CALL US NOW 333 555 55 65
DONA ORA

La borsa che non riuscivo a chiudere

Cosa dovrei portare / nella borsa dell’esilio?

Fatena Abu Mostafa su We Are Not Numbers scrive da Gaza un emozionante, appassionato poema

Uno zaino con un motivo ricamato.

La borsa. Foto: Fatena Abu Mostafa

I. Cosa dovrei portare?

Cosa dovrei portare
nella borsa dell’esilio?
Questa domanda mi rodeva la mente,
mi bruciava gli occhi insonni
mentre fissavo la stoffa sfilacciata:
una borsa con due cerniere
e una piccola tasca anteriore,
vuota come il mio petto.
Le sirene strillavano di nuovo,
portando fuoco alle strade,
ruggendo come leoni scatenati –
e noi, gli animali addomesticati,
non avevamo artigli,
né riparo,
né voce in capitolo.
La folla inondava le strade
come formiche, come stormi sparsi.
E io –
io affrontavo la mia borsa
e i frammenti della mia vita
sparsi sul freddo pavimento piastrellato:
testi elisabettiani,
racconti vittoriani,
libri di poesia e prosa –
l’ultimo respiro
dei miei giorni all’università.
Qualche vestito.
Un po’ di trucco
che un tempo credevo potesse mascherare
le rughe nere incise sul mio viso –
la paura che mi scavava lo sguardo,
i pensieri che mi legavano il cranio
come filo spinato
avvolto intorno a un uliveto.
In un angolo tremante del mio cuore,
la speranza sussurrava:
“Lascia la borsa. Resta. Ignora il cielo”.
Ma la paura ruggì più forte,
premendo il suo stivale
contro la mia lingua.
Singhiozzai,
ingoiai la pioggia
che cadeva dal palato
fino alla soglia del mio mento.
Ma il viso rimase bagnato –
e una cascata si
asciuga mai?
Così chiesi di nuovo:
cosa c’è dentro questa maledetta borsa?
Il mio letto? Il mio cuscino?
Il mio cappotto invernale o i miei sandali estivi?
Il mio gelsomino?
L’ulivo radicato fuori dalla nostra porta?
Il tetto che un tempo sorvolava la mia colomba?
La finestra da cui entrava la luce?
Ma la mia colomba ha le ali.
Può volare.
Le mie sono rotte.
E la finestra –
come si porta una finestra?
Dove metto la mia mente,
il mio respiro,
il mio nome?
Tutto ciò non può entrare
in questo tessuto stanco,
lacerato da troppe notti di volo.
Dovrei prendere il mio diario,
le sue pagine piene di sogni ora messi a tacere?
O dovrei prendere la mia foto da bambina –
da guardare quando sento di essere invecchiata troppo in fretta,
per ricordarmi
chi ero
prima che questa guerra
rimodellasse il mio viso
e scolpisse gli anni
nei miei occhi da ventenne?
Lo ripeto ancora e ancora:
una borsa non sarà mai abbastanza.
Ho capito che non ero sola
in questo crudele rituale…
Ho visto le mani di mia madre tremare
mentre preparava la sua borsa.
Le mie sorelle, i miei fratelli,
ognuno con una borsa mezza vuota,
mezza sacrificata.
Ognuno con gli occhi
mezzi annegati in cose
che non poteva portare.
Ho sentito il peso nel silenzio di mia madre,
quanto sia impossibile
infilare una vita
in cerniere e tessuto.
Come potrebbe una casa
essere piegata
in una borsa?
E ancora mi supplico:
una borsa non sarà mai abbastanza.

Una fotografia, una penna e un quaderno.

Oggetti nella borsa. Foto: Fatena Abu Mostafa

II. Una borsa non è mai abbastanza

Afferrai i miei libri,
i miei versi,
le mie pagine tremanti –
e la borsa,
troppo fragile per contenere una storia,
appesa a una spalla
troppo fragile per la partenza.
Strisciai in avanti,
una tartaruga senza guscio,
lasciandomi il futuro alle spalle.
I miei piedi mi portarono
nella foschia dell’ignoto,
una foglia d’ulivo
premuta nel palmo.
La strinsi –
la mia unica calma.
Con me:
le mie penne, le mie parole,
la mia memoria –
riempirono lo spazio che
i miei vestiti non potevano contenere.
Eppure, sussurrai:
una borsa non sarà mai abbastanza.
Vidi la borsa di mia madre,
delle mie sorelle,
dei miei fratelli –
la frugalità nelle loro dita
mentre ripiegavano
quel poco che potevano portare.
Vidi mia madre esitare
sulla soglia di una casa
troppo grande per qualsiasi borsa,
troppo sacra per essere abbandonata.
E di nuovo implorai:
una borsa non sarà mai abbastanza.

La facciata di una casa a due piani con colonne e un balcone rotondo.

La casa abbandonata. Foto: F atena Abu Mostafa

III. La prima notte dell’esilio

Mi sedetti sul marciapiede.
La mia borsa divenne la mia coperta.
Il mio quaderno e la mia penna,
le mie uniche armi.
In alto, la luna
si intravedeva fioca dietro il fumo.
Piangevo il muro
tappezzato di foto d’infanzia,
il cassetto che custodiva
una vita che
la guerra non avrebbe più restituito.
Cercai di ricordare
una preghiera che mi era stata rivolta una volta,
per sentirmi sostenuta,
per sentirmi al sicuro,
ma tutto ciò che riuscii a sussurrare fu:
“Se solo avessi preso quella…
Se solo avessi…”.
Poi il silenzio,
infranto dalla vista
di arti sparsi
sulla strada “sicura” in cui
l’esercito ci aveva condotto
dopo averci costretti a lasciare
la “zona pericolosa”.
Questa volta,
non piansi per la borsa
né per i libri perduti,
ma per ciò che eravamo diventati:
gli sfollati,
i trascinati,
i testimoni senza nome.
La terra era nostra,
ma l’esilio ci negava il suo abbraccio
per seppellire il nostro dolore.

Un quartiere distrutto, con una casa cerchiata.

La casa distrutta. Foto fornita da Fatena Abu Mostafa.

IV. Finale — una passeggiata a casa

Quindi ora aspetto.
Cos’altro posso fare?
Aspetto una borsa
abbastanza grande da contenere
il nostro tetto rotto,
il nostro gelsomino,
i nostri canti inespressi.
Aspetto un posto
abbastanza ampio per la mia finestra,
per la preghiera di mia madre,
per la voce della mia colomba
che ancora echeggia
da un tetto
che potrei non rivedere mai più.
Ho portato i ricordi
nelle stanze della mia mente e del mio cuore.
Ho catturato ciò che mi circondava –
e ciò che non riuscivo a far entrare
nella borsa che non conteneva quasi nulla –
sul mio telefono,
quel piccolo rettangolo luminoso
che non poteva contenere gelsomino o polvere
ma ne conteneva un fantasma.
Ho pensato che, se avessi registrato abbastanza a lungo,
forse non mi avrebbero lasciato.
Se avessi fissato lo schermo abbastanza a lungo,
forse avrebbero creduto
di essere ancora a casa.
O forse –
forse devo portare tutto
dentro le mie costole.
Trasformare il mio corpo
nella casa,
il mio respiro nelle tende,
il mio cuore nella terra.
Così che, ovunque
mi trascinino,
io rimanga –
una casa che cammina.

Traduzione, molto imperfetta, a cura di Alessandra Mecozzi

PalestinaCeL

VIEW ALL POSTS

NEWSLETTER

Iscriviti e resta aggiornato