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Benvenuti all’ Hotel Coronavirus

Noam Shuster +972 Magazine

Speravo di usare questa esperienza condivisa di quarantena a Gerusalemme per pensare a nuovo materiale per la mia attività teatrale. E invece è successo qualcosa che non mi aspettavo affatto.

In agosto dell’anno scorso ho fatto i bagagli per una borsa di studio di un anno all’Università di Harvard per lavorare al mio “one woman” show intitolato “Coesistenza fanculo”.

Sono cresciuta a Wahat al-Salam/Neve Shalom, l’unica comunità in Israele in cui palestinesi ed ebrei hanno deciso di vivere insieme. Crescendo tra membri progressisti delle due società, parlando sia ebraico che arabo, avrei dovuto diventare la bambina manifesto di una pace possibile. Invece sono diventata molto critica del modo in cui si usava la “coesistenza” per evitare di affrontare i problemi di fondo e ho sviluppato l’ immunità allo slogan vuoto “dare una possibilità alla pace”.

Il mio anno negli Stati Uniti stava andando molto bene. Mi sono esibita in tutto il paese con il famoso attore iraniano-americano Maz Jobrani e avrei dovuto presentare la prima del mio show in maggio al Kennedy Center, uno dei più importanti spazi per le arti performative in America.

Ma poi il nuovo coronavirus è esploso e mi ha cambiato la vita- ha cambiato tutte le nostre vite – per sempre.

La mia casella di posta elettronica alla voce “in entrata” sembrava un festival delle cancellazioni, e il preside dell’Università annunciava che il campus chiudeva. Sapevo di dover prendere una decisione: rimango a Boston o prendo un volo per tornare a casa, in Israele-Palestina? Ho scelto di rischiare di tornare a casa, per essere vicina alla mia famiglia, anche se voleva dire che avrei dovuto stare in quarantena per due settimane al mio ritorno.

Il mio viaggio è cominciato con un volo cancellato che avrebbe dovuto portarmi da Boston a New York. Determinata a partire, sono saltata su un treno quasi vuoto per New York City e ho preso un taxi Uber per l’Aeroporto Internazionale J.F. Kennedy dove ho passato 12 ore in attesa del mio volo per Tel Aviv. Pensavo che, se mi fossi mossa con sufficiente cautela, avrei potuto evitare di prendermi il coronavirus lungo il viaggio.

Mi sbagliavo proprio.

Quattro giorni dopo il mio arrivo a casa, ho cominciato a presentare i sintomi del COVID-19 – tutti, compresa febbre, brividi, dolori muscolari, estrema stanchezza e perdita di appetito. Non riuscivo a sentire odori e sapori. Ho capito di avere la malattia ancora prima di aver avuto il test positivo.

Non mi sentivo come se avessi l’influenza. Sentivo come se il mio corpo stesse bruciando, dall’interno. Il dolore era così intenso che una notte sono svenuta

Non ricordo di aver preso il telefono e di aver chiamato l’ambulanza. I miei genitori non potevano avvicinarsi per aiutarmi anche se stavano in quarantena in una stanza separata a pochi passi da me. La sensazione di impotenza era traumatica, per loro e per me.

L’ambulanza mi ha portato all’Ospedale Hadassah di Gerusalemmme, dove i dottori mi hanno messo sotto ossigeno per 24 ore. E’ stato di enorme aiuto. Ho 33 anni e sono sana – non posso immaginare cosa sia per quelli più anziani e vulnerabili. E’ cattivo, potente e crudele questo virus.

Noam Shuster all’ospedale Hadassah di Gerusalemme 11 aprile (Courtesy of Noam Shuster)

Dopo essere stata dimessa dall’ospedale due settimane fa, sono stata portata all Hotel Dan di Gerusalemme per continuare il processo di guarigione insieme ad altri pazienti di COVID-19. Ho scoperto che questo Hotel Coronavirus è uno dei posti più strambi del mondo. E’ diventato il rifugio del più insolito e vario gruppo di persone che abbia mai conosciuto: israeliani e palestinesi di ogni estrazione sociale, tutti insieme per guarire.

Mentre il mondo pratica il distanziamento sociale e impara a gestire un senso alieno e quasi incomprensibile di isolamento, qui eravamo tutti riuniti insieme, prendendoci cura gli uni degli altri, abbracciandoci perfino.

Se dovevo stare ferma lì da malata per un po’, ho pensato che il meno che potevo fare era provare a cambiare la situazione. Così ho recitato per una folla di almeno 150 persone nella hall dell’hotel. Non ho potuto fare a meno di pensare che solo pochi giorni prima stavo per realizzare i miei più grandi sogni di teatro in America e ora, eccomi qui, a fare battute a un gruppo di arabi ed ebrei con la tosse, sotto lockdown.

Siccome sono cresciuta con le due culture, sono abituata a muovermi tra i due gruppi in modo che permette di riconoscere che le dinamiche di potere sono sempre attive. Avevo sperato di poter usare questa quarantena condivisa per produrre nuovo materiale per i miei spettacoli. Ma l’assenza di tensione nell’hotel, era quasi deprimente. Persino scioccante.

Nel mondo esterno, i palestinesi sono percepiti come paurosi e sospettosi. Devono costantemente dimostrare di meritare di essere trattati alla pari, socialmente e politicamente, mentre gli ebrei israeliani – specialmente quelli di origine europea – godono di privilegi senza controlli. Eppure, in hotel, qualcosa in questa situazione estrema ha messo in luce diverse facce di persone che non avevo mai notato prima.

Un giorno, mentre camminavo nella lobby dell’hotel, ho colto qualche frase di una conversazione tra due giovani uomini, un ebreo religioso e un palestinese. All’inizio sono riuscita a decifrare solo poche parole: “1948” “Palestina”, “Ashkenazim”. Attirata, mi sono avvicinata giusto in tempo per sentire l’ebreo religioso dire al palestinese come, prima che arrivassero gli immigrati europei in Israele non c’era separazione tra gli ebrei arabi (Mizrahim) e i palestinesi, che erano abituati a condividere questo spazio.

Palestinesi ed ebrei si riunivano nella lobby ogni sera per chiacchierare e fare giochi, con una playlist che alternava musica Mizrahi e classici arabi. Stavo impazzendo? Come poteva succedere questo? Perché ci è voluta una pandemia globale per riuscire a trattarsi reciprocamente con tanta radicale compassione? Perché è solo con questa minaccia esterna che riusciamo a mostrare attenzione alle libertà e al benessere gli uni degli altri?

Per essere chiari, le ingiustizie sistematiche fuori non sono scomparse. Solo la settimana scorsa, la polizia israeliana ha assaltato una clinica per i test di COVID-19 nel quartiere palestinese di Silwan a Gerusalemme Est perché era gestita dall’ Autorità Palestinese.

Ma c’è qualcosa nel dolore e nella tragedia di questo momento che mi ha fatto capire che, a volte, fa bene abbracciare il bene; rendersene conto e amplificarlo. Spero che ce ne porteremo un po’ di questo bene una volta che tutto ciò sarà finito. So che io lo farò.

Noam Shuster (@ShusterNoam on Twitter) è una attrice freelance. Una artista pacifista, e attivista. E’ cresciuta a Neve Shalom Wahat Al Salam. Recita in tre lingue: Ebraico, Arabo, Inglese. Nel 2018, a Londra è stata nominata “Nuova attrice ebrea dell’anno”. Nello stesso anno, è stata anche la prima artista ebrea nel Festival di teatro Palestinese, e il contenuto è diventato virale nei media arabi.

traduzione Gabriella Rossetti da https://www.972mag.com/coronavirus-hotel-jerusalem/

PalestinaCeL

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