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Unica speranza per la lotta palestinese è liberarla dalla sua narrazione maschile

Spetta alle donne palestinesi combattere l’enfasi esagerata della loro società sui valori e sui simboli dell’eroismo maschile che stanno condannando la battaglia contro l’occupazione israeliana in un tragico vicolo cieco.

Palestinesi a Nazareth celebrano l'evasione del prigioniero Zakaria Zubeidi da una prigione israeliana, settembre 2021
Una celebrazione dell’evasione del prigioniero palestinese Zakaria Zubeidi a Nazareth, a settembre. 
Non ha sconfitto l’occupazione né la sconfiggerà presto. 
Attestazione: Rami Shllush

Rajaa Natur Haaretz October 18, 2021

La fuga di Hamza Younis da una prigione israeliana negli anni ’70 (per tre volte!) è solo uno dei tanti momenti significativi che hanno preceduto la recente evasione di Zakariya Zubeidi e di cinque altri detenuti della prigione di Gilboa.

La stampa arabo-palestinese ha tirato fuori ogni possibile superlativo per descrivere Zubeidi: combattente per la libertà, drago di Palestina, pantera nera, leggenda, eroe della seconda intifada. Zubeidi, in quanto uomo palestinese, ha superato la prova nazionale a cui è stato sottoposto: il discorso dominante palestinese ha lodato lui in particolare e la maschilità palestinese in generale come eroica.

Il problema è che la sua maschilità, come quella di molti uomini palestinesi, è definita in contrasto con la violenza della maschilità dell’occupante israeliano. Le percosse, gli arresti, le torture e le incarcerazioni a cui è stato sottoposto, sono riti di passaggio per l’eroica maschilità nazionale palestinese. Questo è ciò che la società palestinese si aspetta da un uomo che sta vivendo una trasformazione da ragazzo normale a eroe. La maschilità ordinaria della vita quotidiana è sconfitta il che è qualcosa che il discorso interno palestinese rifiuta di accettare. Si cerca un contrappeso che sia “uguale” alla maschilità dell’occupante israeliano. Ogni giorno l’occupazione crea di nuovo una forma di maschilità palestinese che o diventa un manifesto oppure appare sconfitta; si restringe lo spazio in cui opera mentre si canalizza e detta le sue risposte sociali e politiche.

È pretestuoso e fuorviante affermare che la maschilità palestinese – che è regolarmente alimentata e gonfiata dalla passione politica palestinese – è equivalente in potenza fisica e simbolica alla maschilità dell’ occupante israeliano, solo perché è in grado di reagire ad essa. Questa reattività in realtà non altera l’equilibrio dei rapporti di potere e quindi si finisce per rifugiarsi nel replicare sempre di nuovo il modello eroico, nel tentativo di dare vita alla narrativa palestinese che lentamente sbiadisce. La fuga di Zubeidi è una risposta di lotta tra una serie di possibili reazioni all’oppressione politico-maschile israeliana. Non è l’ultima e unica risposta, quindi non può essere descritta come una completa vittoria nazionale palestinese sull’occupazione, come è stato finora il tema dominante nel discorso della comunità. In generale, la fuga di Zubeidi e l’eroismo maschile palestinese non dovrebbero diventare l’unico significante di ciò che vuol dire essere palestinesi, o del senso della causa palestinese. Ciò non ha sconfitto l’occupazione né la sconfiggerà presto. La sua fuga non ha “minato la sicurezza di Israele e degli israeliani”

Questo è un discorso vuoto e storicamente errato e distruttivo che suggerisce in modo nostalgico che solo l’eroismo maschile palestinese può trionfare. In effetti, nessun eroismo maschile palestinese ha posto fine all’occupazione, alterato il discorso politico sull’occupazione, nè ha offerto alcuna prova o una cassetta degli attrezzi alternativa alle generazioni più giovani, a parte la glorificazione del sacrificio e della perdita.

Mentre il corpo femminile palestinese è percepito come qualcosa di vergognoso, gli uomini espongono i propri corpi percossi e torturati in pubblico e ai media perché i segni di tortura sono motivo di orgoglio e indice di aver superato il test di maschilità. Gli uomini palestinesi controllano la narrazione attraverso i loro corpi e quindi la conservano e la orientano: al loro rilascio, l’umiliazione, l’incarcerazione e la tortura che hanno subito nelle carceri israeliane vengono sfruttate per l’accesso al potere, a posizioni chiave e all’influenza politica.

La storia di Marwan Barghouti, imprigionato in Israele dal 2004 (per coinvolgimento in attentati durante la seconda intifada) è un classico esempio di sfruttamento della persecuzione, dell’incarcerazione e dell’ergastolo che garantiscono potere e influenza politica. L’uomo continua a svolgere il ruolo di leader nazionale dall’interno delle mura della prigione; è stato coinvolto nell’attuazione degli “accordi del Cairo” volti al raggiungimento dell’unità nazionale palestinese, e nella riorganizzazione delle file di Fatah. Lo scorso anno si è anche proposto come candidato alla presidenza dell’Autorità Palestinese. I successi politici di Barghouti non superano quelli delle attiviste e deputate Khalida Jarrar o Hanan Ashrawi, ma è ancora lui a essere incoronato come il prossimo leader politico grazie a quel capitale simbolico di cui sopra.

Escluse dal discorso

La dinamica che ho descritto sopra non si applica affatto alle donne palestinesi. La violenza fisica che l’occupazione usa contro di loro non serve come rito di passaggio a una femminilità nazional-eroica palestinese. Non c’è “traccia” dell’eroismo femminile palestinese. Le donne palestinesi sono completamente escluse da questo discorso eroico e dalle ricompense sociopolitiche che ne derivano, principalmente perché gli uomini palestinesi sono i responsabili, secondo il discorso attuale, della lotta e dell’onore e della protezione delle donne palestinesi, quindi l’eroismo delle donne non è necessario. La creazione di una rivendicazione di eroismo femminile palestinese significherebbe sconvolgere l’equilibrio delle forze della narrazione sulla base del genere, e renderlo accessibile alla femminilità palestinese esclusa. Anche se lo volessero, le donne palestinesi non hanno accesso a quell’eroismo perché implica il contatto fisico che è religiosamente, moralmente e nazionalmente proibito con uomini estranei, in questo caso i soldati dell’occupazione.

Le prigioniere palestinesi non cercheranno mai di fuggire perché sentiranno sempre la vergogna e la paura delle sanzioni sociali che pendono sulla loro testa dopo aver ottenuto la libertà se sono state picchiate e torturate. Inoltre, essere liberate dal carcere non sarà per loro motivo di orgoglio o un mezzo per raggiungere la mobilità sociopolitica.

Ruoli di grembo materno

Pertanto, il corpo femminile palestinese è stato sospinto nei tradizionali ruoli del grembo materno da cui ci si aspetta che le donne palestinesi fungano da “testimoni” della violenza che l’occupazione commette contro uomini e bambini palestinesi. Per la maggior parte, le donne palestinesi sono documentate dai media e riflesse nella narrazione quasi esclusivamente come un cuscinetto tra bambini e soldati, gridando contro le truppe e allontanando i loro figli; funzionano come madri di tutti i bambini e di tutti gli uomini palestinesi. E poiché non possono raccontare la storia di ciò che è stato fatto sui loro corpi, raccontano l’unica storia legittima: quella di uomini palestinesi che vengono picchiati, torturati e uccisi.

Alle donne è permesso impegnarsi nel lutto e nella perdita perché queste sono cose che si adattano al loro ruolo religioso, morale e di genere nella loro società. L’eroismo femminile è tabù. La narrazione che viene raccontata non deve includere la paura e l’ansia femminili all’ombra dell’occupazione. Attualmente, ci sono 40 donne palestinesi incarcerate nelle prigioni israeliane. Per il pubblico sono anonime, prive di nomi o di storie. L’unica il cui nome compare di tanto in tanto sulla stampa palestinese e araba è Israa al-Jaabis. Sta scontando 11 anni per un atto che insiste di non aver commesso (far esplodere una bombola di gas nel suo veicolo al checkpoint vicino all’insediamento di Ma’aleh Adumim). Jaabis non è diventata un simbolo dell’eroismo femminile palestinese perché la sua negazione dell’atto di cui è accusata e la sua richiesta di cure mediche sono percepite come una negoziazione con le forze di occupazione e un allontanamento dalla causa nazionale palestinese.

Non è compito delle donne palestinesi oggi adottare l’eroismo maschile nazionale palestinese, pubblicizzarlo e sostenerlo o difenderlo come ha fatto la precedente generazione di donne. Il loro compito è decifrarlo e criticarlo, combatterlo e eliminarlo politicamente e nella coscienza pubblica. Rifiutarsi di continuare ad accettarlo. Questo rifiuto sarà probabilmente accolto con violenza, con accuse di tradimento e con disprezzo da parte della maggior parte degli uomini palestinesi, ma deve nascere un altro tipo di femminilità palestinese.

Traduzione di Gabriella Rossetti

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PalestinaCeL

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