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Civiltà in Macerie. Contro la distruzione di saperi arti memoria in Palestina. Quale futuro? Parlano gli studenti

Pubblichiamo gli interventi di due studenti al Convegno tenutosi il 30 maggio al Dipartimento di Studi Orientali dell’Università La Sapienza. Come altri, pubblicati in precedenza, erano saltati nella registrazione, che trovate qui

https://youtu.be/SvkLVK-pa5I

Francesca Summastudentessa di Archeologia (dipartimento di scienze dell’antichità) collettivo di Lettere

Nell’ambito della mobilitazione studentesca per il boicottaggio accademico nei confronti delle università e istituzioni israeliane, che vede lx studenti in lotta da mesi e in presidio per un mese nelle tende dell’acampada in Sapienza, abbiamo reputato importante e strategico un lavoro capillare e meticoloso all’interno delle singole facoltà.

Come collettivo di Lettere abbiamo infatti iniziato a mettere un focus sui rapporti che anche la nostra facoltà intrattiene con Israele, che spesso passano in sordina nascondendosi dietro la dissimulata innocenza degli studi umanistici. In particolare, il nostro Dipartimento di Scienze dell’Antichità intrattiene accordi con le università israeliane, e coordina lo scavo archeologico del Santo Sepolcro a Gerusalemme Est.

Essere indifferenti a questa situazione significa non comprendere come rescindere questi accordi possa essere non soltanto un mero posizionamento politico – comunque non presentato dal nostro ateneo, votato ad un’idea di pace che ci vuole in silenzio ad accettare acriticamente gli interessi degli oppressori – ma anche e soprattutto un’azione concreta contro un sistema accademico da sempre al servizio dell’occupazione e contro centri di ricerca all’avanguardia di strumenti di morte. Schierarsi per la rescissione degli accordi nella nostra facoltà significa non sostenere né tanto meno partecipare al revisionismo storico sionista, che sfrutta da 60 anni l’archeologia per legittimare la propria presenza nei territori palestinesi, rivendicando storicamente, alla ricerca delle sue prove archeologiche, la propria patria nazionale. Dal 1967 Israele scava tunnel nei territori occupati creando nei fatti cantieri che confiscano aree pubbliche e private dove lx palestinesi hanno le loro case, i loro edifici pubblici e cultuali, sottraendo terre illegalmente, creando danni strutturali e raccontando una storia pilotata, volta a cancellare la storia del popolo palestinese.

L’archeologia in Israele è quindi uno strumento di occupazione tanto fisica quanto ideologica, e non sostenerla significa indebolirla. Israele viola le leggi del diritto internazionale aprendo aree di scavo nei territori occupati, sequestrando beni archeologici nei musei e negli archivi palestinesi, distruggendo università e biblioteche palestinesi: rimanere indifferenti dietro l’egida della ricerca disinteressata e super partes significa di fatto sostenere l’oppressore e i suoi mezzi di oppressione.

Siamo tutti e tutte studenti e come tali è nostro dovere attraversare questo spazio con pensiero critico e consapevolezza, è nostro diritto protestare contro il sistema sanguinario che alimenta la nostra formazione. Non studieremo per vendere il nostro entusiasmo e la nostra mente alla ricerca di strumenti coloniali, perciò è importante anche per noi studenti di discipline storiche, archeologiche e letterarie non permettere il genocidio culturale del popolo palestinese e che le nostre ricerche accademiche e archeologiche siano strumentalizzate per radere al suolo interi territori.

Damiano Carbonari studente di Storia Antropologia Religioni (dipartimento SARAS), sinistra universitaria

Il movimento globale che ha animato l’intifada studentesca nelle principali Università Statunitensi (UCLA in particolare) è arrivato fino a qui, nel territorio Romano, dove anche le Università come Sapienza intrattengono rapporti di collaborazione con Università Israeliane e l’industria bellica (in particolare con Leonardo). E’ in questo contesto storico culturale, che risulta di fondamentale importanza per la comunità accademica tutta, interrogarsi sul ruolo che le Università Pubbliche (e private) dovrebbero avere nei confronti di una crisi umanitaria così evidente. Eppure, nonostante l’evidente violenza genocidaria perpetrata dall’IDF nei confronti del popolo palestinese, che ha causato fino ad ora più di 40 mila morti con la conseguente distruzione del sistema accademico Palestinese (con l’uccisione del 70% della comunità studentesca), noi studenti romani dei sindacati studenteschi e dei collettivi Universitari, non possiamo non notare l’abilità con cui il senato accademico e in particolar modo la Rettrice abbiano cercato di evitare qualsiasi tipo di confronto riguardo le collaborazioni con Leonardo e con le università Israeliane (attivamente coinvolte nel genocidio). Per sopperire alla radicale necessità di far prendere una posizione alla Sapienza, l3 student3 insieme ai docenti e ai dottorandi del Comitato Sapienza della Palestina, hanno dato il via a una raccolta firme popolare per chiedere l’interruzione degli accordi. Alla seduta in Senato Accademico il 16 Aprile, dove si sarebbe dovuto discutere riguardo le 2667 firme raccolte, la Rettrice non ha fatto altro che delegare le responsabilità di quella discussione alla commissione etica, l’unica secondo lei in grado di poter determinare l’eticità di alcuni rapporti che La Sapienza intrattiene. La mobilitazione tuttavia è continuata attraverso un’accampata studentesca durata per più di un mese e mezzo, durante la quale abbiamo avuto la possibilità di riunirci e di confluire in larghi momenti mobilitativi (come il corteo studentesco del 14 Maggio, durante un’altra seduta del Senato Accademico). Durante tale seduta, si è riuscito, grazie all’aiuto di un Senatore Accademico del csx, a interrogare la Rettrice sul perché abbia deciso di ignorare migliaia di student3 in mobilitazione. Non rimanemmo stupiti quando affermò che non avrebbe mai dato la possibilità alla comunità accademica di svolgere un confronto pubblico. La privazione di spazi di discussione democratica, ha portato gli studenti a riappropriarsi di tali spazi attraverso occupazioni e dibattiti, ai quali nessuno tuttavia ha attualmente risposto. Le reazioni del Senato e della Rettrice, rappresentano non soltanto la povertà democratica degli spazi in cui noi tutti viviamo, ma anche la totale assenza di sensibilità nei confronti di tutte le vittime del genocidio. Dopo la seduta del 14 Maggio, venne scritta una lettera firmata e sottoscritta da tutti membri del Senato accademico nella quale si ribadiva il proprio impegno nei confronti degli studenti di Gaza, ai quali l’Ateneo avrebbe garantito dei tablet per poter garantire il loro diritto allo studio. E’ da proposte di questo tipo che noi studenti, insieme ai docenti e agli assegnisti del CSP, ci rendiamo conto della disumanità con cui ci si rapporta al dramma del genocidio palestinese: come si sarebbe potuto pensare di poter garantire tablet e didattica a distanza a un popolo che non gode neanche dei beni di prima necessità? E ancora, riporto qui un altro esempio che rappresenta bene quanto l’ “impegno” dell’Ateneo sia in realtà una mera questione di facciata: l’organizzazione di un concerto per la Pace con la presenza di Bennato, organizzato dall’associazione di Sapienza Futura (che oggi ricopre 5 dei 6 seggi del Senato accademico) è la dimostrazione più plateale di come l’Ateneo e i suoi rappresentanti in Senato accademico speculino su un genocidio. Ci tengo a ricordare, che i rappresentanti di Sapienza Futura, promotori del concerto per la pace, sono gli stessi che hanno approvato il bando MAECI (Min Affari Esteri) durante il Senato del 16 Aprile, non riconoscendo il genocidio in corso e condividendo il comunicato di solidarietà agli Israeliani stilato il 10/10/2023. Tutto ciò, oltre ad essere un sintomo di estrema chiusura nei confronti di studenti e professori in mobilitazione, rappresenta la totale incoerenza delle nostre Istituzioni Universitarie. L’università dovrebbe garantire il dibattito e la libera partecipazione alla vita democratica, oltre a garantire a tutt3 l’espressione del dissenso (la maggior parte delle volte represso con i manganelli). Evidentemente non sarà la rettrice a prendere una posizione. Saranno ancora una volta gli studenti, i professori, i dottorandi e gli assegnisti che hanno contribuito a questo ricco percorso di lotta che continueranno a lavorare per mostrare l’altra faccia della ricerca Accademica: una ricerca veramente libera e plurale, che sappia mettere in discussione le logiche belliciste che permeano i nostri spazi del sapere, una ricerca libera da condizionamenti. Continueremo quindi a lottare per promuovere incontri di formazione con tutte le parti interessate, a partire da questa splendida iniziativa organizzata da Alessandra Mecozzi e Leonardo Capezzone, che tengo a ringraziare molto.

PalestinaCeL

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