornare in Sudan. È un fenomeno comune tra i giovani sudanesi, soprattutto quelli provenienti dal Sudan occidentale. Ahlam ha una laurea di specializzazione mentre suo marito non ha terminato gli studi universitari. In Svezia ha lavorato per un po’ nella riabilitazione dei bambini mentre suo marito lavora attualmente in un negozio di mobili. “Sto pensando di tornare in Sudan non appena avrò la cittadinanza. Mi pento di essere venuta qui, sarei dovuta rimanere in Sudan e lasciare che mio marito venisse qui da solo per lavorare. La nostra situazione economica in Sudan era buona e penso che fosse molto meglio della nostra vita qui. La realtà è molto diversa da quella che immaginiamo della vita in Europa. Qui puoi guadagnare soldi – anche se ci vuole tempo – e i servizi sono ottimi rispetto al Sudan ma, allo stesso tempo, perdi cose importanti. C’è una sensazione di isolamento e il fatto che sei evitato perchè appartieni a una cultura diversa. Puoi anche essere maltrattato perchè indossi un hijab o per le tue tradizioni. L’orario di lavoro consuma la maggior parte del tuo tempo e tu non hai vita sociale… È difficile trovare cibo halal e c’è il timore che i tuoi figli possano interiorizzare valori con cui non sei d’accordo attraverso la scuola… Sto cercando di convincere mio marito di quel che sto pensando… Vivo qui da 3 anni ormai e ho imparato molto, come si suol dire “si impara molto allontanandosi”. Non ero abbastanza consapevole delle cose quando ho accettato di venire. Potremmo guadagnare un sacco di soldi qui, ma perderemmo i nostri figli e anni della nostra vita. Siamo le vittime dell’Europa. Non valeva la pena di affrontare tutti questi pericoli.

Malath

Malath è una donna siriana di 33 anni. Ha scelto di iniziare a raccontare la sua storia a partire dal suo soggiorno di asilo in Turchia, dove vive da un anno e mezzo. “Durante questo periodo, mi sono sentita al sicuro dopo la distruzione causata dalla guerra in Siria. Ma la sicurezza da sola non basta, non ero finanziariamente stabile perché era difficile trovare lavoro a Istanbul, perché non conoscevo la lingua. Non potevo restare in Turchia, dove non avevo futuro né una base su cui poter contare per ricominciare… Mi sentivo come una foglia al vento. È stato allora che ho pensato di partire per l’Europa che presenta molti vantaggi per i rifugiati. Prima ero una feroce oppositrice dell’idea della migrazione irregolare, ma sono arrivata a un punto in cui non mi sentivo neppure viva, quindi non temevo più per la mia vita. Fu allora che l’idea iniziò a diventare attraente per me”. In una notte del 2016, Malath e alcune sue amiche sono partite da Smirne in direzione della Grecia su una piccola barca di gomma che trasportava, in cambio di 1000 dollari ciascuna, circa 40 persone di nazionalità siriana. In due ore, secondo un GPS, avevano raggiunto le coste dell’isola di Chios. Lì arrivò un battello di salvataggio della Croce Rossa. “In questo viaggio ho visto tante donne sole o con i figli ma senza il padre. Da quello che ho capito di loro, il più delle volte, i loro mariti sono già in Europa e le carte di riunificazione richiedono molto tempo quindi la maggior parte delle donne preferisce viaggiare per mare con i propri figli per evitare l’attesa e sfuggire alla guerra. Ma quello che ho trovato sorprendente è che alcune donne stavano vivendo questa esperienza da sole mentre i loro mariti erano seduti in Turchia o in Egitto in attesa dei documenti di riunificazione! Malath è partita dalla Grecia per un paese europeo. Per lei la vita in Europa è migliore nonostante i problemi legati alla lingua e all’integrazione. Per quanto riguarda il futuro, resta incerto, poiché i profughi di guerra vengono deportati dopo la fine della guerra nel loro paese d’origine.

Hayat” e le sue amiche: prima della difficile decisione

Hayat, Salwa, Afaf e Fatima sono 4 donne sudanesi di età compresa tra i 26 e i 39 anni. Appartengono tutte a tribù del Sudan occidentale, ma vivevano a Khartoum o a Omdurman. Ora, vivono tutte in Egitto senza le loro famiglie perché o sono divorziate o i loro mariti sono tornati in Sudan. Loro, o i loro figli, soffrono di problemi di salute che richiedono trattamenti fisici o psicologici. Tre di loro hanno affermato di essere pronte a migrare irregolarmente in Europa per trovare una vita migliore poiché hanno perso ogni speranza di migrare regolarmente attraverso le Nazioni Unite. Salwa è l’unica a dire di non essere pronta a correre il rischio o a infrangere la legge. Salwa ha 39 anni, è divorziata e vive con un parente. È stata l’ultima delle quattro ad arrivare in Egitto, dove mesi fa aveva chiesto di registrarsi presso l’UNHCR. Le altre tre sono già registrate e i tempi della loro permanenza variano dai due ai quattro anni. Salwa ha detto che sarebbe emigrata solo attraverso l’UNHCR. Spera in un cambio di regime in Sudan in modo da poter tornare indietro e vivere una vita sicura nel suo paese senza essere perseguita. Afaf, 33 anni, sta crescendo due figlie, una delle quali ha bisogni speciali. Racconta di una sua amica che è andata dall’Egitto alla Libia e, da lì, è emigrata irregolarmente in Europa con il fratello e i figli. Quelle storie circolano nei loro gruppi, incoraggiandole a fare il salto.

“Hayat” colpisce immediatamente con la sua alta grazia, bellezza, forza e gentilezza. Indossa un velo che sembra sia stato legato in fretta. Parla con un forte accento della sua dura situazione che le ha causato molta rabbia, ma non le ha tolto la capacità di sorridere e di essere gentile con gli altri. Due anni fa Hayat è venuta in Egitto con marito e figli ma, dopo un anno, il marito, che non è riuscito a trovare lavoro, è dovuto tornare in Sudan. Non ha potuto tornare a Omdurman dove vivevano perché apparteneva a un movimento di opposizione sudanese, quindi è andato in un villaggio del Darfur per lavorare come agricoltore. Hayat ha rifiutato di andare a causa delle cattive condizioni di vita nel villaggio, dell’assenza di servizi di base e del reddito molto dei contadini che vendono i loro beni, soprattutto visto il recente aumento delle tasse…. “Hanno proibito alla misericordia di Dio di scendere su di noi”, dice Salwa, descrivendo con le sue parole ciò che il governo sudanese ha fatto agli agricoltori e al settore agricolo… A ciò si aggiungono, ovviamente, tutti gli aspetti della mancanza di sicurezza.

Temendo possibili aggressioni sessuali e in via precauzionale, alcune donne e ragazze provenienti da Eritrea, Etiopia e Somalia di passaggio a Khartoum, in Sudan, si erano iniettate contraccettivi o portato con sé contraccettivi di emergenza durante il viaggio.

In assenza del marito, Hayat si assume da sola la responsabilità dei suoi quattro figli di età compresa tra 1 anno e mezzo e 11 anni. La donna, sulla trentina, tenendo in braccio il suo bambino, parla del crescente onere finanziario e delle difficoltà che sta affrontando mentre si inserisce in una società a cui non è abituata. Parla di molestie e di sorveglianza da parte dei vicini che l’hanno spinta a trasferirsi più di una volta. Esprime la sua perdita del senso di sicurezza. “Hayat”, che ha una laurea, era un’infermiera nel suo paese. Qui, sta cercando di guadagnarsi da vivere vendendo prodotti sudanesi che le consentono di realizzare un piccolo profitto marginale, se capita. Guadagna dalle 5 alle 10 sterline egiziane per ogni confezione venduta nell’ambito di un progetto sponsorizzato da un’associazione che collabora con l’UNHCR dove lavorano le donne rifugiate. “Ogni ilgiorno mi alzo per vendere barattoli di balsamo per capelli”, e questo le permette di aumentare le sue entrate di qualche sterlina di cui non può fare a meno in quanto l’aiuto finanziario dell’UNHCR non è sufficiente e il sostegno previsto per l’educazione dei figli è soloparziale.

Hayat ha iniziato a pensare che tutto ciò che sta spendendo nell’educazione dei bambini dovrebbe invece essere messo da parte per il viaggio di emigrazione. Hayat soffre di problemi ai reni e deve sottoporsi a un intervento chirurgico, ma non ha trovato nessuna organizzazione in Egitto disposta a sostenere i costi. Cerca di lenire i dolori mangiando prezzemolo e bevendo segale, ma anche questo rappresenta un onere per il suo budget. “È la mia unica speranza in questa vita.” Così Hayat parla dell’emigrazione in Europa, considerandola l’unica garanzia per un futuro migliore per i suoi figli e per il ricongiungimento familiare. “Le possibilità di migrare attraverso l’UNHCR sono diventate molto deboli”, quindi la sua unica opzione è la migrazione irregolare. Nel 2016, Hayat e i suoi figli avrebbero dovuto partire sulla barca Rasheed. Il costo del viaggio per una persona era di 35mila sterline egiziane ed era gratuito per i bambini di età inferiore agli 8 anni. Il naufragio l’ ha indotta a ricredersi sul progetto, ma questa “rinuncia” – almeno per Hayat – non è durata a lungo. L’idea riemerse, più insistentemente di prima, sotto il peso delle dure condizioni di vita.

È chiaro che Hayat è in conflitto tra due sentimenti: la paura di mettere a rischio la vita dei suoi figli e il desiderio di offrire loro una vita migliore che rende imperativo andarsene. L’ultima volta che le ho parlato, ha dichiarato con fermezza che aveva deciso di emigrare e che non si sarebbe tirata indietro “anche se il prezzo potrebbe essere la morte”, poiché ha solo una vita da vivere e non ha futuro per questa vita a meno di andarsene. Nonostante il parere del marito, che probabilmente le chiederà di pazientare e di non rischiare la vita dei figli, ribadisce che appena “metterà mano sui soldi”, prenderà i figli e se ne andrà. Hayat ci dice che il costo della migrazione è di circa 6mila dollari per una famiglia e 4mila per i singoli. Dice che conta sui pagamenti dovuti del suo precedente lavoro in Sudan. In genere, alcuni finiscono per vendere le proprie case o i beni in Sudan o dipendono dall’aiuto di parenti che lavorano all’estero. Afaf ha raccontato di una donna rifugiata sudanese residente al Cairo con i suoi 9 figli che ha venduto un rene per raccogliere la somma richiesta.

Libia

La Libia è considerata il principale punto di passaggio per i migranti e i rifugiati diretti in Europa, soprattutto a causa del maggior controllo poliziesco imposto dall’Egitto. Uno studio condotto dall’UNICEF, pubblicato a febbraio 2017, e intitolato “Un viaggio mortale per i bambini: la rotta migratoria attraverso il Mar Mediterraneo” afferma che, da settembre 2016, il numero di migranti in Libia è stimato intorno ai 256,di cui l’11 % sono donne, il 9% bambini gran parte dei quali non sono accompagnati. Attraverso interviste condotte con 122 migranti – 80 donne, 40 bambini tra i 10 e i 17 anni – provenienti da 12 paesi di diverse regioni del Medio Oriente, Nordafrica e Africa Sub-Sahariana, lo studio ha concluso che quasi la metà delle donne intervistate ha subito violenza sessuale o abuso sessuale durante il viaggio. La violenza sessuale è comune e persino organizzata ai valichi e ai posti di blocco. Spesso ci si aspetta che le donne forniscano servizi sessuali o paghino in contanti per attraversare il confine libico. Per far fronte a possibili aggressioni sessuali e in via precauzionale, alcune donne e ragazze provenienti da Eritrea, Etiopia e Somalia che stavano passano da Khartoum, in Sudan, si iniettano contraccettivi e portano con sé in viaggio contraccettivi di emergenza.

Alcune delle madri hanno dichiarato di essere state costrette a lasciare alcuni dei loro figli nei paesi di origine presso parenti, amici o vicini di casa. Si stima che le donne rappresentino il 20% degli arrestati nei centri di detenzione in Libia, che si stima siano circa 34. Le donne intervistate hanno parlato delle dure condizioni in cui si vive in quei centri: sovraffollamento, temperature molto elevate in estate, gelide in inverno, malnutrizione, violenze sessuali e verbali da parte delle guardie. Inoltre, la mancanza di assistenza sanitaria impedisce alle donne di acquistare prodotti per l’igiene femminile e medicine. Una ragazza che è stata detenuta nel Centro di Sabrata ha detto: “Una delle donne era incinta in questo posto, stava per avere il suo bambino. Una volta che il suo bambino è nato, non c’era acqua calda a disposizione, quindi ha dovuto usare acqua salata per prendersi cura del suo neonato”.

La Libia è anche considerata un punto di transito essenziale per le reti del traffico di esseri umani. Una delle attività dei trafficanti consiste nel contrabbandare donne dall’Africa all’Europa per lavorare nella prostituzione forzata. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha aperto un’indagine nel novembre 2017 sulla morte di 26 donne e ragazze migranti nigeriane i cui corpi sono stati ripsescati nel mediterraneo da due barche provenienti dal nord Africa. In quella circostanza, l’OIM assicurò che quei corpi probabilmente appartenevano a vittime della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, e che non si trattava del primo incidente di questo tipo. L’ufficio di Laurent de Boeck, capo del programma dell’OIM in Egitto, ha dichiarato che, sulla base dei dati raccolti tra il 2006 e il 2016 dall’Organizzazione, le donne costituiscono la percentuale maggiore di vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Secondo un rapporto dell’Organizzazione in Nigeria, il 98% delle donne migranti che arrivano in Europa dalla Nigeria sono vittime di tratta.

Il contenuto di questa pubblicazione è di esclusiva responsabilità di Assafir Al-Arabi e la Fondazione Rosa Luxemburg non può assumersene alcuna responsabilità.

Tutti i nomi delle testimonianze sono pseudonimi

Tradotto dall’arabo da Fourate Chahal Rekaby
Pubblicato in Assafir Al-Arabi il 10/10/2018

traduzione dall’inglese di Gabriella Rossetti

PalestinaCeL

VIEW ALL POSTS

NEWSLETTER

Iscriviti e resta aggiornato