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Alla vigilia dell’annessione il mondo abbandona i Palestinesi

Omar Karmi The Electronic Intifada 5 giugno

nella foto: Protesta contro il piano di annessione di parti della Cisgiordania che lascerebbe I Palestinesi senza cittadinanza. Shadi Jarar’ah APA images

È, secondo le famose parole del più grande allenatore di football di sempre (Alex Ferguson n.d.r.), “un tempo stridente” (“squeaky bum time”) per il mondo sulla Palestina.

A luglio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso che cogliendo un’opportunità che ha senza vergogna definito “storica”, ci sarà l’annessione formale da parte di Israele di ampie fasce dei territori palestinesi occupati.

L’esercito israeliano si sta preparando, mentre i coloni israeliani non sono soddisfatti della proposta di annessione, che secondo loro non è ancora abbastanza.

Di fronte ad una intenzione così evidente, molti paesi, politici e attori internazionali hanno protestato formalmente. La Gran Bretagna “non sosterrà” l’annessione, e Francia, Belgio, Lussemburgo e Irlanda hanno preso in considerazione come risposta provvedimenti economici punitivi.

Joe Biden, presunto candidato del partito Democratico alla presidenza, vuole far pressioni su Israele affinché non adotti alcuna misura “che renda la soluzione a due stati impossibile”.

La Giordania ha protestato a gran voce e anche i paesi del Golfo hanno lanciato l’allarme. Secondo il ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti Anwar Gargash, l’annessione rappresenterebbe “un grave passo indietro per il processo di pace” .

L’Arabia Saudita ha fatto dichiarazioni simili.

Il coordinatore delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov ha esortato Israele ad “abbandonare le minacce di annessione”, che, ha avvertito, se andassero in porto rappresenterebbero una grave violazione del diritto internazionale.

Solo chiacchiere

Sembrerebbe essersi formato un blocco di opposizione globale unito contro i piani d’Israele: la Cina si è dichiarata “profondamente preoccupata”, la Russia ha espresso molte obiezioni, e persino il Vaticano ha lanciato un monito contro l’annessione.

Eppure, niente di tutto ciò ha dissuaso Israele, e iniziano già ad emergere piani di annessione sempre più dettagliati.

Il governo israeliano è stato chiaro: i palestinesi che vivono nell’area che verrà annessa – il trenta percento di quello che rimane della Cisgiordania (fuori da Gerusalemme Est) che include importanti blocchi di colonie e la Valle del Giordano – non riceveranno la cittadinanza e dovranno invece continuare ad essere trattati da cittadini di seconda o terza classe.

Israele starà alla larga da paesi e altri grandi centri abitati palestinesi, lasciando queste zone completamente circondate da quello che diventerebbe un territorio a sovranità israeliana.

Il governo israeliano è fiducioso e aperto riguardo ai suoi piani perché gode dell’appoggio di Washington. I funzionari israeliani sono stati chiari: l’annessione imminente seguirà i punti del cosiddetto ‘piano per la pace” di Trump’, così chiamato dal nome del presidente americano Donald Trump, ma ideato dal suo genero Jared Kushner e in realtà, secondo alcuni israeliani di estrema destra, scritto proprio da Netanyahu.

Ad Israele importa solo dell’opinione americana. E se le opinioni americane dovessero cambiare – come suggeriscono alcuni report – allora i programmi di annessione potrebbero dover rallentare.

Ma l’annessione non è un’invenzione improvvisa ideata da Trump o Netanyahu. Ha origine nell’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967 – ma probabilmente precede anche questo periodo – e l’amministrazione Trump sta semplicemente offrendo una strada chiara, mentre le precedenti amministrazioni americane avrebbero insistito su una annessione strisciante agli occhi del pubblico.

Fine di un paradigma

Il processo di pace sponsorizzato dagli Stati Uniti che ha seguito la firma degli accordi di Oslo nel 1993 è sempre stato in realtà un dibattito tra i sostenitori di Israele negli Stati Uniti e i leader israeliani. La discussione riguardava quanta altra terra Israele avrebbe annesso e a quali condizioni.

I funzionari dell’Autorità Palestinese continuano a nutrire la speranza – almeno in pubblico – di ottenere aiuti che dovrebbero arrivare da fuori.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha più volte richiesto un processo di pace internazionale che possa sostituire quello dominato dagli Stati Uniti.

Ma i paesi europei non interverranno. La Francia e altri paesi possono anche parlare di provvedimenti punitivi, ma per agire collettivamente, tutti i 27 membri dovrebbero agire all’unisono. Paesi alleati di Israele come l’Ungheria e la Repubblica Ceca potrebbero bloccare persino le discussioni preparatorie sulle sanzioni e così risparmierebbero alla Germania – che pubblicamente afferma di sostenere il diritto internazionale – qualsiasi imbarazzo per dover difendere le violazioni israeliane.

Il Regno Unito, che ha rinunciato a trovare una soluzione per la Palestina, potrebbe dichiarare che considera la futura annessione una violazione del diritto internazionale, ma in ogni caso non intraprenderà alcuna azione. A Boris Johnson, il primo ministro del Regno Unito, sono state offerte diverse occasioni per esprimere la posizione del Regno Unito rispetto al diritto internazionale, ma si è rifiutato di rilasciare qualsiasi commento.

La Russia e la Cina sono occupate a gestire le proprie sfere di influenza e i paesi arabi – dalla Giordania al Golfo – sono troppo dipendenti dal supporto militare statunitense per fare un passo che si rivelerebbe troppo azzardato.

La fine del paradigma degli accordi di Oslo svela dunque con chiarezza la impotenza di questi paesi di fronte a Israele.

I Palestinesi dovranno badare a se stessi. I funzionari palestinesi sanno già che piega sta prendendo la cosa, ma privatamente temono che abbandonare l’Autorità Palestinese – come la fine del paradigma degli accordi di Oslo prevederebbe – possa indebolire la possibilità di una leadership palestinese unita.

Secondo questa logica, senza l’Autorità Palestinese, il governo israeliano sarebbe libero di dividere i palestinesi – dando potere a uomini potenti locali in luoghi separati per mantenere l’ordine in cambio di piccoli interessi personali e la possibilità di concedere favori alla lealtà – praticamente facendo quello che l’Autorità Palestinese, riluttante o no, ha fatto fino ad ora.

Ma questo è il futuro che i palestinesi dovranno affrontare, divisi, come già sono. Queste tattiche legate alle varie municipalità, inoltre, non sono sostenibili per Israele, che per assicurarsi una vittoria assoluta, dovrà impegnarsi in un nuovo ciclo di pulizia etnica peggiore di quella del 1947-49.

Non si sa se Israele vorrà farlo. Per i Palestinesi, qualsiasi leadership, esistente o emergente, che vorrà unire e essere d’ispirazione per il suo popolo dovrà iniziare dal riconoscere che le vecchie strategie appartengono al passato.

I palestinesi dovranno affrontare una vecchia- nuova battaglia, che comincerà col far rimanere le persone sulla propria terra e dovrà concludersi con una lotta per la libertà e l’affermazione dei diritti nazionali in una Palestina, intera.

Omar Karmi è stato corrispondente da Gerusalemme e Washington D.C. per The National newspaper.

Traduzione Claudia Vlad da https://electronicintifada.net/content/world-abandons-palestinians-eve-annexation/30381

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