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Betlemme in quarantena. Solidarietà da prima Intifada

Suha Arraf * + 972

‘Se riusciremo a debellare il virus, saremo in grado di sconfiggere anche l’occupazione’

Migliaia di volontari e donazioni per aiutare Betlemme posta in regime di quarantena stanno facendo rinascere un senso di solidarietà palestinese che rievoca la Prima Intifada

Lo scoppio del coronavirus ha prodotto due vincitori: Benjamin Netanyahu, che ha approfittato della crisi per rinviare il processo di corruzione nei suoi confronti, e l’Autorità Palestinese che ha riconquistato la fiducia dei palestinesi grazie alla sua risposta alla pandemia. Improvvisamente “l’Accordo del Secolo” sembra essere stato annunciato un secolo fa.

La lotta palestinese contro il coronavirus ha il suo epicentro a Betlemme, dove sono emersi i primi casi di contagio nei territori occupati. Il 5 marzo sette dipendenti dell’Hotel Angel hanno contratto il virus dai turisti che vi soggiornavano. Nelle tre settimane successive sono stati riportati 64 casi in Cisgiordania (rispetto agli oltre 2,660 casi in Israele): circa 40 di questi sono a Betlemme e mercoledì scorso una donna anziana positiva al virus è deceduta. Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha immediatamente realizzato che l’AP non dispone delle infrastrutture – in particolar modo ospedaliere e di bilancio – per affrontare il virus. Per questo motivo Shtayyeh ha immediatamente imposto la quarantena a Betlemme, isolato i positivi e coloro che hanno avuto contatti con l’albergo, e dichiarato lo stato d’emergenza. Il governatore di Betlemme Kamel Hamid ha anche reclutato il comune per il rafforzamento delle misure.

La risposta più incoraggiante è arrivata dai cittadini: i betlemiti si sono organizzati in massa in un modo che ricorda i comitati popolari della prima Intifada. In città è stato costituito un comitato di emergenza con oltre tremila volontari: giovani scout, psicologi, medici, accademici, attivisti sociali e politici, cittadini. Anche le donne palestinesi sono tornate al centro della vita pubblica, proprio come avevano fatto durante la prima intifada.

“Stiamo trattando il coronavirus come un nemico più pericoloso dell’occupazione israeliana”, spiega Kifah Manasra, psicologa e docente di criminologia all’Università di Betlemme. “Non puoi vederlo, non è un soldato israeliano armato davanti a te”.

Le forze di sicurezza palestinesi bloccano l’accesso all’Hotel Angel in Beit Jala vicino Betlemme in cui alloggiavano alcuni turisti risultati positivi al coronavirus, 5 marzo, 2020. (Wissam Hashlamoun/Flash90.)

‘Ci stiamo prendendo cura l’uno dell’altro’

Manasra racconta di uno spirito rinnovato a Betlemme. “La determinazione delle persone è alle stelle”, dice. “Abbiamo ritrovato la sicurezza in noi stessi e insieme a questa anche la fiducia di poter uscire da questa crisi”.

“Per la prima volta sentiamo di essere sulla stessa barca della nostra leadership politica”, asserisce Manasra. “Questa è la prima volta che noi possiamo decidere quando imporre un coprifuoco e quando annullarlo. Non sono gli israeliani a controllare noi, possiamo controllare noi stessi e il nostro destino nella nostra città. Se riusciremo a debellare il virus, saremo in grado di sconfiggere anche l’occupazione”.

Lucy Thaljiyeh, membro del consiglio comunale e attivista femminista, si è unita al comitato di emergenza e al comitato per l’aiuto ‘Isnad’. Racconta che poco dopo la scoperta dei primi casi si è tenuta una riunione d’emergenza presso il municipio.

“Abbiamo immediatamente preso la decisione di disinfettare le zone centrali della città: la Chiesa della Natività e la sua piazza, le fermate degli autobus, i mercati, le moschee, le chiese e gli alberghi”, spiega Thalijieh, “non abbiamo tralasciato nessuna via o vicolo nel distretto di Betlemme (che include Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour, il campo rifugiati di Dheisheh, Aida e altri quaranta villaggi).”

“Abbiamo iniziato con il disinfettante più semplice che avevamo”, racconta Thaljieh. Abbiamo raccolto i rifiuti, e offerto agli operatori sanitari un corso accelerato su come disinfettare e proteggersi con mascherine, tute protettive e disinfettante. È incredibile come tutti si siano riuniti così velocemente”.

Impiegato comunale disinfetta una strada di accesso a Betlemme, 12 Marzo, 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

Tra i volontari, Rawam Zghairi, attivista sociale e politica di 36 anni proveniente da Dheisheh, collabora con le forze di sicurezza palestinesi ed è l’unica donna del campo ad essere un membro del comitato di solidarietà.

“Ho lavorato come volontaria per tutta la mia vita”, racconta Zghairi. “Adesso tutte le persone del campo lavorano come volontari. Dovresti vedere come tutti si sono dimostrati all’altezza della situazione. Abbiamo pulito e disinfettato il campo, fatto un elenco delle famiglie vulnerabili, degli anziani, dei malati e delle persone in quarantena. Abbiamo fornito loro cibo e medicinali per gli anziani. Improvvisamente il valore che si dava alla vita è cresciuto. Stiamo combattendo per vivere e gli esseri umani sono finalmente tornate ad essere centrali”.

Mohammad al-Masri, 42 anni, un altro residente del campo rifugiati di Dheisheh, è a capo del comitato distrettuale per gli aiuti. Ha spiegato che ‘Isnad’ è uno dei cinque comitati che operano sotto il Comitato di emergenza, insieme ai comitati di medicina, sicurezza, quarantena e supporto emotivo. Ciascun comitato ha una squadra locale in ogni villaggio, città e campo rifugiati, e sono stati tutti formati in pochi giorni.

“La nostra sfida è trovare il modo di convertire panico e paura in qualcosa di positivo ed efficace, resistere accettando che questo è il nostro destino”, spiega al-Masri.

Una delle cose che ha galvanizzato rapidamente i palestinesi è stata la minaccia che Israele prendesse il controllo della situazione a Betlemme. Lo stesso giorno in cui sono risultati positivi i primi casi a Betlemme, poi riconfermati tali in Israele, “il governatore ha ricevuto una telefonata dagli israeliani. Gli hanno detto che l’esercito sarebbe arrivato e che avrebbe imposto un coprifuoco”, racconta al-Masri. “Questo ci ha fatto sentire più responsabili. Non vogliamo che l’esercito israeliano prenda delle decisioni per noi nella nostra città”.

Thalijiyeh sostiene che la delega di responsabilità da parte del governatore di Betlemme ai vari comitati abbia fatto sentire tutti consapevoli. “La responsabilità collettiva ha infuso un senso di dedizione, facendo sentire tutti responsabili per quello che sta avvenendo”, spiega. La determinazione è stata sorprendente: gli alberghi sono stati trasformati in ospedali, mentre i panifici hanno sparso la voce su facebook, televisione e altre piattaforme che avrebbero distribuito pane gratuitamente. Sulle vetrine dei forni sono stati appesi dei cartelli che informano che coloro che non possono pagare riceveranno pane gratis, e i pescivendoli hanno fatto lo stesso.

Tuttavia, il lavoro dei volontari non si sta volgendo solamente a Betlemme. “Abbiamo ricevuto due carichi di verdure da Qalqilyah, conosciuta per la sua produzione agricola”, afferma Thalijiyeh. “Hanno donato anche riso, pasta, olio, farina e qualsiasi altra cosa gli sia venuta in mente”. Altri distretti, città e villaggi hanno aderito all’iniziativa. Abbiamo ricevuto molte donazioni da Hebron – cibo, disinfettante, mascherine e abiti. Al-Zubeideh (vicino a Jenin nella Cisgiordania settentrionale) ha fatto lo stesso”. Al comitato di primo soccorso sono giunte donazioni da tutta la Cisgiordania. “Abbiamo svolto tutte le attività nelle scuole di Betlemme”, spiega Thalijiyeh. “I volontari hanno disimballato e distribuito l’attrezzatura…le forze di sicurezza stanno compiendo questo sacro lavoro con noi, mentre i team di medici lavorano ininterrottamente. Abbiamo un esercito di volontari e attivisti in loco in ogni città e campo del distretto. I volontari hanno ricevuto le liste delle famiglie in difficoltà nelle rispettive città e campi, e sono andati in giro a distribuire il materiale. Il comune è diventato una sala situazioni operativa 24 ore su 24 in cooperazione con il comitato centrale.

Abitanti dei villaggi preparano cibo da inviare a Bethlehem coordinandosi con i vlontari del Relief Committee durante la quarantena (Courtesy of the Relief Committee)

“È molto commovente e da molta forza per andare avanti”, aggiunge Thalijiyeh. È riemerso un senso di solidarietà tra le persone, quello che c’era durante la Prima Intifada e che è in qualche modo scomparso durante la Seconda Intifada. Siamo di nuovo intrappolati insieme e ci prendiamo cura l’uno dell’altro.

“C’è qualcosa di contagioso nella speranza”, al-Masri ribadisce quello che dice Thalijiyeh. “Non abbiamo ricevuto donazioni dall’estero”, dice. “Stiamo arruolando l’aiuto dei nostri concittadini palestinesi. Abbiamo ricevuto un pacco con disinfettante, medicine e vitamine dai Palestinesi in Israele. La cosa straordinaria è che tutti i prodotti che abbiamo ricevuto sono palestinesi: dal latte e l’olio alle verdure, tutto è di produzione locale”.

“Questo ha infuso molta speranza qui a Betlemme”, riflette al-Masri, “perché all’inizio ci siamo sentiti molto soli. C’è qualcosa di contagioso nella speranza. Dopo aver visto tutto questo supporto e quest’assistenza non puoi arrenderti, devi continuare e combattere”.

Quello che al-Masri ha trovato particolarmente commovente è che alcune donazioni sono arrivate anche da piccoli villaggi, tra cui alcuni nell’area di Tubas – tre villaggi di appena 3000 persone che vivono sotto la crudeltà dell’occupazione”, afferma. “Sanno cos’è il sumud (fermezza). Ci hanno dato più speranza di chiunque altro. Siamo motivati dalla volontà di vivere. Se un tempo saremmo morti per il nostro paese, adesso vogliamo vivere per esso”.

Come per molti altri, l’esperienza delle ultime settimane ha riportato alla memoria la Prima Intifada alla dottoressa Manasra. “All’epoca partecipavo attivamente ai comitati popolari e alle manifestazioni contro l’occupazione e sono rimasta persino ferita da un frammento di proiettile che mi ha trafitto la spalla”, racconta. Durante la Seconda Intifada mi occupavo di pazienti affetti da patologie mentali. Ero sempre in prima linea. Per questo motivo quando ho saputo del coronavirus, il giorno successivo ho iniziato a pensare a come avrei potuto sfruttare le mie conoscenze. Mi sono rivolta ad alcuni colleghi psicologi e ho suggerito di rendere disponibile un numero di emergenza per offrire supporto psicologico”.

La reazione è stata incredibile: tre giorni dopo lo scoppio de virus questo gruppo ha attivato una linea gestita da quindici esperti. “La prima telefonata è arrivata da un ragazzo che ha chiamato perché sua moglie ha avuto un attacco di panico e lui non sapeva come gestire la situazione”, racconta Manasra. Io mi occupo di dieci persone al giorno, molti dei quali soffrono di disturbi post-traumatici, persone che hanno già vissuto situazioni difficili, prigioni israeliane e l’intifada. Altri stanno affrontando momenti di paura e panico, ma a volte poche telefonate possono bastare”.

“Quello che ha aiutato ad alleviare il panico è stato il modo in cui la leadership ha gestito la situazione per le strade. Abbiamo potuto fornire informazioni chiare a chi ci ha chiamato e questo per loro è stato molto rassicurante, perché in questo modo capiscono cosa sta succedendo. In questo tempo di incertezza deve esserci qualcosa di certo”.

Thalijiyeh spiega che uno dei problemi è la carenza di dottori in città. “Ci sono trenta dottori disponibili in tutta Betlemme: gli altri sono impegnati a lavorare negli ospedali. I dottori sono venuti da altre parti della Cisgiordania e l’albergo Jacir li ha ospitati gratuitamente”. Un altro problema riguarda la grande carenza di mascherine e tute protettive. “In pochi giorni sono esaurite in Cisgiordania, e poi a Hebron è stata aperta una nuova fabbrica per la produzione di mascherine e tute protettive. Tutto è successo molto velocemente”.

L’organizzazione trascende le divisioni dei partiti politici, dice Zghairi. “Nessuno parla di Fatah, Hamas, musulami o cristiani in questo momento, tutti sono coinvolti allo stesso modo”. È interessante notare come è cambiato anche il rapporto tra cittadini e forze di sicurezza palestinesi, un’istituzione lungamente criticata per le pratiche autoritarie che mette in atto e per le violazioni dei diritti umani, e che lavora in coordinamento con l’esercito israeliano.

“Prima li maledicevamo e ci lamentavamo del fatto che non facevano niente. Ora siamo più riconoscenti. Da ora in poi non permetterò a nessuno di parlare male delle forze di sicurezza, che stanno mettendo in pericolo le loro vite per noi. Fuori per le strade con il freddo e la pioggia stanno combattendo il virus mentre noi siamo a casa al sicuro”.

Zghairi racconta che gli attivisti vanno ai posti di blocco, istituiti in città dalla polizia per la raccolta di cibo per le persone in quarantena. Anche la polizia distribuisce casse di cibo nelle case delle persone. I volontari e gli abitanti delle zone limitrofe stanno distribuendo cibo e bevande alla polizia ogni notte.

In aggiunta alle altre attività che svolge, la dottoressa Manasra fa parte del movimento Hirak, un’organizzazione contro la violenza sulle donne. “Abbiamo deciso che questa volta avremmo fatto qualcosa di carino per le forze di sicurezza”, afferma. “Abbiamo comprato fiori e cartoline, abbiamo fatto il giro degli incroci e dei posti di blocco in cui erano di stanza e abbiamo dato a ciascuno di loro un fiore e una cartolina per mostrare loro la nostra gratitudine. Alcuni di loro si sono commossi, hanno veramente apprezzato il nostro piccolo gesto.”

“Betlemme si è trasformata in una città utopica”, dice al-Masri. “Non un singolo caso di furto è stato registrato in città dallo scoppio del virus”.

I soldati volevano far vedere chi comanda”

Molti palestinesi hanno riempito le loro pagine facebook di post intrisi di orgoglio nazionale elogiando il modo in cui la leadership ha gestito lo scoppio del virus. Sono stati formati vari gruppi, tra cui “Corona news in Palestine”, dove le persone pubblicano informazioni, foto delle attività di volontariato e richiedono aiuto.

Tra le altre cose, gli utenti hanno discusso la notizia su Netanyahu che ha incaricato la Shin Bet di rintracciare i pazienti positivi al virus in Israele utilizzando la tecnologia di sorveglianza. Molti hanno risposto ridicolizzando il fatto che Israele stia adoperando le sue forze di sicurezza contro la sua popolazione, mentre le forze di sicurezza palestinesi stanno soccorrendo il loro popolo.

La Prima e la Seconda Intifada hanno avuto un grande impatto sulla vita di al-Masri: durante la Prima Intifada aveva sedici anni ed ha trascorso sei mesi in prigione, mentre durante la seconda è stato posto in detenzione amministrativa per sei mesi.

Come molti altri, anche lui vede una corrispondenza tra il modo in cui i palestinesi si organizzavano trent’anni fa e come stanno rispondendo oggi al virus. “Il cameratismo e il mutuo supporto dei cittadini sono veramente simili a quelli della Prima Intifada, quando venivano imposti coprifuoco e chiusura. Lo stesso vale anche oggi. Durante il coprifuoco le persone stavano vicino alle finestre e parlavano l’uno con l’altro. Ora parlano al telefono, su WhatsApp e tramite telecamere, abbiamo fatto progressi”.

Manasra interpreta il modo in cui i palestinesi stanno affrontando la situazione come un segnale di speranza. “C’è una giustizia poetica”, ci dice. “Questa è un’occasione nuova per ricominciare lontano dai politici. Al posto dei politici sono professionisti e specialisti, ciascuno nel rispettivo campo a condurre la lotta. All’improvviso sono apparse in televisione facce mai viste prima, professionisti straordinari, uomini e donne, e così ci si rende conto di quello di cui siamo capaci e di quanto possiamo essere forti”.

Campo di Deisheh, Betlemme, arresto di un “sospetto”da parte del Battaglione Nachshon 2015 (Nati Shohat/Flash90)

Al-Masri afferma che gli israeliani vogliono distruggere l’alto morale e la rinnovata fiducia dei palestinesi. “Ieri [lo scorso mercoledì] i soldati israeliani sono entrati a Dheisheh”, dice. Volevano far sentire la loro presenza e far vedere chi comanda”. I soldati hanno utilizzato i bulldozer per rimuovere i posti di blocco istituiti dalla polizia palestinese per arginare la diffusione del virus nelle aree del distretto di Betlemme.

Al-Masri racconta che i soldati israeliani hanno lanciato granate stordenti nella casa del nipote del portavoce del governo palestinese, Ibrahim Melcham. “Hanno arrestato suo nipote e due altri giovani davanti alla polizia palestinese e alle forze di sicurezza di stanza ai posti di blocco temporanei. Cos’altro può essere questo, se non un modo per umiliarci e far passare questo messaggio: potete fare quello che volete, ma noi manteniamo il controllo, possiamo entrare ogni volta che vogliamo e imporre il blocco”.

Secondo al-Masri lo scopo dell’incursione israeliana è semplice: “volevano far perdere alle nostre forze di sicurezza la dignità e la gratitudine delle persone. Il coronavirus ha mostrato ai palestinesi quanto è debole l’occupazione, e quanto Israele è debole di fronte ad essa…non riusciranno a distruggere noi o la nostra fiducia, e non saranno in grado di rubare o schiacciare la nostra speranza”.

Suha Arraf, regista, sceneggiatrice, scrive su società araba, cultura palestinese, femminismo

traduzione Claudia Vlad da https://www.972mag.com/coronavirus-bethlehem-volunteers-donations/

PalestinaCeL

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