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Il prezzo da pagare se nasci a Gaza e vuoi studiare a Cambridge

Se sei palestinese di Gaza devi mettere in conto angoscia, resilienza e fortuna per superare gli ostacoli che si incontrano per poter studiare lontano da un luogo occupato

di Tala Shurrab Novembre 27, 2020 da +972 Magazine nella foto studentessa Palestinese durante una cerimonia di laurea a Ramallah, West Bank, May 29, 2011. (Issam Rimawi/Flash90)

L’agenzia di viaggi ha chiamato lunedì 28 settembre alle 17:00. L’autobus partirà da Gaza alle 6 del mattino seguente per l’Egitto attraverso il valico di Rafah, mi ha informato l’agente al telefono. La notizia è stata uno shock. Non mi aspettavo di uscire di casa presto. Quando viaggi da Gaza, non prenoti semplicemente un biglietto o ti aspetti che le cose vadano secondo i piani; registri il tuo nome presso un’agenzia di viaggi e ti viene assegnata una data di partenza in base alla fortuna.

Le persone registrano i loro nomi mesi prima del giorno in cui si aspettano che i valichi siano aperti, ma io mi ero iscritta solo pochi giorni prima, avendo ricevuto l’ ammissione all’Università di Cambridge in ritardo. Dato questo ritardo, l’unico modo in cui potevo registrarmi per viaggiare era pagare un extra, anche se l’agenzia di viaggi mi aveva consigliato di non farlo: la possibilità che il mio nome comparisse nell’elenco dei viaggiatori era molto bassa, avevano avvertito. Ho comunque corso il rischio perché Gaza è diversa da qualsiasi altro posto: i valichi con l’Egitto e Israele, l’unico modo per entrare e uscire dalla Striscia per i palestinesi, sono raramente aperti, forse tre volte al mese – o mesi – se sei fortunato.

Ho attaccato il telefono di fronte al fiume di lacrime che scorreva sul viso di mia madre. Ero scioccata. Non sono riuscito a reagire in qualche modo o a dire qualcosa. Pochi mesi fa, ero tornata a Gaza dopo aver vissuto in Libano per quattro anni per proseguire i miei studi universitari. Stavo appena cominciando a sistemarmi a casa; è stato sconvolgente fermarsi a riflettere sulla possibilità di partire di nuovo. Se permettessi ai miei pensieri sul futuro di prendere il sopravvento, ne resterei prigioniera. Mi paralizzerei. Così, ho deciso di continuare a muovermi e lasciare la mia famiglia per la centesima volta.

Ho avuto 12 ore per fare le valigie, passare del tempo con i miei genitori e fratelli per i saluti. Ma il mio corpo e il mio cervello erano in uno stato di incredulità. Non riuscivo a fare i bagagli in modo appropriato né a essere presente con la mia famiglia durante la nostra ultima serata insieme. Rimanevo a letto, guardando mia madre mettere in valigia i miei vestiti preferiti, la mia kuffiyeh e il mio paio di scarpe preferite che quest’anno avevano viaggiato con me in cinque paesi diversi, cercando di farli stare tutti in due piccole valigie. Rendendosi conto del lungo e faticoso viaggio che mi aspettava, mia madre ha interrotto i preparativi e si è precipitata in cucina a preparare i panini. Ha chiesto a mio fratello di portarmi degli snack e il mio caffè preferito.

Ho 22 anni e gli anni che ricordo chiaramente sono stati pieni di cambiamenti e addii. Non ricordo l’ultima volta che mi sono davvero sistemata e mi sono sentita in pace. Immagino sia il prezzo che pago per cercare di assicurarmi una buona istruzione e un futuro lontano da una terra occupata e terrorizzata.

I palestinesi aspettano al valico di confine di Rafah con l’Egitto, nel sud della Striscia di Gaza, dopo che è stato aperto per due giorni dagli egiziani. autorità, l’11 maggio 2016 (Abed Rahim Khatib / Flash90)

L’ultima notte mio padre continuava a dire: “Tala, ma perché mi lasci di nuovo? Ero così felice di averti finalmente tra le mie braccia.” Mia madre non riusciva a smettere di piangere e ripetere quanto mi ama. I miei fratelli, anch’essi sull’orlo delle lacrime, non mi hanno lasciato quella notte. Quando sono a casa, io e mio padre giochiamo a carte ogni sera e l’ultima sera abbiamo condiviso questo rituale con tutta la famiglia. Abbiamo giocato, riso e apprezzato i pasticcini di mia madre fino a un paio d’ore prima che dovessi lasciarli di nuovo tutti dietro di me.

I saluti, non importa quanto ci si abitua, ogni volta si rimane colpiti in modo diverso. Non credo che mi abituerò mai al dolore che segue il calore dell’ultimo abbraccio di mia madre e lo sguardo di mio padre, pieno di orgoglio. Il dolore non si attenua, il cuore impara solo a tollerarlo meglio. Misono allontanatai, senza autorizzarmi a guardare indietro o a pensare a casa, specialmente dopo aver sentito il suo caldo abbraccio, desiderato per anni. Sapevo che se mi fossi girata e avessi intravisto le sagome dei miei genitori, sarei tornata di corsa tra le loro braccia.

Sono partita martedì alle 6 di mattina, come aveva promesso l’agenzia. C’era molta gente in partenza e noi eravamo divisi in diversi autobus, tutti organizzati dall’agenzia di viaggi. Ero sull’autobus n. 2 con circa altri 20 palestinesi. Sono entrata in modalità osservazione, come di solito faccio durante i viaggi. Ho sentito i palestinesi esprimere la speranza e la felicità di lasciare finalmente Gaza, la prigione a cielo aperto, come la chiamano. La maggior parte di loro aveva prenotato voli dall’Egitto verso altri paesi dove aspirano a crearsi una vita migliore.

E io ero solo lì. Nessun volo successivo prenotato e nessun visto garantito. Il programma del mio master nel Regno Unito doveva iniziare il 1 ° ottobre con lezioni online e avevo tempo fino alla fine di ottobre per arrivare all’università. Non ho potuto richiedere un visto per studenti da Gaza perché l’ufficio visti per il Regno Unito è stato chiuso a causa della pandemia COVID-19. Quindi partire per l’Egitto era un rischio estremo che dovevo correre. Non ero sicura di poter richiedere un visto da lì, dal momento che non ho niente con me tranne il mio passaporto palestinese. Tuttavia, se questa volta non avessi colto l’occasione, non ci sarebbe stata altra possibilità di rischiare nulla; nessuno sa davvero quando il valico di Rafah riaprirà.

Studenti palestinesi partecipano alla cerimonia di laurea presso l’Università di Birzeit vicino alla città di Ramallah in Cisgiordania, il 16 giugno 2013 (Issam Rimawi / Flash90)

Essere di Gaza significa che buone notizie e opportunità non arrivano mai facilmente. Se sei ammesso all’università o ottieni un lavoro all’estero, devi essere preparato ad assumerti tutti i rischi possibili e affrontare tutti gli ostacoli possibili: dalla telefonata che ti fa sapere se puoi viaggiare, agli innumerevoli posti di blocco lungo il percorso. Attraverso tutto ciò, impari la pazienza e acquisisci resilienza fino a quando quei tratti diventano la maggior parte di ciò che sei. Devi produrre l’energia per aspettare. E, cosa più importante, non devi prenderla sul personale quando, mentre viaggi, vieni trattato come un prigioniero accusato di molteplici crimini. L’unico crimine che abbiamo commesso, tuttavia, è nascere a Gaza.

Qui non c’è un finale triste

Era la prima volta che passavo da sola il valico di Rafah. Mi sono chiusa, sopprimendo pensieri e emozioni. Sentivo che era l’unico modo per sopravvivere. Il viaggio è stato pieno di tempi di attesa e umiliazione. Quando sono arrivata al confine egiziano, ho aspettato sei ore solo che l’ufficiale egiziano timbrasse il mio passaporto e mi permettesse di partire. I confini non sono come gli aeroporti; così come la data di partenza dipende dalla fortuna, così è anche l’ora in cui attraversi il confine. Il mio problema, però, non era con la lunghezza dell’ attesa: alle 20, i militari egiziani bloccano la città del Sinai, che dobbiamo attraversare per andare al Cairo, per ragioni di sicurezza. Se i viaggiatori non arrivano prima del coprifuoco, sono costretti a passare la notte per strada fino a quando i cancelli non vengono riaperti al mattino.

L’orologio ticchettava. Erano le 19:00. Mi sono distaccata dalle mie emozioni, paura e tristezza. Ma non riuscivo a non pensare alla possibilità di dormire per strada. Il mio corpo si è mosso prima che potessi comprendere cosa stava succedendo intorno a me. Ho fatto amicizia sull’autobus. L’ho chiamata e ho deciso di andare a parlare con “l’agenzia di intelligence”. Lo abbiamo fatto. Abbiamo pianto di fronte agli agenti, spiegando quanto fosse ingiusta la situazione. “Come puoi permettere che una studentessa di 22 anni che viaggia da sola passi una notte per strada? Per favore, abbi pietà e timbra il mio passaporto “, ho gridato. L’agente ha detto freddamente: “Vedrò cosa posso fare” e se ne è andato.

Pochi minuti dopo, il mio nome è stato chiamato insieme ad altri sette passeggeri per salire a bordo dell’ autobus delle 19,30. Significa che avevamo 30 minuti per attraversare circa 10 checkpoint ed assicurarci di non rimanere bloccati sulla strada. Il nostro viaggio è stato relativamente facile rispetto alle centinaia di palestinesi che hanno dovuto passare la notte o al confine o tra i posti di blocco fino a quando i cancelli non si sono riaperti al mattino.

Dopo 22 ore di viaggio, sono finalmente arrivata a casa di mia zia al Cairo alle 4 del mattino. Ho aperto la porta e ho trovato un pasto caldo sul tavolo e mia zia mezza addormentata sul divano che mi aspettava. L’ho abbracciata, mi sono goduta il cibo, ho fatto la doccia e ho dormito per 12 ore senza interruzioni.

Ho passato un mese in Egitto. Le cose non sono diventate più facili. Ma ancora una volta, non potevo permettermi di lamentarmi del mio viaggio; dovevo continuare ad andare. L’università mi ha concesso il permesso di arrivare a Cambridge entro il 31 ottobre, quindi avevo esattamente un mese per arrivarci. La mattina dopo, ho prenotato il primo appuntamento per il visto presso l’ambasciata del Regno Unito, che era dopo due settimane. Ho preparato i miei documenti e nel frattempo frequentavo le lezioni online.

Tala Shurrab a Cambridge, novembre 2020 (Foto per gentile concessione di Tala Shurrab)

Pochi mesi e molti incidenti dopo, posso dire di aver trionfato sul viaggio. Finalmente sto scrivendo dalla mia stanza del dormitorio dell’Università di Cambridge. Ora ho il tempo per rilassarmi e riflettere sul mio viaggio, ma questa volta sto festeggiando me stessa. Non c’è un finale triste qui. Forse le opportunità hanno un costo, ma avere uno scopo rende il dolore degno di essere sopportato.

Sono passate due settimane e cammino per le strade di Cambridge sentendomi più grata e felice di quanto non sia mai stata. Ricordo a me stessa come, anni fa, guardavo le foto dell’università, desiderando di poter essere una di coloro che arrivano in un’istituzione così prestigiosa.

Sono qui per conseguire un master in psicologia e educazione, e ho intenzione di tornare a Gaza per iniziare la mia carriera di psicologa dell’educazione lì. Non ho un rapporto stabile con casa mia dal 2014, il che significa che sono costantemente alla ricerca di piccole cose che possono aiutarmi a sentirmi più vicina ad essa mentre sono lontana. Ma so che alla fine, sarà valsa la pena di tutta questa, quando tornerò a Gaza facendo quello che mi ero prefissata di fare da quando avevo 15 anni.

Tala Shurrab è nata e cresciuta a Gaza, in Palestina. Nel 2014, ha guadagnato una borsa di studio con il programma YES per studiare negli Stati Uniti per un anno, e se n’è andata quando si è concluso l’attacco militare di Israele a Gaza quell’anno. Quell’esperienza fu piena di incubi e la ricerca di aiuto negli Stati Uniti ha acceso il suo interesse per la psicologia. Shurrab ha quindi ricevuto la borsa di studio MEPI Tomorrow’s Leaders per proseguire i suoi studi universitari presso la Lebanese American University, dove si è recentemente laureata in psicologia. Ha anche ricevuto una borsa di studio per conseguire un Master in Psicologia dell’Educazione presso l’Università di Cambridge. Per Shurrab, questo viaggio accademico è un trampolino di lancio verso il raggiungimento del suo obiettivo finale, che è quello di esercitare come psicologa dell’educazione in Palestina.

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi da https://www.972mag.com/gaza-cambridge-university/

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