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Nostalgia e sapori del Ramadan nell’isolamento

Samer Badawi Maggio 20, 2020 +972 Magazine

Anche se non ho potuto condividere un iftar con la mia madre Palestinese, a causa della pandemia, lei si è assicurata che, anche a distanza, potessimo gustare le sue delizie

By Samer Badawi May 20, 2020 +972 Magazine

Nella foto vendita di alimentari durante il Ramadan a Khan Yunis, a sud della striscia di Gaza. Aprile 20, 2020. (Abed Rahim Khatib/Flash90)

Nei miei primi ricordi del Ramadan, il mese sacro musulmano, io e mio fratello minore ci dividevamo le faccende durante le ore di luce. Troppo giovani per digiunare, ci convincevamo che questo era un lavoro essenziale. C’era da portare via la spazzatura o la corsa al mercato all’angolo. Appendere i vestiti al sole del pomeriggio. Dare una spazzatina. Ma il lavoro più importante del giorno arrivava appena prima del crepuscolo, quando la nostra madre palestinese ci convocava nella sua affaccendata cucina.

Lì, dovendo non mangiare né bere fino al tramonto, affidava ai suoi ragazzi il compito di assaggiatori. Al suo segnale, controllavamo la quantità di cumino nella zuppa di lenticchie, mettevamo sumac con lime nella ciotola del fattoush, addolcivamo – se necessario – il succo di tamarindo filtrato. Mio fratello e io gustavamo questi compiti mentre si faceva il pasto al tramonto, ed è grazie a noi che l’iftar di Mamma era, come sempre deve essere, perfetto.

Adesso, tutti i gusti sono disattivati. Tra i suoi sintomi più nuovi, si dice che il nuovo coronavirus blocchi il senso del gusto del suo ospite. Destino particolarmente crudele durante il Ramadan, quando il digiuno, nella tradizione musulmana, “è come uno scudo” e la gioia di rompere il digiuno è seconda solo alla salvezza. Questo affare teleologico – astieniti adesso per poterti soddisfare dopo – è comune nella tradizione abramitica. Ma a che serve se non possiamo più gustare?

Nella nostra casa Palestinese, l’espressione araba “ma ilha ta’ameh” (“non ha gusto”) non aveva nulla a che fare con il cibo o il senso gustativo che pensavo che mia madre avesse realizzato perfettamente me. Invece, i miei genitori usavano la frase per prendere le distanze dal mondo circostante. Rifugiati della guerra dei sei giorni del 1967, avevano l’abitudine di confrontare la maggior parte delle cose negli Emirati Arabi Uniti, dove mio padre aveva trovato lavoro, con la Palestina. Il mare di Jebel Ali a Dubai, che era un porto sereno durante la mia infanzia, non aveva nulla di Yaffa (Jaffa) e della sua brezza mediterranea. Anche il tramonto, in certo senso, mancava.

Donne Palestinesi si godono il mare mediterraneo durante le vacanze dell' Eid al-Fitr al tramonto a Giaffa, July 18, 2015. Israeli authorities issued thousands of permits for Palestinians living in the West Bank, allowing them to visit Israel during the three-day holiday that marks the end of the holy fasting month of Ramadan
Donne Palestinesi si godono il mare mediterraneo durante le vacanze dell’ Eid al-Fitr al tramonto a Giaffa, July 18, 2015. Israele aveva dato molti permessi a palestinesi per visitare Israele dalla Cisgiordania durante i tre giorni di festa. (Oren Ziv/Activestills.org)

Questo stato dissociativo, ormai familiare a un mondo in lockdown, è la condizione di base del rifugiato. Per la maggior parte della sua vita adulta, mia madre parlò di casa in un tempo futuro, uno stato di normalità a cui un giorno sarebbe tornata. Alla fine, mentre si affievoliva la speranza di una pace negoziata tra palestinesi e israeliani, l’aspettativa di mia madre si trasformò in una sorta di desiderio ardente, tenuto vivo attraverso le storie della sua infanzia, in una scatola di fotogrammi in bianco e nero, nella cucina di famiglia.

Questo Ramadan, tuttavia, ha perso la usa fame di nostalgia. Anche se vive a sole due ore di distanza, mia madre mi è vietata, la sua età e i suoi vari malanni la rendono particolarmente vulnerabile alle peggiori minacce del virus. E così, invece, l’ho chiamata cercando di alleggerire il suo stato d’animo. Quando mi lamento che la mia zuppa di lenticchie è troppo uniforme, lei consiglia un po ‘ più di sale, e poi una spruzzata di limone.

“E assicurati, ya mama, di sorbirla con qualche oliva verde”, mi ricorda.

Me ne ricorderò, naturalmente. Noi bambini palestinesi abbiamo imparato ad ascoltare i desideri delle nostre madri molto prima di capire l’intensità delle loro responsabilità o l’amarezza del loro esilio. Anche se quest’anno non ho potuto condividere un iftar con lei, posso ancora assaporarne i piaceri. E scopro che questo è la vera benedizione di questo Ramadan.

*Samer Badawi è entrato a far parte di +972 nel 2014 e ha coperto l’Operazione Protective Edge per la rivista, da Gaza e dalla Cisgiordania nell’estate e nell’autunno di quell’anno. Scrive della politica degli Stati Uniti nei confronti della regione, dell’attivismo israelo-palestinese e del nesso tra il movimento per i diritti dei palestinesi e altre lotte di liberazione. I suoi rapporti e analisi sono stati citati dal Washington Post, pubblicato su Al Jazeera, BBC e altre emittenti mainstream, e chiamato “must read” da Arad Nir del Canale 2 di Israele. È stato precedentemente corrispondente di DC per Middle East International.

traduzione Alessandra Mecozzi da https://www.972mag.com/ramadan-palestinian-mother-coronavirus/

PalestinaCeL

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