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Palestinese, sei solo – Ghassan Kanafani, Edward Said e Gaza

Palestinian intellectuals Ghassan Kanafani and Edward Said. (Design: Palestine Chronicle)

Di Haidar Eid  1 dicembre 2024

Cosa avrebbero detto del 7 ottobre e del successivo genocidio in corso? Come avrebbero posizionato questo particolare momento storico nel mondo della “rappresentazione e narrazione storica”?

Ghassan Kanafani ed Edward Said restano due degli intellettuali pubblici palestinesi più influenti del nostro tempo. Gran parte della loro reputazione deriva dalla loro critica del sionismo, del colonialismo, nelle sue varie forme, del dispotismo arabo e dell’oligarchia. La domanda è: cosa avrebbero detto degli attuali eventi in Palestina?

Cosa avrebbero detto del 7 ottobre e del successivo genocidio in corso? Come avrebbero posizionato questo particolare momento storico nel mondo della “rappresentazione e narrazione storica”?

Sia Kanafani che Said avrebbero iniziato ricordandoci che l’Israele coloniale fu costruito sulle rovine della popolazione indigena della Palestina, i cui mezzi di sostentamento, le cui case, la cui cultura e la cui terra erano stati sistematicamente distrutti molto prima del 7 ottobre. (Men in the Sun, The Land of Sad Oranges, The Question of Palestine e The Politics of Dispossession sono solo alcuni dei loro scritti visionari a questo proposito.)

Said avrebbe reso assolutamente chiaro che è tempo che la comunità internazionale capisca che il prezzo che Israele ha chiesto per offrire ai palestinesi una forma di limitata autonomia amministrativa, vale a dire, meno di un bantustan, era una resa totale di qualsiasi lotta o programma nazionale. (Come ha fatto in “The Morning After”)

E Kanafani ci avrebbe ricordato che la negazione del genocidio in Israele e nell’Occidente coloniale è aiutata dalla negazione complessiva dei palestinesi come popolo. Il genocidio, avrebbe sostenuto Kanafani, viene perpetrato a Gaza e negato sia dall’Apartheid Israel che dagli Stati Uniti.

Poiché il meccanismo della negazione è così forte nel genocida Israele e tra i suoi sostenitori nell’Occidente coloniale, è di fondamentale importanza per il popolo palestinese e per i popoli del Sud del mondo “bussare sui muri del carro armato”, in modo che possano essere ascoltati dalle persone all’esterno.

Entrambi i grandi intellettuali avrebbero ricordato al mondo come la politica dell’apartheid israeliana sia stata quella di cancellare la distinzione tra obiettivi civili e non civili attraverso uccisioni di massa insensate che hanno trasformato l’intera Striscia di Gaza, e ora il Libano, in un obiettivo militare “legittimo”.

L’escalation militare significa impiegare tutte le possibili macchine di morte in possesso delle forze di occupazione israeliane. L’escalation è evidente nel numero di vittime: con ogni cosiddetta operazione militare (o meglio, con ogni accelerazione del genocidio deliberato e pianificato), un numero molto maggiore di persone viene ucciso e ferito, in particolare bambini e donne. Le “operazioni militari” sono diventate una strategia in sé per risolvere “il problema di Gaza”.

Said avrebbe citato il colonnello Gabby Siboni che nel 2009 dichiarò in una conferenza accademica all’Istituto per la sicurezza nazionale dell’Università di Tel Aviv che la dottrina Dahiyya (un eufemismo israeliano per la distruzione sfrenata delle infrastrutture palestinesi e spesso delle vite) si sarebbe applicata a Gaza e che “(essa) è destinata a infliggere danni da cui ci vorrebbero anni per riprendersi”.

Ma poiché, per citare Said, “[q]uando sono coinvolte crudeltà e ingiustizia, la disperazione è sottomissione, [e quindi] … è immorale”. Pertanto, la resistenza deve diventare la regola. I testi letterari di Kanafani sono, come la maggior parte dei miei studenti di Gaza mi ha detto, la nostra “realtà vivente”. Gaza è la “terra delle arance tristi” dove, nelle parole di uno studente sfollato di Gaza City, si sta rappresentando “Ritorno ad Haifa” e “Tutto ciò che resta” è la nostra volontà di resistere/esistere.

Ecco perché Said ha sostenuto, eloquentemente, che “il potere di narrare, o di impedire ad altre narrazioni di formarsi ed emergere, è molto importante per la cultura e l’imperialismo, e costituisce una delle principali connessioni tra loro”. È questo il perché scriviamo le nostre storie? E perché Genocide Israel sta deliberatamente uccidendo accademici, intellettuali e giornalisti palestinesi?

Indubbiamente, entrambi gli scrittori avrebbero sollevato pubblicamente “questioni imbarazzanti,… si sarebbero confrontati con l’ortodossia e il dogma (piuttosto che produrli), non sarebbero stati facilmente cooptati da governi o aziende, e la cui ragion d’essere sarebbe stata quella di rappresentare tutte quelle persone e quelle questioni che vengono regolarmente dimenticate o nascoste sotto il tappeto”, vale a dire i dimenticati e massacrati abitanti di Gaza, come ha scritto Said in Representations of the Intellectual.

Ma nessuno dei due sarebbe comparso nel programma di Piers Morgan sul genocidio per rispondere alle sue stanche e razziste domande stereotipate.

Vorrei concludere con una citazione di un altro gigante intellettuale palestinese, Mahmoud Darwish. Questo è un verso che offre quella che credo sia una combinazione del meglio di Kanafani e del contributo visionario di Said:

“La mia guardia carceraria mi guarda negli occhi/ Vedo la sua paura/ Come me, sa che/ il direttore di oggi è già il prigioniero di domani”.

– Haidar Eid è professore associato presso il Dipartimento di letteratura inglese presso l’Università di Al-Aqsa, nella Striscia di Gaza. È ricercatore associato presso il Center for Asian Studies in Africa presso l’Università di Pretoria. Ha contribuito con questo articolo a The Palestine Chronicle.

Traduzione a cura di Alessandra Mecozzi

PalestinaCeL

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