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Il vero test del corona virus per Israele sta nel liberare i Palestinesi dalla sua oppressione

La solidarietà che riusciremo a dimostrare ai palestinesi oggi determinerà in che tipo di paese vivremo quando sarà finita la pandemia

Di Avner Gvaryahu, Breaking the Silence 5 aprile, 2020

Non si può sapere quanto robusta sia una casa finchè non è colpita da una tempesta- se le sue fondamenta sono stabili, la sua infrastruttura adeguata o il suo tetto sia ben sigillato. Tutti questi elementi sono messi alla prova ora che la tempesta del coronavirus si abbatte sulle nostre coste e invade Israele e i territori occupati.

Questo è vero sia per le nostre case private che per la scena nazionale e globale. Tutto è messo alla prova in momenti come questo, dai piani a lungo termine del governo fino alla qualità della formazione per chi fornisce servizi.

Come in ogni test a sorpresa, ci sono quelli che cominciano improvvisando, costretti a decidere in fretta con poco tempo a disposizione. Ben presto, tuttavia, diventa chiaro che non ci si può affidare solo all’improvvisazione; il successo dipende in larga misura da quanto per tempo ci siamo preparati.

Improvvisamente le storie dei grandi risultati della “Nazione Start-up” (*) sembrano vacillare e sono troppo fragili di fronte all’abbandono del settore pubblico da parte dello stato. Il bilancio della sanità è stato sistematicamente prosciugato per anni, e le conseguenze – compreso un severo deficit di posti letto, di test e di ventilatori negli ospedali – sono sotto gli occhi di tutti. Il sistema educativo non si è potuto fermare dato che la tecnologia sostitutiva non era stata sviluppata in tempo. Tutto ciò sta emergendo solo un mese dopo che è comparso il primo caso di coronavirus in Israele e poco prima che si apra ancora un lungo duro periodo di fronte a noi.

In tutto ciò, il cosiddetto “processo di pace” è stato spinto in un angolo lontano nella psiche nazionale di Israele. Queste due parole-che erano già da tempo logore e oggetto di derisione ben prima dell’esplosione della pandemia- sono poco più di una copertura della reticenza, dell’incompetenza cronica nell’affrontare quella che sta velocemente diventando una necessità esistenziale.

Nella Striscia di Gaza, nella West Bank e in Gerusalemme Est vivono milioni di palestinesi sui quali abbiamo ostinatamente rifiutato di allentare il controllo. Con il controllo viene la responsabilità. Come gestiremo Gaza se il numero di coronavirus dovesse aumentare ancora? Cosa faremo se finiscono i ventilatori e i contagiati della West Bank non riescono a respirare?

Israele non è solo responsabile per i suoi nove milioni di cittadini, ma per tutti i 14 milioni di esseri umani che vivono sotto il nostro controllo tra il fiume e il mare. Eppure, la pressione sul popolo palestinese non è mai stata tanto miope, arrogante e pericolosa.

Abbiamo impedito ad una intera nazione di costruirsi una casa nazione, uno stato. Li abbiamo ammassati spietatamente in bantustan, rendendo loro impossibile sviluppare una economia propria, infrastrutture pubbliche e normali relazioni diplomatiche. Abbiamo bombardato ospedali e centrali elettriche a Gaza senza fermarci a chiederci che cosa può succedere quando un malato si affaccia al confine chiedendo le cure mediche che abbiamo rifiutato di fornirgli.

Ora più che mai, è chiaro che il capitalismo sfrenato e il nazionalismo delirante che hanno guidato i governi di Israele uno dopo l’altro, hanno fallito. E’ troppo presto per sapere se i leader populisti come Donald Trump, Jair Bolsonaro e Boris Johnson pagheranno per i loro abbagli, o se, come il loro amico Victor Orban, sfrutteranno la crisi per intensificare l’ assalto alla legalità e rafforzare il loro potere.

Gli attivisti della società civile hanno fatto il loro lavoro. Dobbiamo contribuire in ogni modo alla lotta per combattere la pandemia. Dobbiamo tener d’occhio i tentativi delle autorità di afferrare il potere, assicurarci che la pandemia non sia usata per danneggiare le nostre istituzioni democratiche. E dobbiamo coraggiosamente proporre la nostra visione di un futuro migliore.

Palestinesi della sanità pubblica disinfettano un lavoratore che rientra da Israele al Check point Tarqumiya, March 27, 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

Quelli di sinistra non possono più permettersi il lusso di starsene tranquilli o di vergognarci di noi stessi e di ciò in cui crediamo. Per noi la parola chiave è stata e rimane solidarietà. Vera solidarietà che richiede più investimenti nei nostri servizi pubblici che vuoti tributi dai nostri balconi.

La solidarietà che dimostriamo reciprocamente ora darà forma al paese in cui vivremo quando il coronavirus se ne andrà. La nostra solidarietà con il popolo palestinese determinerà se potremo sostituire l’ interminabile occupazione con un futuro diverso, in cui non ci sia un’altra nazione soggetta al nostro dominio.

Questa non è un’esercitazione- è un codice rosso. Dobbiamo cogliere questo momento e liberare i milioni di palestinesi sotto il nostro controllo, in modo che possano finalmente governarsi da soli liberamente. Se decidiamo una volta di più di lasciare perdere, non guariremo più come nazione. Possiamo scegliere di uscire da questa crisi meglio equipaggiati per affrontare le difficili decisioni che ci troveremo di fronte o possiamo continuare a mettere la testa sotto la sabbia. La scelta sta a noi.

traduzione Gabriella Rossetti da https://www.972mag.com/israeli-solidarity-coronavirus-test/

PalestinaCeL

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