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Algeria – Djamila Bouhired: le donne algerine tra gloria e disprezzo

SPECIALE DONNE NEL MONDO ARABO*

Assafir Al Arabi
Ghania Mouffok

Giornalista algerina

Chi avrebbe mai immaginato nel 1954 che sarebbe stata una donna algerina a diventare “l’icona assoluta” di questa rivoluzione? E anche “l’icona della decolonizzazione”. Questo imprevisto è tanto più inquietante in quanto eccezionale: il suo equivalente non si trova in nessun’altra rivoluzione contemporanea. Che paradosso tra i pregiudizi che si costruiscono e rendono invisibili le donne algerine, e la realtà della donna/icona che si impone. Sottomessa/ribelle, ma ancora attiva. 2021-12-19 FR




Noor Bahjat, Siria

*Questa pubblicazione beneficia del supporto di Rosa Luxembourg Institute. Questo testo può essere riprodotto in tutto o in parte a condizione che venga citata la fonte.

È stato in Egitto, più di 40 anni fa, che ho capito davvero il potere di Djamila Bouhired, la donna icona della rivoluzione algerina. È bastato presentarmi come “algerina” perché i miei interlocutori si inchinassero: “Balad Gamila Bouhired” subito seguito da “Balad Alf wa millioun chahid”. Mi ci vorrà molto più tempo per fare il punto sul peso di questo onore e della sua eccezione.

E più questo evento fondativo – la nascita dello stato algerino e della nazione tra la guerra di liberazione nazionale del novembre 1954 e l’indipendenza del luglio 1962 – si allontana, e più questa donna/icona installata nel mezzo della storia “Come un prova”, a sua volta si allontana da questa prova.

Chi avrebbe mai immaginato nel 1954 che sarebbe stata una donna algerina a diventare “l’icona assoluta” di questa rivoluzione? E anche “l’icona della decolonizzazione”, espressione presa in prestito dalla storica inglese Natalie Vince. Questo imprevisto è tanto più inquietante quanto eccezionale: il suo equivalente non si trova in nessun’altra rivoluzione contemporanea, né nella Russia di Lenin, né durante la liberazione del Vietnam di Ho Chi Minh, né in America Latina di Fidel Castro e del Che, né nella Resistenza europea al nazismo, da Churchill al generale De Gaulle.

Questo fatto è tanto più paradossale in quanto il posto delle donne algerine sotto la colonizzazione non è certo invidiabile: “Nel 1954 la popolazione algerina era al 91% analfabeta (…) le donne pagano un prezzo ancora più alto degli uomini: solo il 4,5% di loro è alfabetizzato” (1)

E se si misura l’analfabetismo, come si misurano le tonnellate di disprezzo che rappresenta “la donna algerina”, questa “musulmana”, questa “araba” durante un secolo e mezzo di colonizzazione. 

Raramente un’immagine è stata così offesa per illustrare, convincersi della superiorità della civiltà occidentale, tanto da inventare l’Oriente in cui le donne e l’harem segnano il confine tra illuminismo e oscurantismo.

Così, quando scoppia la guerra di liberazione nazionale, nessuno se le aspetta.

Neppure l’FLN, Fronte di Liberazione Nazionale che si dispenserà dal contarle: «avevamo deciso di non contare le donne», scrive senza spiegazioni nelle sue memorie uno dei dirigenti della Federazione di Francia, dell’FLN (2) . Né il colonialismo, che, quando sui giornali compaiono i nomi delle prime Moudjahidate (combattenti) arrestate, dal 1955, pensa che siano egiziane o addirittura “comuniste” di origine europea.

Che paradosso eppure, tra i pregiudizi che si costruiscono e rendono invisibili le donne algerine e la realtà della donna/icona che si impone in un imprevisto storico.

Una lezione quando pretendiamo di scrivere: diffidiamo dalle parole che rinchiudono a priori le donne algerine, le “donne musulmane”, in certe prove e pregiudizi che rendono invisibili le loro resistenze come le condizioni storiche, materiali e immateriali in cui dispiegano o si ‘schiacciano.

La lettura civilizzante del mondo viene così imposta – tra la donna selvaggia incatenata e la donna moderna liberata – attraverso la cancellazione del posto delle “donne indigene” nei sistemi di dominio economico, ideologico, culturale e l’invisibilità delle strategie che mettono in atto per sopravvivere, prima ancora di testimoniare con le tracce che lasciano lungo il cammino, che in verità esistono: sottomesse/ribelli ma sempre attive.

In quest’ordine dell’ovvio, con l’ indipendenza ci viene detto “le donne algerine sono state rimandate a casa”, vale a dire alle loro famiglie.

Come oggetti da spostare? dal colonialismo alla liberazione, dalla guerra alla famiglia, dalla forza delle parole che dimenticano che questi passaggi fanno parte di cambiamenti che sconvolgono il tempo del mondo.

“Quando un uomo saluta la moglie che torna da due settimane in un campo francese e la saluta e le chiede se ha fame, evita di guardarla e china il capo, non è possibile presumere che la famiglia algerina possa essere rimasta intatta”, scrive Frantz Fanon , (3) .

L’icona è una figura ambigua: testimonia la nascita e la morte. La semplice menzione del suo nome segna la nascita di una nazione e la morte di un milione e mezzo di chouhadas (martiri).

Nonostante questo monito fanoniano, questa seconda immagine delle donne algerine continua ad agire e non viene messa in discussione.

A riprova si sottolineerà ad esempio, che all’indipendenza saranno solo 5 le donne nella prima Assemblea Nazionale, per esempio. Ma verrà taciuto che è a una deputata donna che dobbiamo, dal 1963, una legge che porta il suo nome: la legge Khemisti Stefani, una moudjahida.

Questa legge fissa l’età legale per il matrimonio a 18 anni per gli uomini e 16 per le donne, una rivoluzione all’epoca nel mondo arabo. Questo cambiamento, che sembra minuscolo, testimonia la resistenza politica ed è una pietra miliare che ci informa sul reale posto delle donne nella società e su cosa sta cambiando “in casa”.

Se nel 1963 migliaia di minorenni erano sposate dalle loro famiglie, nel 1998 “(…) le donne sposate tra i 15 e i 19 anni sono solo il 3% contro quasi il 50% nel 1966. I cambiamenti sono spettacolari. : tra le donne, la quota delle nubili a 20/24 anni è 7 volte superiore a quella del 1966, e quella di 25/29 anni, più di undici volte” (4) . Spettacolare davvero, sapendo che per “i musulmani il matrimonio è sunna”.

Tra l’icona e le “donne rimandate a casa”, la rappresentazione delle donne algerine oscilla tra gloria e disprezzo. In mezzo c’è un vuoto da riempire, senza cedere alle storie dei dominanti che lavorano per i propri interessi ideologici e materiali subordinando il ruolo delle donne. Le donne hanno una storia?

Ponendosi questa domanda, che sorprende per quanto è recente – in Francia, ad esempio, non si pone fino alla metà degli anni ’70 – che il pensiero femminista, e la storia – come disciplina – hanno aperto un nuovo continente del sapere che sconvolge tante certezze. E, in questa storia che si sta riscrivendo, hanno una storia anche le donne musulmane, arabe e berbere?

Basta concedersi questa libertà, nonostante la povertà di documenti scritti e archivi, perché un’altra storia prevalga.

Quando i mujahedin testimoniano sulle donne algerine in guerra, dicono: “hanno aiutato”, e quando li spingi a ricordare, diventano improvvisamente pensierosi, “erano molto coraggiose” e poi, come stupiti, stanno zitti. Silenzio. Cosa ci racconta la storia di Djamila Bouhired, questa giovane ragazza della Casbah che, appena 24enne, nel 1957, apprendista sarta, si ritrova a portare il peso dell’icona? Mettere in discussione la storia delle donne algerine nella guerra di liberazione nazionale è mettere in discussione la storia del silenzio perché il silenzio ha una storia.

Il silenzio e l’icona

“Temo che le mie parole siano deboli”, si scusa Djamila Bouhired a Beirut durante una cerimonia in suo onore nel 2014.

Come non ascoltare questa esplicita paura delle parole formulate da questa storica attivista del FLN, celebrata per il suo coraggio, né le torture subite, né la ghigliottina promessa dal tribunale militare e coloniale che la giudica, sono venute a capo della sua sfida alla morte che la minaccia, affinché l’Algeria sia indipendente.“Abbiamo ammesso di esaltare le azioni geniali o le vocazioni eccezionali di poche donne, senza dare l’impressione di vedere, o fingendo di ignorare, che queste singole azioni presupponevano l’immensa tela tessuta dalla quantità crescente di donne algerine che, a loro modo, si sono alzate in piedi».

 L’icona è una figura ambigua: testimonia la nascita e la morte. La semplice menzione del suo nome segna la nascita di una nazione e la morte di un milione e mezzo di chouhada. Una cifra che seppur gonfiata non si cancella, parla del prezzo del sangue, del martirio del popolo algerino di fronte all’orrore coloniale. Come portare questo peso senza temere che le parole non siano leggere? Cosa resta allora a renderle pesanti se non il silenzio?

Ugualmente a quella dei morti che la abitano, non si nasconde, come se il potere della donna iconica fosse condannato a sopravvivere murato in questa condivisione, in fedeltà alla memoria della loro tomba. Come non aver paura delle parole per il timore di non essere all’altezza del compito, di tradire non la statua dell’icona bensì quella dei sacrificati? Essere icona non dispensa dal silenzio, al contrario lo aggrava.

L’icona ha una potenza ambigua: rivela e vela. Lei è un corpo/media che parla senza parole. Data e informa: in Algeria e nella guerra di liberazione e attraverso i corpi delle donne, è successo qualcosa di straordinario. Dalla maquisarde, alla fidaïa, dalla contadina alla cittadina, dalla studente all’analfabeta, dall’infermiera all’operaia, dall’Algeria alla Francia.

Fanno l’impensato e l’impensabile: fanno la guerra alla Francia coloniale. Non hanno portato “all’indipendenza del loro paese un aiuto considerevole”, come scrive ancora il riferimento della storia delle donne in Francia, la storica Michèle Perrot (5) , e non dovettero “confluire nella lotta nazionale e sostenere gli uomini che hanno portato avanti questa lotta”, come osserva la politologa Khadija Mohsen-Finan (6) 

“Temo che le mie parole siano deboli” si scusa Djamila Bouhired. Come non sentire questa esplicita paura delle parole, formulata da questa storica attivista del FLN, celebrata per il suo coraggio. Né le torture subite, né la promessa ghigliottina sono venute a capo della sua sfida alla morte che la minaccia, per l’indipendenza dell’Algeria.

Hanno portato la loro intima esperienza di colonialismo “nativa dei nativi”, e l’odio per questa occupazione che darà loro questa incredibile forza per uscire dall’isolamento, dalla famiglia, dai tutori e dai tabù così numerosi, nell’indossare gli abiti della guerra. Questo terreno che l’abitudine riserva solo agli uomini. Non solo la fanno, ma ben presto non si vedono che loro sui giornali, nel maquis, nei tribunali, nelle carceri e persino nelle stanze di tortura. Su questo terreno la rivoluzionaria Djamila Bouhired è esemplare, favolosa e mostruosa insieme.

Lei è una “che mette le bombe”, è una di quelle che cambierà la geografia della violenza dalla “città araba” circondata dai paracadutisti, alla “città bianca” all’ora dell’aperitivo dei “pieds noirs”, conosce la Casbah come un uomo ma molto meglio della polizia, ferita da una pallottola mentre con i vertici militari della zona autonoma di Algeri fugge dalla terribile repressione che nel 1957 si abbatte su questo quartiere, carica di documenti segreti, passa dall’ospedale alla sala delle torture e da questa al tribunale militare che la condanna a morte per ghigliottina mentre i coloni vogliono linciarla. E in più è bella come il giorno. È molto per una sola donna, “la sorella” in mezzo ai “fratelli”.

Solo nel 1990 le “donne algerine in guerra” sono apparse in Algeria, dopo la tesi universitaria di Danièle Djamila Amrane Minne – una moudjahida diventata storica – e hanno rotto il silenzio della storia. Nella sua prefazione, André Mandouze, storico francese, filo-FLN, scrive: “(…) Abbiamo ammesso di lodare le azioni brillanti o le vocazioni eccezionali di poche donne sembrando di non vedere, o fingendo di ignorare, che queste singole azioni presupponevano l’immensa tela intessuta dalla crescente folla di donne algerine che, a loro modo, “si sono alzate” (…)» (7). Un fronte in prima linea, e se fosse una rivoluzione nella rivoluzione? Ma: “L’oppresso è tollerabile – scrive Christine Delphy, sociologa, femminista – se sa essere discreto”. “I fratelli” si difenderanno, minacciati nelle fondamenta del loro potere, prenderanno quello della parola e riscriveranno la storia a loro misura.

Rimettere il ​​mondo al suo posto e ricordare che l’icona aveva “un” capo, capo della Zona Autonoma di Algeri, che portava un nome, Yacef Saadi (1957).

E, perché nessuno dimentichi, diventerà, all’indipendenza, produttore, attore della propria storia sullo schermo, e sceglierà lui stesso il regista Gillo Pontecorvo, del film: “La battaglia di Algeri”. Un film così potente da diventare cult, trattato, dalla storia ufficiale, in Algeria, come un archivio della realtà, mentre Benjamin Stora, storico francese, eppure specialista riconosciuto della guerra anticolonialista, gli conferirà un “valore documentario” . Ok, ma cosa documenta dal punto di vista delle donne?

Da icona a donna senza nome

All’inizio fa riferimento all’oblio “Djamila” di Youcef Chahine, prodotto nell’emergenza nel 1958 per mobilitare l’opinione pubblica contro la sua imminente esecuzione, partecipando alla campagna che solleverà l’intero pianeta anticoloniale. Ho Chi Minh è impegnato, Fairouz, Warda el Djazaïriya, Sou’ad Mohamed, egiziano, lo cantano, Jacques Vergès, il suo avvocato che diventerà suo marito, e Georges Arnaud pubblicano “Per Djamila Bouhired”, nel 1957 (Ed de Minuit) . Tutti loro «celebrano le sue imprese e le sue sofferenze. Questo è un caso unico, nessun altro film, nessun’altra canzone (…) così dedicata a una personalità è esistita durante la guerra” (3). Mentre nella fiction, Y. Chahine filma “Djamila” in piedi su una piattaforma, che disegna piani per guidare le “” posatrici di bombe”, in “La battaglia di Algeri “sta in fila, silenziosa, aspetta che Yacef Saadi le dia la sua cesta. La fidaïa non è altro che uno strumento del genio militare “del capo”.

Nel 2013, ricorda il suo ruolo di produttore: “Abbiamo raccolto “le ragazze” (riguardo al casting di coloro che incarneranno le combattenti sullo schermo, ndr) e ne abbiamo scelta una per Djamila Bouhired, una per un’altra, senza dare i loro nomi, perché le persone sanno quando dico tale e tale bomba in questo o quell’altro posto, sanno chi ha piazzato la bomba ”(Intervista, Ennahar TV, Algeria).

Che impresa: per la magia del suo cinema, i nomi di Djamila Bouhired, Zohra Drif e Samia Lakhdari, le prime tre combattenti della resistenza che metteranno le prime bombe della vera battaglia di Algeri, scompaiono dalla sua storia.

“Poiché la gente sa”, possiamo aiutarli a dimenticare sostituendo i loro nomi con i loro obiettivi, le rovine di caffè insanguinati che lui cita: “la Caffetteria, il Milk Bar e la Maurétania. “. Sostituisci i nomi con oggetti. Che documento sulla costruzione della cancellazione delle “ragazze”. 

“La battaglia di Algeri”, la cui storia è guidata da un nazionalista algerino e da un comunista italiano, è in realtà un archivio dell’immaginario della virilità quando si sente minacciata. Rimette gli uomini al centro della guerra e ci ricorda che le donne sono solo la sua periferia. Paras o moudjahid qualunque cosa, combattono da uomo a uomo, sebbene con armi disuguali. Ingrandisce i corpi degli uomini, Yacef Saadi e Ali La Pointe, “il ragazzaccio” che la rivoluzione rende bello come un Dio, contro Bigeard e Massu modellati nei loro abiti leopardati e occhiali scuri da star. 

Questo film documenta l’arte di scrivere le narrazioni dominanti che trasforma le donne attrici della storia, in donna/oggetto espropriate anche del loro nome. Illustra come l’invisibilità delle donne nella storia sia una costruzione che produce e riproduce il potere del dominante.

 Quindi ci sarebbe una sola verità e sarebbe quella del “capo”? È lecito dubitarne: il dubbio non è il primo grado di libertà? Diffidiamo delle parole, di queste rappresentazioni amputate del contesto che rinchiudono le donne nell’ evidenza” senza scampo, un mektoub che cancella resistenze, sovversioni per prevedere solo le sottomissioni a venire, per ingrandirle e renderle invadenti.  

I contenuti di questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità di Assafir Al Arabi e non esprimono necessariamente le posizioni del Rosa Luxembourg Institute.

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1) Danièle Djamila Amrane-Minne, “Algerian women in war”, ed Barzakh, Algeri, 1990.
2) Ali Haroun, “La 7ieme wilaya, la guerre du FLN en France 54_62), Ed Seuil, 1986.
3) Frantz Fanon , “Anno V della Rivoluzione”, Maspéro 1959.
4) “Avere trent’anni ed essere ancora single: una categoria emergente in Algeria” di Zahia Ouadah-Bedidi) ad Autrepart.
5) DD Amrane Minne, “Des femmes dans la guerre”, prefazione Michèle Perrot, Ed Dif, 2004
6) L’immagine delle donne nel Maghreb, a cura di K. Mohsen-Finan, Ed Acte Sud, MMSH / Barzakh
7) Danièle Djamila Amrane-Minne, “Donne algerine in guerra”, prefazione di A. Mandouze.

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