CALL US NOW 333 555 55 65
DONA ORA

Le elezioni non possono aggiustare l’Autorità Palestinese

L’Autorità Palestinese ha passato anni a smobilitare la società palestinese e consolidare il suo governo repressivo. Il danno che ha causato non sarà superato alle urne.

di Dana El Kurd 24 febbraio +972 Magazine

Palestinian President Mahmoud Abbas attends a Palestinian Liberation Organization (PLO) executive committee meeting in the West Bank city of Ramallah, Aug. 22, 2015. (Flash90)
Il Presidente palestinese Mahmoud Abbas alla riunione del comitato esecutivo dell’OLP a Ramallah, West Bank il 22 agosto 2015.. (Flash90)

Quando il Presidente Mahmoud Abbas il mese scorso ha annunciato che l’Autorità Palestinese avrebbe indetto elezioni nazionali per la prima volta in quasi 15 anni, la cosa ha riacceso un grande dibattito sul fatto che queste elezioni possano avere un senso. Data la situazione di una classe politica palestinese che si muove sotto una occupazione militare, quale può essere lo scopo delle elezioni?

Da una parte la decisione di indire elezioni legislative e presidenziali, programmate per il 22 maggio e il 31 di luglio, rispettivamente, è una risposta alle critiche che da tempo accusano la AP di ignorare da troppo tempo la volontà del pubblico palestinese. I dirigenti che provengono in gran parte dal partito di Fatah sono riusciti con successo a ribaltare i risultati delle elezioni legislative del 2006, con un conflitto violento con Hamas e da allora hanno superato di molto i limiti della loro permanenza al potere – soprattutto per quanto riguarda Mahmoud Abbas che ha superato di un decennio il suo primo turno di presidenza.

Perciò la possibilità di superare questo status quo è stata bene accolta da molti – e per alcuni si tratta di un segnale incoraggiante. Durante un incontro al Cairo questo mese, i dirigenti di 14 partiti politici palestinesi, compresi Fatah e Hamas, si sono impegnati a partecipare e a rispettare i risultati di queste elezioni. Se tutto va bene, dicono gli osservatori, le elezioni potranno finalmente produrre un sistema di governo democratico palestinese, e mettere fine alla divisione tra la striscia di Gaza e la West Bank che dura da 14 anni.

Questa speranza, tuttavia, è troppo ottimistica. Se è vero che la mancanza di credibilità della AP è una questione seria e logorante per la società palestinese, l’idea che le elezioni siano una soluzione alla situazione di stallo, poggia su alcuni presupposti problematici: in primo luogo l’idea che la comunità internazionale abbia mai creduto che la AP fosse democratica, in secondo luogo che tenere elezioni prima di risolvere le divisioni, sia una strategia sostenibile e infine che la AP sia l’attore principale che possa fare avanzare la causa palestinese.

Repressione e cooptazione

L’Autorità Palestinese è stata una istituzione non inclusiva, fin dalla sua fondazione. Come nota Manal Jamal nel suo libro “Promuovere la Democrazia”, la AP fu creata con l’intento di promuovere gruppi molto specifici – prima di tutti Fatah – emarginando grandi parti della società palestinese che erano critiche verso gli accordi di pace di Oslo.

Ci sono state pressioni internazionali ad approfondire questa esclusione nel tempo; l’episodio più tristemente noto di questa politicaè stato quando degli stati stranieri, guidati dalla amministrazione di Georg W. Bush, hanno sostenuto Fatah nel rifiuto di ammettere la propria sconfitta nelle elezioni legislative del 2006 e nella espulsione di Hamas dal governo.

Members of the Palestinian security forces march through the West Bank city of Ramallah as part of a training session. Dec. 18, 2009. (Issam Rimawi/Flash90)
Palestinesi delle forze di sicurezza marciano nella città di Ramallah nella West Bank per esercitazioni , il 19 Dicembre del 2009., Issam Rimawi. Flash 90

Dalle elezioni del 2006, la AP ha concentrato gran parte delle proprie risorse nello smobilitare l’opposizione palestinese e decimare i partiti politici che rifiutavano il controllo di Fatah – una missione condotta in accordo con Israele. Ciò è stato attuato, tra l’altro, grazie alle Forze di Sicurezza Preventiva (Preventive Security Forces) e altre parti dei suoi apparati di sicurezza che sistematicamente prendono di mira gli oppositori con arresti, intimidazioni e violenze che arrivano fino alla tortura.

Di fronte a questo tipo di repressione, molte organizzazioni e molti attivisti si sono isolati perdendo capacità di mobilitazione, per il timore della repressione da parte del governo. Questo ha colpito una vasta parte dei gruppi fuori da Fatah, compresi gli studenti attivisti islamisti delle università, i membri del Palestinian People Party, gli attivisti della Palestinian National Initiative e altri.

La AP si è anche introdotta nella sfera pubblica, cooptando il lavoro della società civile palestinese che si opponeva alle politiche israeliane e al predominio di Fatah. Lo ha fatto, in parte, offrendo agli attivisti impiego nelle istituzioni create dalla stessa AP del tipo della Wall and Settlement Resistance Commission” (Commissione per il Muro e il Reinsediamento) coinvolgendo quadri della AP nel coordinamento dei movimenti sociali. Chi è stato cooptato è meno facile che esprima la propria opposizione nei confronti della AP e che si impegni come attivista su questa linea.

I danni di questo sistema “patrimoniale” si sono dispiegati per anni. La mia ricerca, per esempio, ha scoperto che le tensioni maggiori tra i gruppi Palestinesi della società civile deriva dalle opinioni conflittuali nei confronti del progetto di costruzione dello stato della AP e in generale degli accordi di Oslo.

Alcune organizzazioni rifiutano di collaborare con altre che vedono come complici delle proposte della AP anche se condividono scopi simili.; altre arrivano a bollare i gruppi aderenti alla AP come “complici” o “traditori”. All’interno delle stesse organizzazioni, alcuni quadri subalterni criticano i loro superiori accusandoli di essere vittime di una “illusione di influenza” per il fatto che coordinano le loro attività con la AP che a sua volta produce disillusione e burnout nel loro impegno di attivisti.

Votare non basta

L’impatto di simili manovre autoritarie potrebbe avere già garantito l’esito delle elezioni in favore di Fatah. Sebbene le lezioni siano aperte a molti partiti, le alternative a Fatah semplicemente non hanno alcuna capacità organizzativa, e non godono di un ambiente politico favorevole tale da permettere loro di condurre campagne elettorali su scala nazionale. Ciò può rendere l’intera faccenda un esercizio inutile.

Palestinian Central Election Commission workers register residents in preparation for May elections, in Rafah, southern Gaza Strip, Feb. 10, 2021. (Abed Rahim Khatib/Flash90 )
Impiegati della Commissione Elettorale Centrale Palestinese registrano i residenti in preparazione delle elezioni di maggio nelle Striscia di Gaza. 10 Febbraio 2021. Abed Rahim Khtib/Flash90

Inoltre, anche se Hamas, il principale rivale di Fatah fosse in grado di partecipare liberamente alle elezioni, potrebbe essere un fatto che semina più problemi di quanti ne risolva. Secondo un sondaggio condotto dal settembre del 2020 dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (Il Centro Palestinese di Ricerca e Indagine sulle Politiche) , Fatah e Hamas sono quasi alla pari per impopolarità tra i Palestinesi: solo il 38 per cento degli intervistati ha dichiarato che avrebbe votato per Fatah e il 34 per cento per Hamas, cifra che sale a Gaza arrivando al 45 per cento. Un risultato bipartisan, se si pone la domanda, è visto come un evento che potrebbe produrre ulteriori divisioni o nuovi conflitti tra i due partiti.

Inoltre, l’investimento che si è fatto sulle elezioni di quest’anno, è in parte basato sulla convinzione che, diversamente che in altre occasioni, la comunità internazionale questa volta accetterebbe in pieno i risultati anche se Hamas, definita organizzazione terrorista da Israele e dagli Stati Uniti, fosse rieletto al governo. Si tratta di una ipotesi con una base molto fragile: i governi stranieri e le istituzioni internazionali, compresi gli Stati Uniti e l’Unione Europea, non hanno dato nessuna assicurazione che avrebbero accettato i risultati e hanno fornito ben poche reazioni incoraggianti all’ annuncio di Abbas. Cosa più importante ancora, Israele stesso potrebbe rifiutare o minare i risultati delle elezioni se Hamas fosse eletto, rendendo ancora più improbabile una più ampia approvazione internazionale e da parte degli Stati Uniti.

Tutte queste dinamiche degli ultimi 15 anni hanno avuto un profondo impatto sulla coesione sociale palestinese. La tattica repressiva ed escludente della AP ha alimentato profonde divisioni nella società palestinese sulla stessa esistenza della AP e sulle possibili vie di uscita dall’ impasse politico in cui ci si trova.

Tutto ciò ha ulteriormente minato la capacità dei gruppi lungo l’arco della politica palestinese di coordinarsi e di affrontare insieme delle sfide condivise – come gli spostamenti nelle alleanze regionali dovute agli accordi di Abramo- e ha incoraggiato Israele ad attaccare Gaza e a proseguire nelle appropriazioni di terra nella West Bank. Le elezioni da sole non possono risolvere questi problemi strutturali. Il nodo cruciale del problema politico dei Palestinesi non è solo una mancanza di democrazia: è la frammentazione in fazioni e la polarizzazione, sono le loro istituzioni logore, l’assenza di strategia e la leadership fragile – che azzoppano tutti i fattori necessari per la costruzione di un movimento unito.

I leaders di Hamas Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar marciano a Gaza il 26 giugno del 2019 durante una protesta contro il “Patto del Secolo” lanciato dal Presidente Donald Trump e la conferenza “Pace e Prosperità” in Bahrain. (Hassan Jedi/Flash90

Queste dinamiche non si cancellano semplicemnte con un voto; in realtà le elezioni in un contesto così frammentato e autoritario serviranno solo ad esacerbare le inimicizie tra i gruppi che rifiutano di partecipare; di cooptare o distrarre le forze di opposizione disposte a partecipare al processo elettorale fornendo una copertura di legittimazione a personaggi che da tempo hanno perso il loro mandato a governare.

Ri-centrare l ‘OLP

In questa situazione, anzichè concentrarsi sulle elezioni della Autorità Palestinese, i palestinesi dovrebbero impegnarsi nel rivitalizzare l’ OLP, l’ istituzione fondatrice, originaria, centralizzata fondata nel 1964 che promuove la causa nazionale palestinese e rappresenta i palestinesi di tutte le regioni. In primo luogo, i Palestinesi dovrebbero riformare l’OLP allargandone la base e rendendola maggiormente rappresentativa delle differenze politiche; in secondo luogo dovrebbero rimuovere l’Autorità Palestinese come capo della dirigenza e riportare l’OLP alla guida. E’ così che la chiamata alle elezioni dell’OLP programmate per il 31 di agosto da Abbas potrà essere una via più fruttuosa per produrre un cambiamento. Nonostante i suoi limiti e il predominio di Fatah nell’organizzazione, l’OLP rimane un modello di un movimento di liberazione relativamente di successo. Cosa importante, l’OLP, diversamente dalla AP si definisce rappresentante di tutti i Palestinesi- non solo di coloro che vivono nei territori occupati. Ampliando ancora una volta l’orizzonte dell’agenda palestinese per includere, per esempio, il diritto al ritorno dei rifugiati, i Palestinesi possono andare oltre il paradigma ristretto della costruzione dello stato e aspirare a percorsi di giustizia più creativi

Rafforzare le funzioni originarie dell’OLP può anche contribuire a ricostruire la tradizione di una mobilitazione ad ampio raggio di contributi da parte di diversi segmenti della popolazione palestinese offrendo uno spazio per intellettuali e attivisti per discutere i problemi della comunità. Prima degli accordi di Oslo, l’OLP organizzava vivaci dibattiti interni su chi dovrebbe guidare l’organizzazione, come fare resistenza, come dirigere interventi nazionali e internazionali e altro. La OLP e la AP di oggi sono ben lontane da quel tipo di dinamismo.

Palestinesi dimostrano di fronte agli uffici dell OLP a Ramallah, nella West Bank il 15 giugno del 2013 contro gli incontri segreti tra quadri dell’OLP e Israele.. (Issam Rimawi/Flash90)

Per essere chiari, tutto ciò non significa necessariamente che le istituzioni della AP che sono state faticosamente costruite negli ultimi 27 anni debbano cessare di esistere. La AP svolge ancora un ruolo cruciale nel fornire servizi ai palestinesi nei territori occupati insieme a meccanismi di autogoverrno nel breve periodo. Questo è particolarmente importante ora che la società palestinese è stata doppiamente colpita dalla crisi economica e dalla pandemia del COVID_19. Tuttavia la AP dovrebbe riprendere il suo ruolo di istituzione complementare all ‘OLP, vero legittimo rappresentante del popolo palestinese.

In questa prospettiva, concentrarsi sulle elezioni come oggi si prospettano, è nel migliore dei casi un diversivo, nel peggiore un processo pericoloso che può fare più male che bene. Le elezioni non sono nè una via di salvezza nè un prerequisito per risolvere problemi di responsabilità e legittimazione. Più che cercare soluzioni per fare uscire i Palestinesi dal pantano in cui ci troviamo, la nostra dirigenza politica sembra più impegnata a bisticciare attorno alle urne che non risolveranno nessuno di questi problemi. Al contrario, queste elezioni serviranno solo a rinforzare la frammentazione della politica palestinese

Traduzione a cura di Gabriella Rossetti da +972magazine

PalestinaCeL

VIEW ALL POSTS

NEWSLETTER

Iscriviti e resta aggiornato