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La lotta continua delle donne palestinesi …

Two women walk along the sea front as heavy winds blow dust and sand across a main road in occupied Gaza City, Jan. 6, 2019. (AFP Photo)
due donne camminano sul lungomare di Gaza City occupata con un forte vento che soffia sabbia e polvere 6 gennaio 2019 (AFP Photo)

di * Najla M. Shahwan /OP-ED /20 Marzo 2020

Mentre il mondo celebrava la giornata delle donne, l’8 marzo, le donne palestinesi continuavano a lottare per l’uguaglianza di genere e per i loro diritti, sacrificati da due circostanze principali forse tra loro connesse: l’occupazione israeliana e il controllo patriarcale nella loro società.

Durante gli ultimi decenni, le attiviste palestinesi hanno combattuto simultaneamente su due fronti – per la liberazione politica (nazionale) e per la liberazione sociale (di genere), ma scettiche su un programma femminista che si concentri soprattutto sull’empowerment individuale e sociale, anzichè confrontarsi sulla disuguaglianza di genere che nel loro contesto non deriva solo dall’oppressione patriarcale, ma dalla povertà, dalla dipendenza economica, dalla continua violenza politica, dalla insicurezza e instabilità causate dalla lunga occupazione israeliana, l’assedio e le politiche coloniali.

Le politiche israeliane dell’occupazione territoriale e della frammentazione e separazione spaziale insieme alle restrizioni della mobilità hanno sistematicamente espropriato, occupato e distrutto gli spazi di vita palestinesi, frantumando il territorio palestinese in diversi appezzamenti di territorio separati e isolati tra loro.

Queste politiche di controllo dello spazio hanno avuto un grave impatto sulla economia, la società e l’organizzazione familiare palestinesi oltre che sull’attivismo delle donne.

Divise ovunque

Le donne palestinesi non sono solo divise geograficamente tra – e all’interno di- West Bank, Gaza e Gerusalemme Est e la diaspora, ma, cosa più importante, le difficoltà dei contesti e delle situazioni in cui vivono variano molto: dall’essere rifugiate, a essere “cittadine” della West Bank o di Gaza, hanno tutte diversi tipi di accesso ai loro diritti.

Questa grande frammentazione e varietà di situazioni ha complicato i tentativi delle attiviste di organizzare un programma unitario.

Non si possono affrontare i diritti delle donne in Palestina in modo isolato ; l’impatto dell’occupazione e del conflitto politico sulla situazione giuridica, sociale, culturale, educativa, economica e politica è fondamentale se si cercano strategie per l’empowerment delle donne. Questo non vuol dire che le strutture e le culture patriarcali non siano un interesse cruciale per le attiviste palestinesi. Al contrario, significa mettere in luce quanto l’empowerment delle donne e la loro lotta politica per l’uguaglianza di diritti siano strettamente connesse all’empowerment economico e politico che si può raggiungere solo con la fine dell’occupazione israeliana.

Una storica lotta nazionale

Nonostante le restrizioni che sono costrette a subire, le donne palestinesi hanno assunto ruoli diversi da quello di vittime. Dall’inizio del ventesimo secolo quelle che potremmo definire attività di “resistenza” delle donne palestinesi presentano una evoluzione attraverso vari stadi.

Hanno cominciato con le associazioni di beneficienza e il lavoro nel sociale gestito da piccoli gruppi di donne di classe media.

Dopo il 1918, all’inizio del mandato britannico, le donne cominciarono a prender parte a manifestazioni contro la polizia inglese creando e spesso organizzando movimenti di militanti attivi nel sociale e nella vita politica e nazionale .

Dopo la “catastrofe” del 1948 la maggioranza dei palestinesi hanno dovuto abbandonare la loro terra. La perdita della patria e della casa e l’acquisizione dello stato di rifugiati erano spesso associate alla perdita di una persona amata della famiglia.

D’altra parte, dal punto di vista dell’empowerment delle donne, i campi profughi offrivano alle donne un nuovi ruoli, nella lotta per tenere insieme le loro famiglie, per conservare un fragile senso di identità e per reagire alle tante difficoltà della vita quotidiana.

I Palestinesi in esilio hanno scoperto l’importanza vitale dell’ educazione – per le ragazze oltre che per i ragazzi – e man mano che acquisivano più istruzione le donne cominciarono a partecipare agli embrionali movimenti di resistenza.

L’ OLP fu fondata nel 1964 e, sotto di essa, la General Union of Palestinian Women (GUPW) nel 1965. Tuttavia, nonostante si stessero indebolendo le barriere tra i sessi, i valori tradizionali continuavano a svolgere un ruolo centrale.

Questo era in parte dovuto al fatto che si trattava di valori troppo profondamente radicati nella cultura da poter cambiare facilmente e anche perchè componenti essenziali dell’attaccamento alla terra di Palestina e strettamente intrecciati con l’identità nazionale.

L’occupazione israeliana del 1967 ha portato i/le palestinesi della West Bank e della striscia di Gaza in un rapporto di più stretta vicinanza con coloro che occupano la loro terra. Improvvisamente gli israeliani erano nei villaggi palestinesi, nelle strade palestinesi e persino nelle case, cose che avevano un profondo effetto sulle donne che subivano violazioni fisiche e psicologiche. Dai primi giorni dell’occupazione, le donne non potevano fare a meno di fronteggiare le autorità militari israeliane.

Le donne hanno protestato contro l’occupazione della terra, la demolizione delle case, il maltrattamento dei loro figli e la reazione è stata l’arresto, la prigione e a volte anche l’abuso fisico da parte delle forze occupanti.

Sebbene un effetto secondario dell’occupazione sia stata la crescita di una coscienza femminista in alcuni settori della società, dalle donne ci si aspetta ancora che occupino un posto tradizionale. Nonostante che alcune donne siano diventate combattenti, alcune si siano impegnato nell’attivismo politico e molte altre abbiano contribuito alla resistenza.

In diversi modi questo è stato un importante periodo di transizione per le donne. Sebbene non siano certamente scomparsi i comportamenti conservatori, e la vita indubbiamente sia diventata più dura per molti aspetti, per le donne sono aumentate le opportunità.

La rivolta palestinese, – o intifada- cominciata alla fine del 1987, ha visto gli abitanti della West Bank e di Gaza impegnati in uno sforzo coordinato di resistenza alla occupazione israeliana -politicamente, economicamente e culturalmente. L’intifada cominciò come una dimostrazione spontanea di rabbia collettiva e la riaffermazione di una dignità nazionale che si può descrivere come una azione di giovani armati solo di pietre pronti ad affrontare la morte e la sofferenza.

Gli effetti sulle donne palestinesi sono stati misti e le loro reazioni e azioni si possono raggruppare in diverse fasi. Nonostante abbiano contribuito al generale rifiuto dell’occupazione, le donne hanno subito offese sia da parte del nemico che della propria società.

Alcuni decenni dopo, le immagini di donne e ragazze che lanciano pietre sfidando i soldati alla testa di marce di protesta durante la prima intifada mostrano promettenti segni di cambiamento sociale. In questo periodo i gruppi di donne promuovono il lavoro sociale e l’organizzazione politica. Questo permise alle donne di uscire di casa con l’alibi della lotta, portandole a occupare spazi precedentemente occupati solo da uomini, come l’organizzazione di riunioni politiche e la guida delle manifestazioni.

Fino ad oggi e dopo 53 anni di occupazione, sono soprattutto le donne e i bambini che pagano un prezzo quotidiano per questo circolo vizioso di ritorsioni.

Oltre a produrre la perdita del diritto alla vita, alla libertà di movimento, di autonomia e di sicurezza, Israele continua ad applicare una serie di leggi discriminatorie, di politiche e di pratiche che servono alla più vasta strategia di annessione e mirano a diminuire la presenza della popolazione palestinese, comprese le donne, particolarmente a Gerusalemme e nell’area C della West Bank. Queste leggi e pratiche comprendono una legislazione discriminatoria in tema di cittadinanza e di residenza, restrizioni sui ricongiungimenti familiari e sulla gestione amministrativa della demolizione delle case, insieme a un numero sempre maggiore di misure di punizione collettiva come la revoca della residenza e la demolizione delle case.

Legislazione

Le donne palestinesi si trovano di fronte ad una realtà complicata in termini di partecipazione politica e accesso ai livelli decisionali.

I movimenti palestinesi femministi e per i diritti umani hanno registrato alcuni importanti successi negli ultimi anni nell’affrontare la discriminazione legale e strutturale e migliorare la democrazia. Questi successi comprendono la modificazione della legge elettorale palestinese, assicurando una quota del 20% di rappresentanza nei consigli locali e nel Consiglio Legislativo e la ratificazione senza riserve della Convenzione Contro Ogni Forma di DIscriminazione contro le Donne (CEDAW).

Nonostante questi successi , tuttavia, le differenze di genere rimangono significative in molti aspetti della vita, compresa la partecipazione politica e l’accesso alle posizioni decisionali, fattori che si traducono in discriminazione contro le donne in termini di accesso a pari opportunità.

La discriminazione contro le donne in questo quadro si riferisce a “ogni distinzione, restrizione, esclusione sulla base del sesso che produca l’effetto o abbia l’intento di ostacolare o cancellare il riconoscimento, il godimento e l’esercizio da parte delle donne, indipendentemente dal loro stato coniugale. su una base di uguaglianza tra uomini e donne, dei diritti umani e delle libertà fondamentali negli ambiti politici, economici, sociali culturali civili e in ogni altro campo.

Attualmente, l’ inclusione delle donne nella politica istituzionale palestinese nella West Bank e a Gaza è ridotta. Nonostante Il Consiglio Legislativo Palestinese abbia mantenuto una quota del 20% di donne dal 2006 – una conquista per la quale le attiviste delle organizzazioni di donne palestinesi avevano combattuto con forza- la percentuale rimane modesta. Per di più, altre istituzioni hanno percentuali anche minori di inclusione.

Dei 15 membri del Consiglio Esecutivo dell’ OLP solo una è donna e dei 16 governatorati della West Bank e Gaza, Ramallah e el Bireh hanno una donna al governo. Analogamente, nell’aprile del 2019 il governo ha solo tre ministre su 22.

Prigioniere

Dal 1967 più di 17.000 donne sono state rinchiuse nelle carceri israeliane comprese le 36 che sono ancora dentro e le 47 in attesa di giudizio. Il maggior numero di arresti è avvenuto durante la prima intifada (1987-1993) quando furono arrestate 3.000 donne e durante la seconda dal 2000 al 2005, quando furono arrestate 1.000 donne.

Gli arresti di donne sono aumentati negli ultimi due anni soprattutto nell’area della moschea di Al-Aqsa.

Il numero di bambini prigionieri nelle prigioni israeliane è oggi di 250 compresi 41 di Gerusalemme- 36 dei quali sono agli arresti domiciliari e 5 nei “ricoveri”. Il numero di prigionieri per reati amministrativi è di circa 500, uomini e donne, mentre ci sono 700 prigionieri ammalati compresi 30 pazienti oncologici.

Nel 2019 le autorità israeliane occupanti hanno arrestato 1.600 palestinesi, la maggioranza di Gerusalemme compresi 230 bambini e 40 donne.

Le prigioniere soffrono di condizioni intollerabili nelle prigioni israeliane, completamente private dei diritti umani fondamentali compresi il diritto alla privacy e all’istruzione.

Durante la detenzione, le donne palestinesi sono spesso soggette a violenza di genere finalizzata a “spezzarle”.

Senza la fine della repressione politica ed economica, e del de- sviluppo prodotto dalla occupazione israeliana e dalle politiche coloniali, i diritti delle donne palestinesi e l’uguaglianza di genere continueranno ad essere limitati. L’empowerment sociale e culturale potrà progredire solo quando potrà rafforzarsi la posizione economica e politica delle donne. Perciò la privazione di diritti nazionali rimane il principale ostacolo al raggiungimento dei diritti delle donne in Palestina oggi.

Più nell’immediato, Israele deve essere obbligato ad ubbidire alle leggi internazionali, come la 4a Convenzione di Ginevra, la legge umanitaria internazionale, i diritti umani e le risoluzioni rilevanti delle Nazioni Unite. I diritti sociali, politici e culturali delle donne in situazioni di conflitto devono essere garantiti e protetti, mentre si devono attuare i ricongiungimenti familiari. Oltre ad alleviare le pesanti limitazioni della libertà delle donne prodotte dalla occupazione e da riforme interne palestinesi, si dovrà agire a livello della legge, del mercato del lavoro, dell’istruzione, della rappresentanza politica, della salute e delle norme culturali.

Tali impegni, se sostenuti con costanza e con sensibilità, possono essere un primo passo per il cambiamento delle norme culturali che rinforzano le strutture patriarcali e la posizione subordinata delle donne nella società, mirando in questo modo a costruire modelli alternativi di rapporti di genere in Palestina.

* Autrice palestinese, ricercatrice e giornalista freelance; ha ricevuto due premi dalla Unione degli Scrittori Palestinesi

DA DAILY SABAH 20 MARZO 2020

Traduzione a cura di Gabriella Rossetti da https://www.dailysabah.com/opinion/op-ed/the-ongoing-struggle-of-palestinian-women

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