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Immaginare la Palestina: Al-Barghouti, Darwish, Kanafani e il linguaggio dell’esilio

Di Ramzy Baroud da Palestine Chronicle

Una foto d’archivio di Mourid Al-Barghouti con la sua defunta moglie Radwa Ashour. (Via account Twitter di Mourid Al-Barghouti)

Ramzy Baroud su Palestine Chronicle 24 febbraio 2021

Per i Palestinesi l’esilio non è semplicemente l’atto fisico di essere mandati via dalla propria casa senza possibilità di poterci ritornare. Non è nemmeno solo un argomento qualsiasi che appartiene alla politica e alla legge internazionale e neppure un concetto etereo, un sentimento, un verso poetico. E’ tutto questo, insieme.

La morte ad Amman di un poeta palestinese, Mourid Barghouti, un intellettuale il cui lavoro è intrinsecamente legato all’esilio, ha riportato in superficie molte domande esistenziali: Il destino dei palestinesi è essere esiliati? Esiste un rimedio per questo tormento continuo? La giustizia è un obiettivo reale, raggiungibile?

Barghouti era nato nel 1944 a Deir Ghassana, vicino a Ramallah. Il suo viaggio verso l’esilio cominciato nel 1967, è terminato, anche se temporaneamente, 30 anni dopo. Il suo memoir “Ho visto Ramallah”, pubblicato nel 1997, è il tentativo di un uomo esiliato di dare un senso alla propria identità, una identità definita attraverso molti spazi fisici diversi, conflitti e aeroporti. Mentre in qualche modo, il Palestinese in Barghouti rimane intatto, la sua è una identità unica che può essere compresa solo da coloro che hanno sperimentato in qualche forma i sentimenti pressanti di Ghurba, estraniamento e alienazione, o Shataat, dislocazione e diaspora.

Nel suo memoir tradotto in inglese nel 2000 dall’autore egiziano di successo Ahdaf Soueif, Barghouti scrive: “Ho cercato di mettere il dislocamento fra parentesi, di mettere un punto in un lunga frase di tristezza della storia…ma non vedo altro che virgole. Voglio cucire insieme questi periodi. Voglio collegare un momento con un altro, unire l’infanzia alla vecchiaia unire il presente all’assente e tutti i presenti a tutte le assenze, unire gli esuli alla patria e unire ciò che ho immaginato con ciò che vedo adesso”

Coloro che sono familiari con la ricca e complessa letteratura palestinese dell’esilio possono mettere in relazione i riferimenti di Barghouti – ciò che uno immagina rispetto a quello che vede- con gli scritti di altri intellettuali che hanno anch’essi sofferto le pene dell’esilio. Ghassan Kanafani, Majed Abu Sharar, e tanti altri, hanno scritto su questo medesimo conflitto. La loro morte -o piuttosto il loro assassinio- in esilio ha interrotto bruscamente i loro percorsi filosofici.

Nel poema fondamentale di Mahmoud Darwish, “Chi sono io senza esilio” il poeta palestinese si domanda, sapendo che non ci sarebbe mai stata una risposta stringente: “Cosa faremmo senza esilio?”

E’ come se Ghurda sia stato così integrato nel carattere collettivo di una nazione e sia ora un tatuaggio permanente nel cuore e nell’anima della gente palestinese ovunque. “Uno straniero sulla riva del fiume, come il fiume …..l’acqua mi lega al tuo nome. Nulla mi riporta dal luogo lontano in cui mi trovo, alla mia palma: non la pace e non la guerra. Niente mi fa entrare nei vangeli. Nulla…” ha scritto Darwish.

L’impossibilità di ridiventare un intero nei versi di Darwish e di Barghouti erano il riverbero del quadro dipinto da Kanafani di una Palestina che era agonizzante vicina come lo era lontana.

“Che cosa è una patria?” si domanda Kanafani in Ritorno ad Haifa. “E’ queste due sedie che sono rimaste in questa stanza per 20 anni? Il tavolo? Le penne di pavone? Il quadro di Gerusalemme appeso al muro? La serratura di rame? La quercia? Il balcone? Cosa è una patria? E’ solo una domanda”.

Ma non ci possono essere risposte, perché quando l’esilio supera un certo punto razionale di attesa per una qualche giustizia che potrebbe facilitare il ritorno di qualcuno, non può più essere articolato, trasmesso o addirittura compreso interamente. E’ il precipizio metaforico fra la vita e la morte, “vita” come bruciante desiderio di essere riunito al se precedente e “morte” come il sapere che senza una patria si è un perpetuo emarginato, fisicamente, politicamente, legalmente, intellettualmente e in ogni altra forma.

Barghouti nel suo poema ‘Io non ho problemi’ ha scritto: “Nella mia disperazione mi ricordo che c’è una vita dopo la morte …Ma mi domando: O mio Dio ma c’è vita prima della morte?”

Mentre lo schiacciante peso dell’esilio non è unicamente dei palestinesi, l’esilio palestinese è unico. Attraverso tutto l’episodio del palestinese Ghurba, dai lontani giorni della Nakba, -la distruzione della patria palestinese- fino ad oggi, il mondo resta diviso fra l’inazione, la dimenticanza e addirittura il rifiuto di riconoscere l’ingiustizia che ha colpito il popolo palestinese.

Malgrado, o forse a causa del suo esilio lungo decenni, Barghouti non si è speso in discussioni inefficaci sui proprietari per diritto della Palestina, “perché non abbiamo perso la Palestina per un dibattito, l’abbiamo persa per una azione di forza”.

Ha scritto nel suo memoir “ Quando eravamo in Palestina non avevamo paura degli ebrei. Non li odiavamo. Non li consideravamo dei nemici. L’Europa del Medio Evo li odiava, ma non noi. Ferdinando e Isabella li odiavano, ma non noi. Hitler li odiava, ma non noi. Ma quando ci hanno preso tutto il paese e ci hanno cacciato da là, hanno messo noi e loro stessi fuori dalla legge dell’uguaglianza”.

In effetti ‘odio’ raramente compare nelle opere di Barghouti, o di Darwish, Kanafani, Abu Sharar e molti altri, perché la pena dell’esilio, così potente, così onnipresente, ha bisogno di rivalutare la sua relazione con la patria attraverso un rapporto emotivo che può essere solo sostenuto attraverso una energia positiva di amore, di tristezza profonda, di desiderio.

“La Palestina è qualcosa per cui val la pena per un uomo armarsi, morire “ ha scritto Kanafani. “Per noi, per te e me, è soltanto la ricerca di qualcosa sepolta sotto la polvere dei ricordi. E guarda cosa abbiamo trovato sotto la polvere. Altra polvere. Ci sbagliavamo quando pensavamo che la patria fosse solo il passato”

Milioni di palestinesi continuano a vivere in esilio, generazione dopo generazione, negoziando dolorosamente le loro identità individuali e collettive, né capaci di ritornare né di sentirsi veramente interi. Questi milioni meritano di esercitare il Diritto al Ritorno, che le loro voci si sentano e che siano inclusi.

Ma anche quando i palestinesi potranno porre fine al loro esilio fisico, per generazioni si sentiranno legati ad esso. “Non so cosa voglio. L’esilio è così forte dentro di me, forse me lo porterò nella mia terra” ha scritto Darwish.

Anche in Barghouti l’esilio era ‘così forte’. Pur avendo combattuto per porvi fine, è diventato lui stesso, è diventato noi.

Ramzi Baroud è un giornalista e editor di Palestine Chronicle. E’ autore di 5 libri. Il suo ultimo è: Queste catene verranno rotte: Storie palestinesi di lotta e di sfida nelle prigioni israeliane. (Clarity Press). Baroud è un Non-resident Senior Research Fellow al Center for Islam and Global Affairs (CIGA) e anche al Afro-Middle East Center (AMEC).

Il suo sito web è: www.ramzybaroud.net

Traduzione di Sancia Gaetani

PalestinaCeL

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