Le prime due interviste della serie a cura di Gabriella Rossetti e Alessandra Mecozzi: Rima Tarazi e Walaa Sabah
Premessa
Gabriella Rossetti e Alessandra Mecozzi
Tra maggio e giugno, ci siamo recate qualche settimana in Palestina, avendo previsto di partecipare al Forum delle donne a Gaza, occasione davvero straordinaria, dove abbiamo incontrato oltre 150 donne palestinesi, moltissime giovani. Entrambe abbiamo una lunga frequentazione in Palestina/Israele, per passione e per lavoro. Questa volta abbiamo pensato che sarebbe stato interessante cercare di capire attraverso colloqui e interviste ad amiche e donne conosciute e non, i cambiamenti, le novità, gli stati d’animo e le riflessioni di donne di età e collocazioni diverse, sia geografiche – Gerusalemme, territori occupati, Israele, Gaza – che sociali, nel corso di tanti anni: dalla prima intifada ad oggi.
Ne è risultato un mosaico di voci, ed anche di interrogativi e sguardi sul futuro, che ci sembra sia di interesse per tutte coloro che amano la Palestina e che vedono, come noi, nelle donne un soggetto forte, in grado di resistere, costruire, creare, in terre sempre più difficili: la pluridecennale occupazione israeliana, l’ormai conclamato apartheid, la mancanza di opportunità e di libertà di movimento…Insomma tutto quanto fa della Palestina una caso unico di ingiustizia, per lo più ignorata dal nostro mondo, dall’Europa, dall’informazione.
Voci di donne vive, curiose, ora entusiaste, ora amareggiate, sempre lucide anche nella analisi critica, sociale e politica.
Quanto possiamo avvicinarci alle donne palestinesi? E, soprattutto, perchè provare a farlo e perchè continuare dopo che sono passati dieci, venti trenta anni dalla prima volta che si sono attraversati quei confini come è successo a noi e a tante altre?
“E’ successo”è il verbo giusto che dice come sia stato un evento che ha impresso un movimento ad una parte delle nostre vite; un evento scelto e voluto, l’andare là per entrare consapevolmente in un luogo e in una storia, quella della Palestina. Ma quel che è successo e continua a succedere è anche una storia di legami, di nuove continue scoperte, di continuità e cambiamenti, che succedono seguendo un percorso autonomo, un modo di fare politica, conoscenza e relazione che si trasforma in una esperienza di solidarietà e induce a interrogarsi di continuo sui possibili e mutevoli significati di questa parola.
“Condividere un rapporto di comunità di intenti” secondo la definizione classica, ma anche, cosa più problematica, di “reciproco sostegno”: questo sarebbe la “solidarietà”. Ma quale reciprocità abbiamo scoperto?
Nel corso degli anni la scelta di dichiarare una comunità di intenti con la Palestina è stata ferma e chiara: la differenza e la disparità dei mezzi sono state sempre profonde e non sempre ben visibili. Ovviamente per noi che andavamo là si trattava di “dare voce”, come si diceva spesso, ma anche di trovare le parole giuste per tradurre le loro Si è detto di richieste di libertà e di liberazione per loro mentre per noi si trattava di una richiesta di giustizia attraverso i confini.
Confini di terra, di lingua, di cultura e di storia. Il diritto e il dovere di attraversarli. Con cautela e consapevolezza . Ma, perchè ci sia reciprocità dovremmo anche essere capaci di uscire dal solco dell’aiuto e del sostegno tra chi più ha e chi ha di meno ( diritti, libertà, risorse, ecc.) e riconoscersi in un mondo comune.
Un modo per farlo è anche ritrovare le loro storie e cogliervi le differenze e la somiglianze.
Le donne che qui ci parlano di sé sono molto diverse tra loro. Tutte orgogliosamente palestinesi, ma collegate in diversi ambiti sociali. Ci dicono some si vive in una associazione per i diritti delle donne, ma anche in un ministero, in una piccola impresa di trasformazione del latte, in una cooperativa agricola o in un gruppo di giovani di Gaza che fanno video fotografano il loro mondo . Ci dicono che il loro essere palestinesi è un ragione di sofferenza e di orgoglio identitario, che riconoscersi tra donne attraverso quei difficili confini è la conferma di un mondo comune fatto di difesa di differenze e di bisogno di giustizia. Ci dicono però anche di non fare di loro dei simboli astratti di “giuste lotte”, perchè la perdita del progetto, lo svanire di una prospettiva a lungo accarezzata, la disillusione, sono un rischio costante che alcune hanno già dolorosamente sperimentato.
Interviste
Rima Tarazi – 90 anni – musicista, compositrice

Rima, donna molto energica, ha attraversato un lungo periodo della storia palestinese. La incontriamo nella sua bella casa a Bir Zeit.
Le chiediamo di parlare sui fatti salienti dei vari periodi storici nella sua esperienza. E sul ruolo che la musica ha giocato nel corso della sua vita.
Sono nata a Jaffa ma la mia infanzia e la scuola è stata a Bir Zeit. Una scuola è stata creata nella casa di mio nonno nel 1924. Si è poi suddivisa in una scuola per ragazzi e una per ragazze. Sono andata a scuola a 7 anni. Era ancora il tempo del mandato britannico ed era già iniziata una immigrazione ebraica, suscitando lo scontento della popolazione locale. Anche per questo nel 1936 è scoppiata una forte rivolta, scioperi durati fino al 1939.
C’era un forte sentimento nazionale, l’idea dell’unità araba era un sogno per molti. Anche noi, arabi palestinesi, ci sentivamo uniti a Siria Libano Giordania, nostri vicini. Avevamo una lunga tradizione di convivenza tra diversi. La lingua è un veicolo molto importante, e l’arabo divenne la lingua dominante di tutta la regione, più importante per creare ponti e comunicare, della religione. Anche gli ebrei erano parte di questa cultura: noi non abbiamo mai perseguitato gli ebrei, questa è una colpa dell’Europa, che ci vogliono far pagare. La lingua ebraica è emersa dopo la fine del mandato britannico, con l’arrivo del sionismo.
Bir Zeit era un crogiolo di culture, c’erano studenti da tutte le parti della Palestina ma anche da altri paesi arabi e il sentimento dell’unità araba era molto forte anche li. Mia zia che dirigeva la scuola era una attivista nazionalista. Bir Zeit era una scuola nazionale, per il resto erano private o di suore o preti. La musica aveva un posto centrale nell’insegnamento. Poi anche arte e letteratura, e il teatro era molto importante.
Avevamo ottimi insegnanti di musica come Salvador Anita e le canzoni erano tutte ispirate all’idea di unità araba, scritte da autori arabi di diversi paesi: contribuirono a formarmi non solo musicalmente.
Tutta la mia vita e le mie composizioni sono segnate da questo forte sentimento, come da quello dell’ingiustizia, soprattutto dopo il 1967 e l’occupazione della nostra terra. Kamal Nasser, mio cugino, che venne poi assassinato in Libano con altri tre, scriveva poesie e io le mettevo in musica.
Dopo la Nakba, l’atmosfera è cambiata e la musica i canti riflettevano questo cambiamento: era centrale il desiderio della nostra terra, l’invito a lottare per essa. Io sono andata via da qui, in Libano, nel 1947, a 15 anni, dopo gli studi, nell’anno della partizione della Palestina. Mia sorella e mio fratello, più giovani, erano rimasti qui. Ho vissuto in Libano il primo anno della Nakba, c’erano manifestazioni, scioperi…sono tornata quando ho potuto e sono rimasta scioccata dalla trasformazione. Noi vivevamo nella parte ovest di Gerusalemme. Per me Gerusalemme, come Bir Zeit, erano il centro della cultura, della bellezza.
Mio maestro era Hanna Kachaturian, nome che lui ha poi cambiato per non essere confuso con il musicista. Nel 1948 ha lasciato Bir Zeit ed è andato in Francia, poi è diventato direttore dell’orchestra di Erevan in Armenia. Dopo due anni di studi a Beirut ho deciso di andare in Francia, ma dopo un anno e mezzo sono tornata perché mia zia era molto malata e sfortunatamente è morta dopo un mese.
Poi mi sono sposata e ho vissuto in Canada con mio marito.
Le canzoni sono sempre segnate dall’epoca, si può raccontare la storia attraverso la musica, è molto interessante come la musica si adatti al tempo. Canzoni popolari per i matrimoni possono diventare improvvisamente canzoni politiche.
Dopo il 67 la Palestina è diventata il centro della musica, anche della mia, dove si va dalla tristezza alla speranza. Non ho mai scritto canzoni d’amore! Sempre di ribellione, con la spinta a insorgere.
Quando sono tornata dal Canada stavamo a Ramallah. Dopo l’occupazione del 1967 ho sentito che dovevo fare qualcosa e sono entrata nel movimento delle donne , in particolare mi sono occupata di In Ash el Usra. centro per il quale Samia Khalil mi aveva chiesto di lavorare.
La prima cosa che abbiamo fatto è stata una scuola per bambini nell’area di Latrun, in cui tre villaggi erano stati completamente distrutti dagli Israeliani e gli abitanti ne erano stati cacciati.
Samia ha mobilitato molte volontarie, poi a Ramallah – El Bireh è stato fatto un kinder garden. Volevo insegnare musica quindi ho chiesto un pianoforte. Ed è incredibile quale influenza la musica abbia sui bambini, che io amo molto. Nel 1979 nell’anno del bambino ho scritto per i bambini il canto degli uccelli, un canto di libertà, triste.
Samia è stata la mia più cara amica: era veramente un personaggio! di una integrità assoluta e con un gran senso dell’umorismo. Era molto conosciuta per il suo attivismo, ed era nel mirino degli israeliani, per cui le dicevamo di non venire alle manifestazioni. Ma lei si metteva in prima fila. Ne ha pagato il prezzo: sempre controllata, non poteva viaggiare.
Ricordo quando una notte, durante il periodo della prima Intifada, ha telefonato: “qui ci sono i soldati che vogliono che vada con loro alla sede della associazione. Io non voglio andare con loro”. Ho svegliato mio marito e ci siamo in fretta vestiti per andare da lei. L’abbiamo incontrata sulla strada: lei camminava impettita davanti e la jeep militare dietro di lei!
Arrivati alla sede del Centro sede dell’Associazione e delle attività, loro sono entrati e hanno sequestrato tutti i documenti che c’erano compresi i files personali dei bambini adottati a distanza in Francia, in Italia….Poi hanno tolto dalla cucina cose che servivano per fare i dolci e alcune attrezzature. Hanno chiuso un edificio e lasciato aperto un altro. Ci hanno accusato di favorire il terrorismo.
Quando dopo aver guardato i conti, le hanno chiesto chi la finanziava, lei ha risposto: “So che pensate, che ci dia soldi l’OLP. Non è vero. D’altra parte tutti questi stanno a casa nostra e mica ci danno soldi!”. Ha voluto presentarsi alle prime elezioni presidenziali, candidato Arafat, nonostante tutti noi la sconsigliassimo. Eravamo contrari agli accordi di Oslo e a quella linea politica. Ma lei era assolutamente determinata. “Voglio che il mondo senta la mia voce, ascolti le mie storie!” Sapeva benissimo che non avrebbe vinto. Ma ha fatto tutto da sola! Nessuno l’ ha aiutata, neanche l’ associazione.
Come vedi la situazione attuale?
Le cose stanno cambiando in peggio – dice – mostrandomi sul telefono un video di coloni urlanti a Gerusalemme, che insultano e minacciano palestinesi.
Che tristezza. Sto seguendo quello che succede in Ucraina e Russia. Mi vergogno dell’Europa, incredibile. E Svezia e Finlandia perché fanno questo? Sono sempre state paesi neutrali e di pace. Nel secolo scorso avevamo fiducia e speranze: le Nazioni Unite, il diritto internazionale…E adesso? Ma che possiamo insegnare ai bambini? ad essere forti, crudeli, ogni giorno si parla di armi…E tanta gente muore…Mah, c’è chi pensa che sia un modo per ridurre la popolazione mondiale!
Le manifestazioni, anche le più grandi, nessuno le ascolta…
Gli Stati Uniti??? Adesso danno sanzioni alla Russia e invocano il diritto internazionale. E Israele?
Per me l’istruzione, la scuola è un pensiero fisso: come possiamo frenare l’odio quando i ragazzini vedono quello che viene fatto in nome del giudaismo? Noi abbiamo sempre fatto molta attenzione a distinguere il sionismo come politica dagli ebrei come persone e popolo.
Parlano di valori occidentali. Ma quali sono questi valori??
Per noi è molto importante il valore della solidarietà delle associazioni, dei movimenti: ci dà forza, ci aiuta a resistere….mentre Israele è appoggiato da tutti. Si dice che sia per il senso di colpa dell’Europa rispetto all’olocausto…ma oggi non è più così, è una questione di potere
Che pensi della situazione politica palestinese interna?
L’ Autorità palestinese non doveva essere fatta. Che senso ha? O hai uno stato o sei occupato. In questo caso puoi mettere qualche funzionario amministrativo, ma non una autorità di governo sotto il fucile israeliano. Perdi anche la dignità. Oslo è stato una mossa sbagliata. Ma almeno si fossero fermati. Ogni anno colloqui di pace, negoziati…Che cos’è? è diventata una barzelletta.
Prima degli accordi potevamo andare a Gerusalemme, dopo gli accordi non più!
Hanno lasciato fuori i problemi più importanti come Gerusalemme, i rifugiati, la sovranità…E’ tutto sbagliato. Quando cominci col piede sbagliato quello che ne discende è pure sbagliato
E quel che è peggio questo porta tensioni nella nostra comunità. Invece di essere tutti uniti contro l’occupazione abbiamo cominciato a combatterci gli uni con gli altri. E gli israeliani sono furbi: guarda il ritiro unilaterale da Gaza. Hanno rifiutato di coordinarsi con palestinesi!

Walaa Sabah – 27 anni – Gaza – We are not numbers

Walaa Sabah è una giovane donna che ha accumulato un numero davvero cospicuo di esperienze. Di lavoro e di vita. Oggi è presidente di una ONG dal nome accattivante : “We are not Numbers”. Partecipano al Forum e gestiscono un workshop sulla rappresentazione e autorappresentazione delle donne. Lei si è ritrovata a studiare a Varsavia perchè aveva vinto una borsa di studio nel 2015 per quella università. In Polonia studiava letteratura inglese, cosa che le ha fruttato, dice ridendo, un posto di lavoro alla Pacific Airways. In fondo si trattava di realizzare il suo grande sogno infantile di volare. Poi, tornata a Gaza, ha iniziato questa ONG che raccoglie donne “speciali” che hanno fatto l’università, hanno rapporti con gli USA dove dei tutors seguono le loro creazioni letterarie e anche i loro esercizi di produzione di sceneggiature per possibili video e film. I loro scritti sono pubblicati sul website del progetto.
Da una parte Walaa vede lucidamente la società di Gaza come una società tradizionale, ma dall’altra afferma che c’è libertà di scegliere. Certo la violenza è ovunque a Gaza, ma assume nomi diversi. Walaa si considera femminista e aggiunge che la parola femminismo dovrebbe designare “donne che amano se stesse”. “Il femminismo deve avere un impatto sulla gente e deve avere organizzazioni che lo incarnano” .
“We are not numbers” offre formazione a 60 studenti che vengono reclutati ogni sei mesi. Impareranno diversi tipi di scrittura, dalla narrativa alle diverse forme di giornalismo di inchiesta, alla scrittura di sceneggiature. Scrittori e scrittrici “locali” partecipano alle attività. Lei, Walaa, ha dovuto imparare a superare le delusioni e le difficoltà di movimento ogni volta che ha dovuto attraversare il confine a Rafah perchè i ritorni a casa avvenivano sempre quando una esperienza all’estero si era conclusa, a volte con amarezza.
Tutto questo gruppo dimostra l’esistenza di una classe sociale privilegiata a Gaza, sulla quale le restrizioni e quella che anche loro chiamano “l’oppressione israeliana” hanno effetti molto più “smussati”. Pur mantenendo un profondo radicamento nella storia e nell’identità palestinese queste donne sembrano vivere in un mondo a parte in cui i confini sembrano ( ma non sono) più flessibili. Walaa si dice molto fiera di sua madre che è una funzionaria delle Nazioni Unite. “Sono aperta alla possibilità di un matrimonio, ma non si trova un uomo che si sente possa essere la persona giusta… O mi trovo a correre all’impazzata su un ottovolante emotivo oppure, se considero la possibilità di un matrimonio combinato, non trovo nessuna connessione emotiva e allora ci rinuncio..”
Tutte insieme dicono di darsi conforto e amicizia, progettano film e mostre che sperano potranno uscire dai confini della striscia. In questo intravedono una promessa di libertà.


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