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La Nakba di Sheikh Jarrah: come Israele usa “la legge” per la pulizia etnica di Gerusalemme est

bulldozer israeliani demoliscono case palestinesi a Gerusalemme est (Photo: Tali Mayer, via Activestills.org)

Ramzy Baroud 24 marzo da Palestine Chronicle

Un uomo palestinese, Atef Yousef Hanaysha, è stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane il 19 marzo durante una protesta settimanale contro l’espansione illegale di insediamenti israeliani a Beit Dajan, vicino a Nablus, nel nord della Cisgiordania. Sebbene tragiche, le notizie di cui sopra si leggono come un articolo di routine dalla Palestina occupata, dove sparare e uccidere manifestanti disarmati fa parte della realtà quotidiana. Tuttavia, questo non è vero. Da quando il primo ministro israeliano di destra, Benjamin Netanyahu, ha annunciato, nel settembre 2019, le sue intenzioni di annettere formalmente e illegalmente quasi un terzo della Cisgiordania palestinese occupata, le tensioni sono rimaste alte.

L’uccisione di Hanaysha è solo la punta dell’iceberg. Nella Gerusalemme Est occupata e in Cisgiordania è già in corso una massiccia battaglia. Da un lato, soldati israeliani, bulldozer dell’esercito e coloni ebrei armati illegali stanno compiendo missioni quotidiane di sfratto di famiglie palestinesi, sfollamento di agricoltori, incendio di frutteti, demolizione di case e confisca di terra. Dall’altro lato, i civili palestinesi, spesso disorganizzati, non protetti e senza leader, stanno contrattaccando. I confini territoriali di questa battaglia si trovano in gran parte nella Gerusalemme est occupata e nella cosiddetta ‘Area C’ della Cisgiordania – quasi il 60% della dimensione totale della Cisgiordania occupata – che è sotto il completo e diretto controllo militare israeliano . Nessun altro luogo rappresenta il microcosmo perfetto di questa guerra irregolare come quello del quartiere di Sheikh Jarrah nella Gerusalemme est occupata.

Il 10 marzo, quattordici organizzazioni palestinesi e arabe hanno lanciato un “appello congiunto urgente alle Procedure Speciali delle Nazioni Unite sugli sgomberi forzati a Gerusalemme est” per fermare gli sgomberi israeliani nella zona. Le decisioni successive dei tribunali israeliani hanno spianato la strada all’esercito e alla polizia israeliani per sfrattare 15 famiglie palestinesi – 37 case per circa 195 persone – nell’area di Karm Al-Ja’ouni a Sheikh Jarrah e nel quartiere di Batn Al-Hawa nella città di Silwan. Questi imminenti sfratti non sono i primi, né saranno gli ultimi. Israele ha occupato Gerusalemme est palestinese nel giugno 1967 e formalmente, anche se illegalmente, l’ha annessa nel 1980. Da allora, il governo israeliano ha respinto con veemenza le critiche internazionali all’occupazione israeliana, definendo, invece, Gerusalemme come la “capitale eterna e indivisa di Israele” .

Per garantire che la sua annessione della città fosse irreversibile, il governo israeliano ha approvato il Master Plan 2000, un imponente progetto intrapreso da Israele per riorganizzare i confini della città in modo tale da garantire una maggioranza demografica permanente per gli ebrei israeliani a spese degli abitanti nativi della città. Il Master Plan non era altro che un progetto per una campagna di pulizia etnica sponsorizzata dallo stato, che ha visto la distruzione di migliaia di case palestinesi e il conseguente sfratto di numerose famiglie. Mentre i titoli dei giornali presentano occasionalmente gli sfratti abituali delle famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah, Silwan e in altre parti di Gerusalemme Est come una questione che coinvolge contro-rivendicazioni da parte di residenti palestinesi e coloni ebrei, la storia è, in effetti, una rappresentazione più ampia della storia moderna della Palestina. .

In effetti, le famiglie innocenti che ora stanno affrontando “l’imminente rischio di sgombero forzato” stanno rivivendo il loro incubo ancestrale della Nakba – la pulizia etnica della Palestina storica nel 1948. Due anni dopo che gli abitanti nativi della Palestina storica furono espropriati delle loro case e terreni e completamente ripuliti dal punto di vista etnico, Israele ha promulgato la cosiddetta legge sulla proprietà degli assenti del 1950.

La legge, che, ovviamente, non ha validità legale o morale, ha semplicemente concesso allo Stato le proprietà dei palestinesi che sono stati sfrattati o fuggiti dalla guerra, per farne ciò che vuole. Poiché a quei palestinesi “assenti” non era permesso esercitare il loro diritto al ritorno, come previsto dal diritto internazionale, la legge israeliana era un furto grossolano sanzionato dallo stato. Alla fine mirava a raggiungere due obiettivi: uno, garantire che i rifugiati palestinesi non tornassero o tentassero di rivendicare le loro proprietà rubate in Palestina e, due, dare a Israele una copertura legale per la confisca permanente delle terre e delle case palestinesi.

L’occupazione militare israeliana del resto della Palestina storica nel 1967 ha reso necessaria, dal punto di vista coloniale israeliano, la creazione di nuove leggi che avrebbero consentito allo Stato e all’impresa di insediamenti illegali di rivendicare ulteriori proprietà palestinesi. Ciò è avvenuto nel 1970 sotto forma di legge sulle questioni legali e amministrative. Secondo il nuovo quadro giuridico, solo gli ebrei israeliani potevano rivendicare terreni e proprietà perduti nelle aree palestinesi.

La maggior parte degli sgomberi a Gerusalemme Est avvengono nel contesto di questi tre argomenti giuridicii interconnessi e strani: la legge degli assenti, la legge sulle questioni legali e amministrative e il Master Plan 2000. Nell’ insieme, si è facilmente in grado di decifrare la natura del progetto coloniale israeliano a Gerusalemme est, dove individui israeliani, in coordinamento con organizzazioni di coloni, lavorano insieme per realizzare la loro visione dello Stato.

Nel loro appello congiunto, le organizzazioni palestinesi per i diritti umani descrivono come l’insieme degli ordini di sfratto, emessi dai tribunali israeliani, culminano nella costruzione di insediamenti ebraici illegali. Le proprietà palestinesi confiscate vengono solitamente trasferite a una filiale all’interno del Ministero della Giustizia israeliano denominata Custode Generale Israeliano. Quest’ultimo mantiene queste proprietà fino a quando non vengono rivendicate dagli ebrei israeliani, in conformità con la legge del 1970. Una volta che i tribunali israeliani onorano le rivendicazioni legali di individui ebrei israeliani sulle terre palestinesi confiscate, questi individui spesso trasferiscono i loro diritti di proprietà o gestione a organizzazioni di coloni. In pochissimo tempo, queste ultime organizzazioni utilizzano la proprietà appena acquisita per espandere gli insediamenti esistenti o per avviarne di nuovi.

Mentre lo Stato israeliano afferma di svolgere un ruolo imparziale in questo progetto, in realtà è il facilitatore dell’intero processo. Il risultato finale si manifesta nella scena sempre prevedibile, dove una bandiera israeliana viene issata trionfante su una casa palestinese e una famiglia palestinese riceve una tenda fornita dall’ONU e alcune coperte. Mentre l’immagine sopra può essere liquidata da alcuni come un altro evento comune e di routine, la situazione nella Cisgiordania occupata e Gerusalemme Est è diventata estremamente instabile. I palestinesi sentono di non avere più niente da perdere e il governo di Netanyahu è più incoraggiato che mai. L’uccisione di Atef Hanaysha, e di altri come lui, è solo l’inizio di quell’imminente e diffuso scontro.

Ramzy Baroud è un giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Luggle and Defiance in Israeli Prisons” (Clarity Press). Il Dr. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) e anche presso l’Afro-Middle East Center (AMEC). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi

PalestinaCeL

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