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Civiltà in macerie, contro la distruzione di saperi arti memoria in Palestina – presentazione

Alessandra Mecozzi30 maggio 2024

Da quando siamo nate come 11 anni fa come “Cultura è Libertà” il nostro lavoro è stato promuovere la cultura palestinese in Italia, nei suoi vari aspetti, raccogliendo fondi per sostenere progetti culturali di giovani in Palestina. Pensiamo che far conoscere la cultura palestinese serva sia a sottrarre questo popolo agli stereotipi correnti “vittima-terrorista”, sia a combattere la disumanizzazione a cui sono soggetti, dalla narrativa israeliana e da molti media occidentali.

Questa giornata la dedichiamo alla cultura palestinese e ad un aspetto di cui in pieno genocidio, parlano solo esperti del settore: la distruzione del patrimonio culturale, materiale e immateriale. Il caso di Gaza è centrale. Ma si parlerà anche di Cisgiordania (la storica dell’arte Carla Benelli,) e altri paesi come Iraq e Siria ( L’archeologo Giancarlo Garna e l’architetto Giovanni Fontana).

Per Gaza bastano questi dati a dare un’idea. A 230 giorni dall’inizio: 340 insegnanti e accademici; 81 artisti e scrittori; 10 esperti di antichità, di cui 4 archeologi; 147 giornalisti; 193 atleti

206 siti archeologici; 189 sedi governative; 450 Edifici scolastici e università; 604 moschee; 3 chiese; 69 sedi di istituzioni per l’informazione; 64 club sportivi

Da Gaza ascolteremo Fadel AlUtol, archeologo incontrato nel 2019 al sito del Monastero di St. Ilarione, con Nashwa, una amica anch’essa archeologa. Ci disse che, per il monastero, ci sarebbero voluti ancora due anni di lavoro, aggiungendo «… con la speranza che Israele non ci faccia cadere qualche bomba». Ma le bombe sono cadute anche lì, al momento, sembra, con danni non gravissimi; Isber Sabrine, archeologo siriano che con lui lavora, dirige la Ong Heritage for peace che ha redatto un ampio rapporto sugli effetti della guerra sul patrimonio culturale. Da Tel Aviv, sarà interessante ascoltare Alon Arad, il direttore della ong Emek Shaveh che insieme a Yesh Din già 7 anni fa aveva pubblicato un rapporto sull’uso politico e propagandistico che Israele ha fatto e continua a fare dell’archeologia.

Un episodio. Per una caso fortuito alcune centinaia di reperti del Museo Mathaf (albergo) a Gaza, di proprietà dell’imprenditore Khoudari, si sono salvati e tuttora si trovano in Svizzera dove era stata promossa una mostra Gaza all’incrocio di civiltà nel 2007, con la cura dell’archeologo Marc André Haldimann che ce ne ha parlato. Incredibilmente sono ancora rimasti lì per una serie di ostacoli burocratici.

L’amore per l’arte e la cultura della popolazione di Gaza, è testimoniato (come riferisce il Ministero della Cultura Palestinese) dalla partecipazione annuale di circa 220mila persone in 76 centri registrati, 3 teatri, 80 biblioteche pubbliche; 15 librerie, case editrici, di distribuzione.

Sono stati totalmente o parzialmente distrutti 24 centri culturali, 5 grandi biblioteche pubbliche, 11 musei, librerie, case editrici, monumenti storici, murales artistici, alcuni maqamat (santuari), il Conservatorio nazionale musicale Edward Said. Enorme perdita è quella degli Archivi centrali nell’edificio storico del Comune di Gaza, bombardato. Contenevano documenti di oltre un secolo, memoria politica, economica, sociale e culturale della città. Neanche le scuole e le Università sono state risparmiate: quella Al-Azhar; l’Università Islamica, di cui è stato ucciso il rettore Dr. Soufyan Tayeh con la sua famiglia e l’amato prof. Rafat Al-Ara’eer, scrittore poeta professore di letteratura inglese. Da ricordare l’incursione di militari israeliani nel deposito archeologico di Gaza, supervisionato dalla Scuola francese di archeologia, con migliaia di importanti reperti rinvenuti durante gli scavi archeologici negli ultimi anni, che rappresentano una parte importante della storia di Gaza e della Palestina in generale.

Secondo Hamdan Taha, archeologo palestinese, l’importanza nazionale di questi siti, e il loro potenziale nel portare turismo e rilanciare l’economia di Gaza, “ha portato Israele a manomettere intenzionalmente edifici storici e archeologici, con l’obiettivo di cancellare il legame tra il popolo di Gaza, la sua terra e la sua storia. ” Israele, – aggiunge – “vuole scollegare il popolo di Gaza dalla storia del territorio, cercando allo stesso tempo di creare una propria narrativa e collegamento con il luogo”. La distruzione di questi siti nella Striscia di Gaza in modo così brutale e sistematico è un tentativo disperato da parte dell’esercito di occupazione di cancellare le prove del diritto del popolo palestinese alla propria terra”.

Si tratta di una storia lunga ed ampia, come dice Eyad Salim, di Gerusalemme, che ha elencato diversi siti del patrimonio che sono stati distrutti dalle forze israeliane durante la Nakba del 1948.  “Nei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, le moschee, i santuari islamici e i siti del patrimonio culturale furono chiusi, distrutti o convertiti in sinagoghe”,

Si può dire che sono state violate tutte le convenzioni internazionali: la quarta convenzione di Ginevra del 1949, la convenzione dell’Aia del 1954 sulla protezione dei beni culturali nei conflitti armati e i suoi protocolli (1954 e 1999), e la Convenzione del 1970 sulle misure per vietare e prevenire l’importazione, l’esportazione e il trasporto di proprietà illegali di beni culturali, la Dichiarazione mondiale dell’Unesco del 2001 sulla protezione della diversità culturale». E perfino la risoluzione ONU n. 2347 adottata il 24 marzo 2017 che ha per oggetto la protezione dei beni culturali e il contrasto al loro traffico in relazione in situazioni di conflitto armato

Di fronte a tutto ciò suona grottesca la dichiarazione dell’ esercito israeliano: “L’IDF evita il più possibile i danni alle antichità e ai siti storici. “Nell’ambito della distruzione delle capacità militari di Hamas, esiste, tra le altre cose, la necessità operativa di distruggere o attaccare le strutture in cui l’organizzazione terroristica colloca un’infrastruttura di combattimento. Ciò include le strutture che Hamas ha regolarmente riconvertito per combattere. L’IDF è impegnata nel rispetto del diritto internazionale e agisce in base ad esso e ai valori dell’IDF”.

Cercheremo di capire se e che cosa è pensabile fare per il futuro, anche con Chiara Boracchi, giovane archeologa e giornalista e l’architetto Giovanni Fontana. Nostro obiettivo è far parlare in un certo senso queste macerie, provocate dalla furia genocidaria di Israele, parlare di ciò che non è azzardato definire genocidio culturale, su cui ascolteremo le valutazioni di una giurista Maddalena Cogorno

L’intellettuale polacco Rafael Lemkin (Lemkin 1944), che coniò il termine “genocidio culturale”, sosteneva che il genocidio culturale non era meno grave della distruzione di un gruppo umano. La definizione venne adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1946, ma gli stati con una storia di decimazione delle popolazioni native come Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Canada ricorsero, nella Convenzione del 1948, a diluire il testo da applicare a qualsiasi atto deliberato commesso con l’intenzione di distruggere la lingua, la religione e la cultura di un gruppo umano.

A proposito dell’ UNESCO, che ha svolto un ruolo efficace nel seguire la distruzione del patrimonio culturale in Iraq e Siria, ma non nell’attuale attacco a Gaza, come esperti Palestinesi non mancano di sottolineare. Le reazioni internazionali agli spaventosi crimini commessi contro il patrimonio culturale di Gaza sono state modeste ed è stata evidente l’assenza di un ruolo effettivo da parte dell’UNESCO relativamente alla distruzione di tale patrimonio. Allo stesso modo, anche le altre istituzioni culturali europee sono rimaste in disparte, un atteggiamento che vale anche di fronte alle tiepide dichiarazioni rilasciate dal Consiglio del Patrimonio Mondiale, l’ECOMOS, che quasi appoggiava l’assalto.

Le distruzioni dei Talebani in Afghanistan, come i Buddha di Bamiyan, e i gravi danni portati da Isis/Daesh in Siria, città di Palmira, oltre alla barbara uccisione dell’archeologo Khaled al Asaad, che a Palmira aveva dedicato tutta la vita, sono state esecrate dal mondo “civile” e hanno avuto l’attenzione delle Istituzioni preposte, come l’UNESCO. Si parlò in quelle occasioni della indispensabile azione della cosiddetta civiltà occidentale contro la barbarie. Oggi assistiamo alla barbarie di Israele contro una civiltà millenaria. Ma su questa barbarie c’è grande silenzio. Perché? Ecco, rompere questo silenzio è anche un obiettivo di questa giornata

PalestinaCeL

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