CALL US NOW 333 555 55 65
DONA ORA

Israeliani, basta con la negazione, riconoscete la Nakba

Dahlia Scheindlin* 21 maggio, 2020

Il riconoscimento da parte di Israele del suo ruolo nella catastrofe palestinese è essenziale per la sopravvivenza di entrambe le comunità. Altre società in conflitto lo hanno capito.

Rifugiati palestinesi sfollati verso il Beach Camp di Gaza inizialmente salgono a bordo di navi verso Libano ed Egitto durante la prima guerra Arabi-Israeliani 1949 (UN Archives Photo/Hrant Nakashian)

Nessun paese vuole accettare il sangue degli “altri” che ha versato per la sua nascita. Nel 1945 – tre anni prima che i palestinesi fossero dispersi ed esiliati dalla loro terra – George Orwell scrisse nel suo saggio, “Note sul nazionalismo”, che “Non esiste alcun crimine, assolutamente nessuno, che non possa essere perdonato quando è la “nostra” parte a commetterlo. Anche se non si nega che il crimine sia accaduto, anche se si ammette razionalmente che è ingiustificato, eppure non si può percepire che è sbagliato.”

Quindi, cosa facciamo quando si nega che il crimine sia stato commesso?

Come americana e canadese, mi è sembrato ovvio il perché la distruzione delle popolazioni indigene richiedesse riconoscimento, ricordo e risarcimento. Forse per queste ragioni pensavo che la negazione di Israele del proprio oscuro passato sarebbe finita in modo naturale.

Pensavo che gli israeliani avrebbero sviluppato un senso della sicurezza nazionale, multi-generazionale e collettiva. Dopo aver attraversato le fasi del dolore per la storica distruzione ebraica e generazioni di ebrei sarebbero nate in un proprio stato nazionale, saremmo stati abbastanza forti da abbassare le nostre difese. Cioè Israele avrebbe potuto confrontarsi con ciò che aveva fatto.

Credevo che ciò dovesse accadere per la sopravvivenza sia di israeliani che palestinesi. Riconoscere la Nakba – l’espulsione e la fuga dei palestinesi nel 1948 e il trauma che ha formato la moderna identità nazionale palestinese – è essenziale per raggiungere qualsiasi accordo futuro per porre fine al conflitto, che considero una questione di sopravvivenza.

Riconoscere il ruolo di Israele nella Nakba è anche essenziale per la verità storica, come alcuni storici e archivisti israeliani sanno. L’importanza del riconoscimento non riguarda solo la pace con i palestinesi al di fuori dei confini dello stato; Israele deve conoscere le esperienze dei propri cittadini palestinesi, che costituiscono un quinto della popolazione dello stato, se le relazioni devono approfondirsi fino a raggiungere l’uguaglianza

Bambini rifugiati palestinesi visti in una scuola di fortuna a Nablus, Cisgiordania, 1948. (Hanini / CC BY-SA 3.0)

Ma nel corso degli anni, Israele non ha abbandonato la negazione per passare al riconoscimento. Invece, il negazionismo israeliano è passato dall’oblio e dalla cancellazione della Nakba nei primi decenni della sua esistenza, a una crociata pubblica e aperta contro qualsiasi riferimento ad essa durante gli anni 2000.

I guerrieri del pensiero di destra, come Im Tirzu, hanno etichettato senza tante cerimonie la “stronzata” della Nakba in una aggressiva campagna pubblica. Nel 2011, la Knesset ha approvato la cosiddetta “Legge sulla Nakba”, che stabilisce che le istituzioni finanziate dallo stato potrebbero perdere il loro sostegno nel caso in cui consentano la commemorazione della Nakba nel Giorno dell’Indipendenza israeliana. La legislazione si basava sull’idea malata secondo cui il popolo palestinese – o qualsiasi gruppo nazionale sotto questo aspetto, – può essere intimidito per dimenticare la propria storia nazionale. C’era chi pensava che la Legge sulla Nakba avrebbe potuto provocare una reazione negativa sotto forma di un forte risveglio nazionale tra i cittadini palestinesi di Israele.

Niente di tutto ciò è in realtà accaduto. Per i cittadini palestinesi di Israele, il decennio è andato peggio. Israele ha approvato una legislazione finalizzata ad impedire loro di vivere in comunità di soli ebrei; ha accolto ed ampliato un emendamento alla legge sulla cittadinanza che ha reso difficile per le famiglie palestinesi vivere insieme; e alla fine ha approvato la legge ebraica sullo stato-nazione, che costituzionalmente li ha definiti cittadini di seconda classe. Nel frattempo, l’incitamento contro i cittadini palestinesi da parte della leadership politica ha raggiunto il massimo.

Rispondere a questi attacchi è quindi diventata una priorità per la comunità palestinese di Israele, più alta che chiedere agli israeliani di riconoscere la Nakba. E i cittadini ebrei impegnati a riconoscere la storia del 1948 sono rimasti radicali e in pochi.

Attivisti israeliani del movimento di destra Im Tirzu protestano accanto agli arabi-israeliani e studenti israeliani di sinistra alla cerimonia annuale del Nakba Day, Università di Tel Aviv, 14 maggio 2018. (Yossi Zeliger / Flash90)

Eppure, forse il passare del tempo e gli storici impegnati hanno avuto un certo effetto. Da alcuni sondaggi esaminati nel 2013 è sembrato che i fatti stessero cambiando, indicando che un numero maggiore di israeliani appare preparato ad accettare il ruolo di Israele negli eventi storici della Nakba.

Ma in realtà, gli israeliani sono rimasti fermamente contrari alle forme politiche di accettazione della responsabilità. Ciò era evidente nei sondaggi prima e dopo le crociate negazioniste di destra degli anni 2010. In un sondaggio del gruppo per la pace One Voice, il 60% degli ebrei israeliani ha rifiutato persino di riconoscere la sofferenza dei rifugiati palestinesi.

L’ultima volta che ho tentato una domanda sui rifugiati palestinesi tra gli israeliani, il rifiuto delle classiche proposte per la negoziazione di due stati era più alto che mai. Nel luglio 2018, il 70% degli ebrei ha respinto una proposta di diritto al ritorno in un nuovo stato della Palestina che avrebbe incluso l’autorizzazione a circa 100.000 rimpatriati di stabilirsi in Israele come parte di un programma di riunificazione familiare (o in alternativa ricevere un risarcimento). Il piano Trump pubblicato a gennaio, nel frattempo, non consente a un solo rifugiato di tornare in Israele, e non è neanche garantito in un futuro stato palestinese.

Oggi il muro del rifiuto si è sviluppato in elaborato argomento. Il punto di partenza è negare i fatti storici della Nakba, con la pianificazione e la responsabilità di Israele nella fuga dei palestinesi del 1948. La parte successiva è il rifiuto del ritorno, sostenendo che non esiste una base per tale diritto nel diritto internazionale e anche se esiste, non si applica ai palestinesi.

Un Palestinese siede sotto l’ufficio delle Nazioni UNite vicino al Dheisheh Refugee Camp, Cisgiordania, Bethlehem, 30 agosto, 2018. Photo by Miriam Alster/FLASH90

Questi punti mirano a giustificare l’affermazione secondo cui i palestinesi hanno inventato il diritto al ritorno per distruggere Israele. Questa narrativa diffusa dipende dall’idea che in qualsiasi altro conflitto rilevante o comparabile, i rifugiati o non chiedono il ritorno, non rivendicano il diritto per le generazioni future, non hanno diritto se sono una minoranza nel paese d’origine, o comunque , in pratica non ritornano.

Tuttavia, avendo affrontato le rivendicazioni di rifugiati ugualmente sconvolgenti ed emozionanti nel mio ampio lavoro su altre regioni di conflitto, tra cui Cipro e Balcani – e avendo sentito le storie di amici palestinesi le cui famiglie sono state disperse ai quattro venti – non potevo accettare la falsità che i palestinesi siano in qualche modo unici (o unicamente malvagi) perché desiderano tornare.

Il mio contributo alla discussione sulla Nakba di quest’anno, quindi, è la mia ultima attività: un rapporto che si immerge profondamente in quattro diversi conflitti che abbracciano cinque decenni e tre continenti (con Israele-Palestina che rappresenta l’Asia), e si sovrappongono al periodo storico delle rivendicazioni dei rifugiati palestinesi.

Sebbene non ci siano due situazioni identiche, si possono trovare somiglianze inquietanti. Forse, ho pensato, le menti israeliane si possono aprire nel confronto con la sofferenza di altri sfollati a causa del conflitto e il loro profondo desiderio di poter tornare. Rendersi conto che almeno una qualche forma di ritorno è stata accettata come parte dei processi per porre fine ad altri conflitti – e non negata dalla comunità avversaria – potrebbe forse disinnescare il difensivismo e aprire la strada.

Il mio punto di partenza è stato: le richieste palestinesi sul ritorno non sono uniche. Ma lo studio ha rivelato ulteriori osservazioni sugli aspetti che gli israeliani ritengono essere unici del caso palestinese: lo status ereditato di rifugiati o sfollati non è unico. Né lo è il ritorno delle minoranze, sebbene sia stato collegato alla politica formale solo negli anni ’90. Prima di allora, nessuna legge o norma internazionale indicava alcuna limitazione al rimpatrio per i rifugiati, gruppi minoritari o meno.

C’è almeno una scoperta che è difficile per i palestinesi: il diritto al ritorno per più generazioni di comunità minoritarie nei loro paesi di origine è stato offerto in precedenza, ma non è stato pienamente attuato in alcun luogo, tranne il Ruanda. La Bosnia e il Kosovo hanno formalmente concesso questo diritto (la Bosnia con l’accordo di Dayton e il Kosovo nella sua Costituzione del 2008), e in entrambi i casi il ritorno è stato significativamente incoraggiato. Ma in pratica, solo i rifugiati dei gruppi di minoranza sono tornati indietro.

Bambini del Rwanda in un campo profughi a Goma, Repubblica Democratica del Congo, durante il genocidio nel Rwanda (UNAMIR)

In Ruanda, il diritto è incoraggiato e ampiamente attuato, ma al costo della soppressione dell’identità etnica di tutti i cittadini in una singola nazione ruandese. I leader ciprioti greci e turchi hanno negoziato in dettaglio soluzioni di rimpatrio parziale, ma non sono mai riusciti a raggiungere un accordo di pace. Il problema rimane irrisolto.

Ho ricevuto una vasta gamma di risposte al rapporto da quando è stato pubblicato. Alcuni hanno criticato interamente lo sforzo del confronto. Alcuni hanno criticato la mia scelta dei casi, che ritenevano favorissero le argomentazioni palestinesi. Altri hanno criticato il tentativo di documentare ed entrare in empatia con la coscienza e le paure nazionali israeliane. Suggerisco che un meccanismo politico di riconoscimento delle identità nazionali distinte di entrambe le parti sia l’approccio politicamente più realistico.

Ho raccolto e pensato a tutti i nuovi punti di vista che emergono da questa discussione. Perché mentre la narrativa israeliana mainstream insiste che i palestinesi debbano rinunciare al diritto al ritorno, io credo che gli israeliani debbano abbandonare la loro resistenza.

*Dahlia Scheindlin è un’ importante analista internazionale e consulente strategica specializzata in cause progressiste, campagne politiche e sociali in oltre una dozzina di paesi, tra cui: nuove / di transizione democrazie e ricerca sulla pace / conflitti in Israele, con esperienza in Europa orientale e nei Balcani. Lavora per una vasta schiera di organizzazioni locali e internazionali che si occupano di conflitto israelo-palestinese, diritti umani, pacificazione, democrazia, identità religiosa e questioni sociali interne. Dahlia ha conseguito un dottorato in scienze politiche presso TAU ed è conduttrice del podcast di The Tel Aviv Review.

Traduzione Alessandra Mecozzi da https://www.972mag.com/nakba-refugees-israeli-denial/

PalestinaCeL

VIEW ALL POSTS

NEWSLETTER

Iscriviti e resta aggiornato