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Antisemitismo: l’estrema destra “sdoganata” grazie al suo sostegno ad Israele

Alain Gresh Sarra Grirà Orient XXI

L’episodio sarebbe stato impensabile non molto tempo fa: parlamentari e sostenitori dell’estrema destra, alcuni dei quali compagni di viaggio del Groupe Union Défense ( GUD ), manifestavano fianco a fianco con gruppi estremisti ebrei come la Jewish Defense League ( JDL ) o il Betar alla “marcia contro l’antisemitismo” tenutasi il 12 novembre a Parigi. Allo stesso tempo, una parte della sinistra, che aveva accettato di farsi garante della manifestazione, è stata fischiata dagli altri partecipanti.

In poche settimane, le autorità francesi, con l’aiuto di un buon numero di politici e di molti media, hanno spazzato via l’ultimo baluardo contro la “normalizzazione” dell’estrema destra nell’arena politica francese, tollerando o addirittura salutando la partecipazione dell’estrema destra Rassemblement national ( RN ) e Reconquête1in quella marcia del 12 novembre contro l’antisemitismo. Pertanto, l’odio verso gli ebrei non è più da associare ai successori del Front National – un partito cofondato da un ex membro delle Waffen SS  – che sostengono ripetutamente che Jean-Marie Le Pen non è un’ antisemita.

Si sostiene inoltre che lo stesso antisemitismo non abbia alcun legame con Reconquête, il cui leader, Eric Zemmour, insiste continuamente, nonostante le sue numerose sconfitte in tribunale, sul fatto che il maresciallo Pétain “ha salvato gli ebrei francesi”. Si pretende ormai che questa forma di razzismo si esprima in particolare nella “diserzione della France insoumise” [rifiutando di partecipare a quella manifestazione], come ha scritto un certo Dov Alfon su Libération, rilevando anche che “la partecipazione della RN a questa marcia civica” era semplicemente “imbarazzante” (sic). E come se ciò non bastasse, alcune persone in quella marcia, contrariamente a quanto affermato da molti media, portavano bandiere israeliane, confermando così la confusione – troppo frequente, troppo sistematica, troppo pericolosa – tra Israele e gli ebrei di tutto il mondo: un gesto in linea con l’auspicio già espresso dal presidente Emmanuel Macron nel luglio 2017 in occasione della commemorazione del rastrellamento del Vel d’Hiv2insieme a Benyamin Netanyahu, che Israele sia considerato l’unico custode a livello mondiale della lotta contro l’antisemitismo.

EBREI? NO, ISRAELIANI

Infatti l’esempio è venuto dall’alto, dal gabinetto di Emmanuel Macron, un presidente che ha definito Philippe Petain “un grande soldato” e che ha voluto commemorare la nascita di Charles Maurras, sostenitore dell’antisemitismo di Stato. Quanto al ministro degli Interni, Gérald Darmanin, ha pubblicato un libro in cui spiega che Napoleone Bonaparte “era preoccupato di risolvere i problemi causati dalla presenza in Francia di decine di milioni di ebrei, alcuni dei quali praticavano l’usura e costituivano una fonte di disturbi e proteste.

Per la RN il processo di insabbiamento è iniziato nel 2011: fu allora che Marine Le Pen dichiarò che il suo partito appoggiava Israele, mentre Louis Alliot, suo compagno e comandante in seconda di quello che allora si chiamava Front National, si recò a Tel Aviv e nelle Colonie della Cisgiordania per guadagnare voti tra gli ebrei francesi. L’idea era di far dimenticare il passato del padre e le sue numerose dichiarazioni di revisionismo dell’Olocausto e di rassicurare le autorità israeliane. Eppure da diversi anni questi non fanno alcuno sforzo per nascondere i loro rapporti con i sionisti antisemiti, tra i quali il populista ungherese Victor Orban è uno dei più importanti. E proprio di recente, Israele ha avviato i colloqui con l’Alleanza per l’unità dei romeni, un partito che glorifica Ion Antonescu, il sovrano del paese durante la seconda guerra mondiale . Collaborò con i nazisti e fu responsabile della morte di 400.000 ebrei4. In Austria, Polonia e altrove, Netanyahu ha innumerevoli alleati di estrema destra, neofascisti, spesso negazionisti dell’Olocausto o ammiratori del Terzo Reich.

La classe dirigente israeliana non fa altro che mantenere viva una tradizione che risale ai padri fondatori del sionismo: cercare alleati tra gli antisemiti europei per aiutarli a portare avanti un progetto che perdura in virtù di una “convergenza coloniale”. Riguardo all’alleanza tra il suo paese e il Sudafrica dell’apartheid dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, quando il partito al potere dal 1948 espresse simpatie per la Germania nazista, l’accademico israeliano Benjamin Beit-Hallahmi ha scritto:

Puoi odiare gli ebrei e amare gli israeliani perché in un certo senso gli israeliani non sono ebrei. Gli israeliani sono coloni e guerrieri, come gli afrikaner.

Accordarsi con l’antisemitismo europeo è quindi da tempo l’opzione preferita dei governanti israeliani, interessati alla lotta contro questa forma di razzismo solo per mettere a tacere coloro che criticano il loro governo. Una strategia illustrata da Netanyahu quando definisce “antisemita” ogni tentativo da parte della Corte penale internazionale delle Nazioni Unite ( CPI ) di indagare sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano. Sul quotidiano Haaretz Amir Tibon spiega fino a che punto: “Questa alleanza è una priorità delle forze religiose di destra in Israele, che offrono un accordo ai nazionalisti europei: Israele vi darà un timbro di approvazione (alcuni l’hanno cinicamente descritto come un “certificato kosher”) e in cambio sosterrete gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata”

Troviamo la stessa strategia all’opera nei confronti degli Stati Uniti, quando Netanyahu chiude un occhio sull’entourage antisemita di Donald Trump, sull’ideologia dei fondamentalisti cristiani, sostenuti dalla più potente lobby filo-israeliana a Washington, o quando accoglie con favore Elon Musk, il nuovo proprietario di X (ex Twitter), a Gerusalemme, solo pochi giorni dopo che quest’ultimo aveva approvato un tweet antisemita. Anche se il miliardario americano si è finalmente scusato per questo, la sua piattaforma ha assistito a un aumento dei tweet antisemiti del 60% da quando ne ha preso il controllo.

LA PALESTINA COME CATALIZZATORE

Ed è proprio sulla base di questa “convergenza coloniale” che in Francia è stato forgiato questo “nuovo antisemitismo” affinché i cosiddetti partiti repubblicani e quelli di estrema destra possano manifestare fianco a fianco.

E quali sono i loro obiettivi specifici? Da un lato, la sinistra decoloniale, che rifiuta la gerarchia dei razzismi, che rifiuta di denunciarne uno (l’antisemitismo) per negare l’esistenza dell’altro (l’islamofobia). E dall’altro tutti i musulmani, definiti non molto tempo fa “gli arabi”, e i cui anziani già marciavano, 40 anni fa, contro il razzismo di Stato. Quella sinistra che si rifiuta di “ripulire” la RN e viene essa stessa demonizzata, definita antisemita alla minima critica rivolta a Israele, mentre il ministro degli Interni ha più volte vietato le proteste pubbliche dei sostenitori delle vittime palestinesi, in nome della lotta contro l’antisemitismo, prima di essere sconfessato dai tribunali.

Perché gli israeliani, come l’estrema destra europea, vedono nei musulmani il principale nemico. Il genocidio in corso a Gaza funge da catalizzatore di questa strategia. La difesa di Israele funge da terreno comune per i fascisti di oggi e per i sostenitori di quel paese, mobilitando entrambi le fantasie legate allo “scontro di civiltà”, teorizzato da Samuel Huntington nel 1993 e ampiamente reso popolare dopo l’11 settembre. Le dichiarazioni bellicose e apocalittiche di Netanyahu, parlando di una battaglia del “ Popolo della luce ” contro il “ Popolo delle tenebre, riecheggiano le parole di Gilles-William Goldnadel, che scrive su Le Figaro a proposito della “battaglia finale” tra “l’ essere occidentale con la sua cultura democratica e amante della pace” e “l’Oriente”.

In queste menti, c’è solo un passo tra la realtà coloniale della Palestina occupata e l’immaginario “imbarbarimento” delle periferie operaie francesi (in gran parte musulmane, ovviamente) di cui i “poveri bianchi” sarebbero le principali vittime.

Un passo compiuto con gioia da una fetta sempre più ampia della classe politica francese. Paralleli rilevati dal giornalista Daniel Schneidermann in un tweet del 30 novembre:

I civili contro i barbari: spesso ho l’impressione di sentire storie simili quando mi parlano di Gaza e di Crépol”.

E’ così che il senatore Stéphane Ravier, deputato di Reconquête, ha potuto dichiarare l’11 ottobre dall’aula del Senato in una sessione di interrogazioni:

Quei Fratelli Musulmani che vivono in mezzo a noi a causa della folle politica di immigrazione che tutti voi qui avete sostenuto, per debolezza o convinzione, dovremmo trattarli come vengono trattati in Israele: in modo radicale e spietato.

Quindi ecco il nemico interiore. Una volta erano gli ebrei, ora sono i musulmani. Contagiato anche dalla retorica di estrema destra, il governo francese ha deciso di fare della lotta contro l’immigrazione la sua “grande causa” e sta cercando disperatamente di ottenere il sostegno dei Répubblicani le cui opinioni su questo tema come su molti altri sono indistinguibili da quelli della RN . “Oggi c’è la volontà di scendere a patti”, ha dichiarato al riguardo la portavoce dell’Assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet. Da quando è diventato presidente, Macron ha trasformato – o meglio ha continuato a trasformare – il secolarismo del 19058  – in un secolarismo punitivo rivolto ai musulmani. Ha sollevato lo spettro del separatismo, facendo del suo meglio per assicurarsi che i musulmani francesi non possano sentirsi a casa nel loro paese. Sebbene gli atti antisemiti siano giustamente condannati, non è stata rilasciata alcuna dichiarazione pubblica ufficiale contro il diluvio di palese retorica arabofobica o islamofobica o di incitamento alla violenza sui canali televisivi o sui social network, compresi quelli rivolti ai giornalisti musulmani.

Questo doppio standard, questa passività della Francia e dell’Unione europea di fronte al genocidio in corso a Gaza e allo scatenamento della violenza istituzionale islamofobica possono avere un solo risultato: ampliare sempre più il divario, non solo tra il Sud e il Nord del mondo – e soprattutto tra Francia e Maghreb – rendendo sempre più performativa la retorica dello “scontro di civiltà” – ma anche al centro delle nostre stesse società. La continua stigmatizzazione dei nostri concittadini e immigrati, oltre a mettere a tacere ogni critica a Tel Aviv, avrà una sola conseguenza: alimentare una rabbia che sfocerà nell’odio e si abbatterà cieca sulle strade delle nostre città.

ALAIN GRESH

Direttore della pubblicazione di Oriente XXI . Specialista del Vicino Oriente, è autore di diversi libri, tra cui De quoi la… (continua)

SARRA GRIRÀ

Giornalista, dottore in letteratura francese. Redattore capo di Oriente XXI.

Traduzione a cura della redazione

PalestinaCeL

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