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No alla punizione collettiva contro Gaza

di Hanin Majadli, da Haaretz 13.10.2023

Non bisogna essere un Gandhi o un’anima particolarmente nobile per essere sconvolti dalle immagini del massacro e delle atrocità nel sud. Le immagini di intere famiglie che sono state assassinate, dei cadaveri di giovani sparsi nel sito di una festa nella natura, di altre con bambini in lacrime portati in cattività, di persone sparate nelle loro macchine e morte sul ciglio della strada.

Come donna palestinese che vede questo ed è sensibile all’ingiustizia dell’occupazione e alle azioni terribili commesse da anni quotidianamente dall’esercito israeliano contro il suo popolo e che ne scrive su queste pagine, riconosco crimini quando li vedo e posso dire chiaramente che per me sono moralmente inaccettabili e che sono inorridita nell’esserne testimone.

Ma vedo anche il contesto in cui queste atrocità si sono verificate. Non lo dico per giustificarle, ma per spiegare ciò che la maggior parte degli israeliani si è rifiutata di vedere per anni e che, come risultato, ora si ritrovano sorpresi e scioccati. Questo è importante ora, perché quando c’è quello che chiamiamo “calma” a nessuno interessa parlare dei palestinesi, e quando non c’è “calma” vogliono spianare Gaza e tutti coloro che ci vivono. Questa sfortunatamente è la gamma emotiva israeliana rispetto ai palestinesi. E questo circolo deve essere spezzato.

Perfino crimini orrendi non si verificano nel vuoto, ma c’è un terreno fertile per loro. L’occupazione è la radice di ogni male e la radice della disperazione dei palestinesi. Il blocco violento e brutale di Gaza crea un’enorme motivazione per il sostegno a azioni orribili come queste. Circa un migliaio di militanti di Hamas hanno commesso atrocità.

Ma per il 99 percento del tempo, sono le forze militari israeliane che invadono, bombardano, sequestrano, sparano e massacrano senza sporcarsi le mani. Civili palestinesi muoiono vicino alla recinzione di confine e intere famiglie palestinesi vengono uccise nel quartiere di Shujaiyeh di Gaza City e nel campo profughi di Al-Shati. Come i miei amici ebrei mi direbbero dopo ogni operazione di successo a Gaza – È molto triste, Hanin, ma questa è la guerra. E io dico: No. Esiste una moralità anche in tempi di guerra. E deve esserci perché possa esserci vita.

Questo articolo viene scritto nelle circostanze più difficili che ho vissuto da quando ho iniziato a scrivere e forse in tutta la mia vita. Se essere una palestinese israeliana è difficile in tempi normali, in questi tempi è quasi impossibile. Perché fin dall’inizio della guerra, io e altri due milioni di cittadini arabi veniamo visti come colpevoli. Perché stiamo zitti, o impauriti, o perché abbiamo osato paragonare o – e questa è la cosa peggiore – abbiamo parlato del contesto e dell’occupazione.

Sì, per noi in questo momento è difficile parlare apertamente. Non tutti sono tagliati per farlo. Ma io sento che è mio dovere morale, nei confronti della mia gente e nei confronti di questo posto in cui vivo, dove ho colleghi e amici che amo e per le cui vite sono preoccupata, non restare in silenzio di fronte alla disumanizzazione dei residenti di Gaza. Sento che è mio dovere oppormi a tutte le richieste di vendetta e di cieca punizione collettiva: tagliare acqua e elettricità, affamare in massa una popolazione civile, la distruzione totale del cuore di Gaza. Nessuna di queste cose è una risposta adeguata o una soluzione. Questi sono crimini di guerra.

Ammetto di non sapere qual è la soluzione, ma Israele non solo non ha offerto agli abitanti di Gaza una prospettiva di vita normale sotto il suo blocco militare, ha fatto tutto ciò che ha potuto per inasprire le loro vite. I palestinesi meritano giustizia e libertà, e con tutto il mio cuore voglio che la libertà del mio popolo non sia intrisa di sangue di israeliani, e spero sinceramente che ci siano rimasti un po’ di israeliani che provano la stessa cosa.

Traduzione di Sveva Haertter

PalestinaCeL

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