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L’ingiustizia ambientale è parte del colonialismo

Intervista a Mazin Qumsiyeh, Università di Betlemme, a cura di Eleonora

Il Museo Palestinese di Storia Naturale nasce nel 2014 a Betlemme su iniziativa del Professor Mazin Qumsiyeh. Da allora il museo è parte integrante del Palestine Institute for Biodiversity and Sustainability che a sua volta si occupa di ricerca, conservazione di flora e fauna locali ed educazione al rispetto ambientale. Il museo svolge un ruolo trainante nel progetto Palestine Action for the Planet, un network di individui e organizzazioni impegnati a difendere il futuro del nostro pianeta promuovendo la sostenibilità di comunità autoctone.

 Il Professor Mazen Qumsiyeh insegna alle università di Betlemme e Bir Zeit. È un prolifico ricercatore ed ha pubblicato numerosi articoli in ambiti che variano dall’ eredità culturale alla biodiversità. I suoi più famosi libri sulla resistenza civile popolare sono Sharing the Land of Canaan:  Human rights and the Israeli/Palestinian Struggle Popular Resistance in Palestine: A History of Hope and Empowerment. Il Prof. Qumsiyeh è stato arrestato dall’esercito israeliano in molteplici occasioni a causa del suo impegno contro l’occupazione e durante numerose proteste e azioni non violente. 

Ho incontrato il Prof. Qumsiyeh al museo per parlare di ingiustizie ambientali, diritti umani e di un comune nemico ad entrambe. 

Quali sono le principali difficoltà nel gestire progetti di questo tipo?

Abbiamo il colonialismo che di certo non è contento di nessuna attività gestita dalla popolazione indigena. Io stesso sono stato tormentato ed attaccato numerose volte dalle forze sioniste, dal governo statunitense, o chi per loro, anche se in quanto cittadino statunitense dovrei avere il diritto ad essere protetto da questi attacchi. Inoltre affrontiamo difficoltà di qualsiasi tipo: per  ricevere libri, materiali e risorse attraverso la dogana israeliana o ospitare volontari che vengono ripetutamente respinti all’aeroporto di Tel Aviv – che in verità sarebbe il nostro [palestinese] aeroporto di Lod.

Il secondo problema è la situazione economica ed il fatto che non puoi veramente gestire un progetto di ricerca, educazione e protezione dell’ ambiente come il nostro senza nessun aiuto finanziario. Dobbiamo fare totale affidamento su volontari e donazioni, molto spesso anche mie personali e di mia moglie. 

Il terzo problema è la psicologia della popolazione sotto occupazione militare, anche chiamata colonizzazione mentale che rende le persone meno produttive e fa loro interiorizzare le debolezze inerenti a qualsiasi situazione di disparità di potere. Vedi gli israeliani da una parte, con tutto il potere economico, la forza militare, le risorse… I palestinesi sopportano e resistono ma dopo 120 anni di oppressione causata dal progetto sionista, questo non è un compito sostenibile. E così la gente interiorizza la sconfitta ed è difficile portarli a rompere queste catene e ad auto-liberarsi.

Qual’è il collegamento tra colonizzazione e ingiustizia ambientale?

Se ci pensi, qual’ è il nemico? È l’avidità di alcune persone, l’idea del profitto, il capitalismo rampante, il consumismo; non solo vogliono venderti prodotti ma anche idee stupide come “mi serve il miglior telefono, il migliore touch screen, etc.” Lo stesso nemico è quello che inizia guerre e progetti coloniali. La ragione per cui gli europei hanno colonizzato il Nord America: soldi. Il motivo per cui ebrei europei hanno colonizzato la Palestina: soldi, profitto. Dappertutto è lo stesso problema strutturale a cui dobbiamo far fronte. Il colonialismo ha la caratteristica di essere basato sul profitto. L’ambiente e gli abitanti nativi sono ovviamente i nemici perché i colonizzatori vogliono creare un nuovo sistema, vogliono ricreare una parte d’Europa. E così quando gli ebrei europei arrivarono qui, distrussero 500 villaggi e città palestinesi assieme alla flora e fauna selvatica e ai terreni agricoli. Sostituirono la biodiversità del posto con la monocultura degli alberi di pino europei. Questo è tipico del pensiero coloniale, basti pensare che i coloni europei uccisero 2 milioni di bisonti in Nord America. La popolazione indigena è in armonia con il proprio habitat ed è l’evoluzione che favorisce questa armonia: dopo migliaia di anni in un certo posto, la popolazione sa cosa prendere e cosa dare alla natura circostante. I colonizzatori spezzano questa armonia,  è proprio questo il collegamento tra giustizia ambientale e diritti umani. La sanità, la libertà di movimento, tutte queste cose sono connesse e il nemico è lo stesso, l’avarizia.

Come si puó amplificare la lotta contro questo nemico comune?

Dicendo la verità. Il motivo per cui non piaccio ai sionisti – e per estensione al governo americano – è che dico sempre la verità a prescindere dal mio interlocutore. Non indoro la pillola, non abbellisco l’oppressione e gli orrori commessi da Israele che quasi sconfinano nel genocidio della cultura e popolazione indigena. Fino ad ora 700.000 palestinesi sono stati feriti, 100.000 uccisi, 900.000 sono stati imprigionati. Questo non può essere addolcito dal diritto di esistere di Israele. Mi dispiace, ma non c’è’ questo diritto; il Sud Africa come regime di apartheid non aveva il diritto di esistere. Gli ebrei israeliani hanno il diritto di esistere ma nessun regime razzista ha un tale diritto.

Estenderei questo filo logico al concetto di “stato” in sé. Uno stato è solitamente creato con la forza e quindi perché dovrebbe avere un inerente diritto di esistere? Purtroppo questo è un argomento per molti intoccabile, al quale si gira intorno volontieri; si può essere contro l’occupazione, contro il colonialismo ma il cosiddetto diritto all’esistenza dello stato – alla vera base del pensiero coloniale – rimane sacrosanto.

Nel frattempo la narrativa israeliana di avere fatto “fiorire il deserto” è spesso incontestata. Gli israeliani si presentano come i più vegani, i più tecnologici, i più civilizzati; sono esperti di whitewashing, pinkwashing – e non so se esista già il termine greenwashing – per coprire i loro crimini umani sotto il manto della protezione ambientale…? Come si può opporsi a questa narrativa?

La storia della Palestina è molto semplice. La diagnosi è settler colonialism (colonialismo di insediamento)¹. Ci sono tre possibili esiti: il modello algerino, il modello genocidale australiano e americano oppure il resto del mondo, cioè 150 paesi nei quali i discendenti dei colonizzati e dei colonizzatori vivono insieme. Non è un modello perfetto ma un accomodamento ragionevole. Non puoi riportare indietro le lancette dell’orologio e ricreare un’ America o un’ Australia native, così come non puoi ricreare la Palestina nativa dei Cananei. 

Se si sceglie il terzo esito la terapia è la resistenza. Ci sono centinaia di forme di resistenza – da ambientale ad economica; se non resisti prolunghi la malattia. Il museo è  parte di questa resistenza, include diffondere la verità, connettere la popolazione con la terra, un giardino comune dove i bambini possono piantare e produrre risorse. 

Questo aumenterebbe l’autosufficienza contro la dipendenza economica: i negozi qui in Cisgiordania sono pieni di prodotti israeliani.

Per questo parlavo prima di colonizzazione anche mentale. Gli israeliani fanno di tutto per impedirci di creare un nostro mercato, hanno rubato le risorse acquifere, i terreni coltivabili. La Palestina era uno dei paesi più ricchi, esportava prodotti in Europa, forniva aiuti umanitari all’Egitto, all’Arabia Saudita! La Palestina non è mai stata un paese povero. La popolazione autoctona vuole avere indietro il proprio paese, resiste e perciò l’esito più plausibile è quel terzo di cui parlavo. Oggigiorno In Brasile o nella maggior parte del Sud America non si riconosce chi sia discendente dei portoghesi o chi delle popolazioni indigene.

Ma anche in questi posti la discriminazione tra etnie persiste e a livelli molto forti.

Certo ma come dicevo nessuno di questi esiti è perfetto, il terzo – coesistere in un paese – è soltanto quello meno sanguinoso. La nostra missione è quella di accelerare questo esito. In che modo? Il motto del nostro museo è “rispetto”: per prima cosa devo rispettare me stesso come palestinese. Non voglio aspettare che dio o chissà chi altro mi dia la libertà, la gente qui deve impegnarsi per cambiare la propria situazione. Questa è la liberazione dalla colonizzazione mentale. Come seconda cosa il rispetto per qualsiasi essere umano al di là di ideologie, background, religione, etc. Considero la diversità una forza non una debolezza, nella natura cosi come nella società umana. Il rispetto non significa essere d’accordo ma accettare le differenze, una cosa che dobbiamo fare se non vogliamo avere un’ideologia dominante su tutte le altre.

La terza cosa è il rispetto per la natura e per questo meraviglioso pianeta sul quale viviamo.  È fondamentale raggiungere questi livelli di rispetto in questo preciso ordine, iniziando da noi stessi, prima di andare da altri a dire cosa dovrebbero fare.

Qual’è il ruolo di chi vive fuori della Palestina – se ce n’è uno?

Prima di tutto devono capire che questa non è una lotta che non li riguarda. Non voglio che mi offrano solidarietà perché questo significa che si tratta della lotta di qualcun altro e questo qualcun altro deve essere aiutato. No, il nemico è lo stesso. Quando sono stato invitato a Mumbai, una città che ha un milione di persone che muoiono di fame per strada, chiesi perché avessero invitato me, un palestinese, quando avevano già tutte queste cose terribili nel loro paese. Sapevo la risposta ma volevo fare l’avvocato del diavolo. Mi dissero quello che ora sto dicendo a te, il nemico è  lo stesso: l’avarizia. Netaniyau è uno dei migliori amici del premier indiano Modi. Le élites che opprimono la gente, distruggono la vita, arricchiscono i ricchi e impoveriscono i poveri sono nello stesso club. Non è che io abbia la mia lotta e loro abbiano la loro. La prima lotta a cui partecipai non era per la Palestina, immaginati. Negli anni 80’ ero studente all’università del Connecticut e venni eletto presidente del comitato degli studenti internazionali. Una volta un ragazzo americano di colore venne da me e mi chiese quando avrei fatto qualcosa per il Sud Africa. Ero ingenuo allora e gli chiesi “ Perché, cosa succede in Sud Africa?” Il ragazzo mi educò e così mettemmo insieme un pò di soldi e invitammo un accademico sudafricano di colore che era in esilio a Londra. Questa fu la  mia prima azione politica. Perché tutti abbiamo partecipato alla lotta in Sud Africa? Perche l’ apartheid era un pericolo per l’umanità, un pericolo per noi, per me personalmente. Mi sentivo messo in pericolo da quel sistema; è soltanto una coincidenza che sia nato qui piuttosto che in un altrove ma in realtà dovunque ci sia oppressione bisogna affrontarla e confrontarcisi. Perché al momento sto parlando di Yemen anche se non sono yemenita? Perché c’è un genocidio e questo è un pericolo per noi in quanto gli yemeniti sono umani e noi pure.

Il primo compito della comunità internazionale è smettere di pensare che ci sia un problema con qualche persona povera in Palestina e che li si debba aiutare. Devono capire che la loro lotta è la mia stessa lotta. Il secondo compito è quello di educarsi  e capire cosa sta succedendo. Nel momento in cui capiscono meglio la situazione, realizzano che è anche la loro lotta. Il terzo compito è – con le parole di Howard Zinn – rendersi conto che non puoi rimanere immobile su di un treno in movimento. Devi scendere dal maledetto treno!

Penso però che l’educazione non sia abbastanza. Non possiamo più affermare che la gente non sappia [cosa sta succedendo in Palestina]. La gente sa ma il prossimo passo sarebbe fare delle rinunce.

Per questo ho detto che la conoscenza non è abbastanza, devi passare all’azione. Che senso ha se per esempio i miei volontari imparano molto ma alla fine del loro soggiorno non fanno nulla? Dire soltanto che si sostiene la Palestina non aiuta molto, questo pensiero deve essere trasformato in azione e ci sono migliaia di modi per farlo – purché sia un’ azione e non un’ espressione soltanto verbale “simpatizzo, prego”, etc.

Un’ultima domanda: l’avarizia è una qualità inerente alla natura umana o ci hanno insegnato che lo sia e che perciò non si possa cambiare?

Purtroppo è una cosa che abbiamo imparato.

Allora non è “purtroppo”, vuol dire che il cambiamento è possibile.

Si, però bisogna iniziare da molto giovani. Se si insegna ai bambini che questa è roba mia e questa è roba tua, gli si fa capire che ci sia della “roba” che deve essere protetta.  Al contrario al museo coinvolgiamo i bambini e gli insegnamo a lavorare insieme, pensare insieme e aiutarsi l’un l’altro. C’e’ una comunità in Portogallo che si chiama Temere, 250 persone che vivono insieme in una fattoria che hanno costruito, vivono praticamente al di fuori della società. Tutte le proprietà sono in comune, nessuna stanza è chiusa a chiave, mai un furto, mai nessuno che faccia del male ad un altro. Perché non possiamo vivere cosi?

¹ un progetto coloniale originato dall’intenzione di stanziamento in un’area geografica che si traduce nella conquista violenta di terre abitate da altri

dicembre 2019

Le immagini sono tratte dal sito https://www.palestinenature.org/

PalestinaCeL

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