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Il targeting israeliano delle voci pro-palestinesi è diventato più pernicioso dal 7 ottobre – Analisi

4 luglio 2024  di Robert Inlakesh

Una vasta campagna di disinformazione è stata utilizzata per intimidire e mettere a tacere le voci filo-palestinesi. (Design: Palestine Chronicle)

Di Robert Inlakesh

Doxing, disinformazione, acquisto di candidati politici, islamofobia, razzismo, accuse infondate, aggressioni fisiche, attacchi verbali, censura e persino antisemitismo sono tutti strumenti utilizzati e abusati dai propagandisti filo-israeliani per intimidire e mettere a tacere le voci filo-palestinesi.

Un recente articolo d’inchiesta pubblicato dal The Guardian ha smascherato la figura centrale che gestisce il Collettivo Shirion, una rete di disinformazione israeliana, che offriva “taglie” per informazioni sugli attivisti filo-palestinesi. 

Questo rapporto, che ha rivelato che l’imprenditore tecnologico Daniel Linden è a capo del cosiddetto “collettivo di sorveglianza”, ha fatto storcere il naso a molti sulla natura perniciosa della guerra dell’informazione condotta da Israele in modo distinto dal suo assalto genocida a Gaza. 

Doxing dei sostenitori pro-Palestina

Oltre ad appoggiare teorie cospirazioniste che sconfinano nelle idee antisemite classiche sul popolo ebraico, il Collettivo Shirion sostiene che la sua campagna di diffusione di disinformazione comprovata, a vantaggio delle pubbliche relazioni israeliane, è in realtà progettata per combattere l’antisemitismo. 

Uno degli aspetti più dannosi della rete di disinformazione online è stato il lavoro di doxing sui sostenitori della Palestina, in particolare sugli studenti coinvolti negli accampamenti contro la guerra che si sono diffusi in Nord America e poi in tutto il mondo. 

Mentre gli accampamenti studenteschi pacifici che si sono diffusi in tutto il mondo vennero demonizzati come proteste antisemite equivalenti alle azioni intraprese nella Germania degli anni ’30 contro il popolo ebraico, professori e personale di varie università sono stati espulsi dai loro ruoli e/o sottoposti a campagne diffamatorie, a causa delle posizioni filo-palestinesi. 

Jonathan Greenblatt, CEO dell’ADL, un’organizzazione senza scopo di lucro recentemente classificata come inaffidabile dagli editor di Wikipedia, aveva addirittura affermato all’epoca che “l’Iran ha i suoi rappresentanti militari come Hezbollah, e l’Iran ha i suoi rappresentanti universitari come questi gruppi come SJP (Studenti per la giustizia in Palestina) e JVP (Jewish Voice for Peace)”.

https://www.palestinechronicle.com/intimidation-for-cash-pro-israel-disinformation-network-behind-anti-palestinian-propaganda/embed/#?secret=GiHifKNYbR#?secret=pjnUy3rCVQ

Relatore speciale delle Nazioni Unite

Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati (oPt), è l’ultimo personaggio di spicco al centro di una virulenta campagna diffamatoria che la accusa di aver preso soldi dai “simpatizzanti di Hamas”. 

Avendo contribuito in maniera massiccia a diffondere fatti riguardanti i crimini di guerra israeliani commessi nella Striscia di Gaza, definendo l’ assalto militare un genocidio, ha subito una massiccia campagna di pressioni, accompagnata da montagne di minacce e insulti alla sua persona. 

Dopo essere stata descritta dall’ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan, come una “antisemita simpatizzante del terrorismo”, la campagna per screditarla è stata così prepotente che le Nazioni Unite sono state costrette ad aprire un’indagine su affermazioni riguardanti una somma presunta di 20.000 dollari non dichiarata, nonostante le prove del contrario fossero state fornite pubblicamente.

Campagna di disinformazione

Al-Jazeera e lo stesso Palestine Chronicle sono stati oggetto di una campagna di disinformazione filo-israeliana, mentre persino la CNN è ora accusata di aver assunto un giornalista che presumibilmente lavora per Hamas.

 Ciò ha dimostrato che le piattaforme mediatiche, anche quelle che spesso si dedicano alla propaganda filo-israeliana, non sono al sicuro da diffamazioni e accuse volte a screditare il loro resoconto sulla situazione a Gaza.

Tuttavia, la maggior parte dei principali media mainstream in Occidente, in particolare negli Stati Uniti, ha seguito la narrazione israeliana e ha dimostrato di assumere punti di vista filo-israeliani, diffondendo persino bufale prive di fondamento e prive di pensiero critico. 

https://www.palestinechronicle.com/what-israel-pro-israeli-organizations-aim-to-achieve-from-vilifying-the-palestine-chronicle-factsheet/embed/#?secret=uIjat7C9qM#?secret=blzUzKP7r6

‘Rapporto Luntz’

Molto di ciò che sentiamo oggi sono in realtà gli stessi identici argomenti di propaganda raccolti nel cosiddetto “Rapporto Luntz” del 2009, redatto dall’esperto sondaggista e stratega politico repubblicano Dr. Frank Luntz. 

L’opuscolo di 112 pagine, contrassegnato come “non destinato alla distribuzione o alla pubblicazione”, era stato concepito per coloro “che sono in prima linea nella guerra mediatica per Israele” e sarebbe poi trapelato da Newsweek. 

Se si studia l’opuscolo 112, che è una risorsa in stile Israel Hasbara (propaganda) 101, si scopre che contiene le stesse risposte, accuse e deviazioni che vengono comunicate quotidianamente dai media radiotelevisivi, in gran parte riconducibili alle linee guida del Rapporto Luntz. 

Prendiamo l’esempio di Rupert Murdoch, forse l’uomo più potente nel mondo dei media, proprietario di oltre 100 pubblicazioni e canali, che mantiene stretti legami non solo con il governo israeliano, ma anche con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, a livello personale. 

Quindi quando guardate Piers Morgan Uncensored, trasmesso sulla Talk TV di Murdoch, non sorprendetevi se ogni intervista inizia con “gli orrori del 7 ottobre”, il “dilemma morale” di Morgan sul fatto che decine di migliaia di bambini debbano essere uccisi o meno, oltre alla rituale domanda “condanni Hamas?”. 

Che si tratti della sfacciata retorica anti-musulmana promossa da personaggi del calibro di guru dell’astroturfing (pratica che consiste nel far sembrare spontaneo il consenso intorno a un’idea, un messaggio o un movimento n.d.t.) della nuova ala destra filo-israeliana, come Douglas Murray o l’ADL che registra apertamente le proteste filo-palestinesi come episodi antisemiti, fino agli attivisti sionisti che urlano la parola con la N e aggrediscono gli studenti nei campus, tutto fa parte di una guerra condotta a livello internazionale per consentire la guerra in corso di Israele. 

Ecco perché l’AIPAC si vanterà di aver speso quasi 15 milioni di dollari per spodestare Jamal Bowman alle primarie del Partito Democratico, perché ciò è visto come parte dello sforzo bellico di Israele.

(The Palestine Chronicle)

– Robert Inlakesh è un giornalista, scrittore e documentarista. Si concentra sul Medio Oriente, specializzandosi in Palestina. Ha contribuito con questo articolo a The Palestine Chronicle.

traduzione a cura della redazione

PalestinaCeL

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