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Gaza, un anno dopo: verso la fine dell’età dell’oro dell’assoluta superiorità militare israeliana sui suoi vicini

Gaza, un anno dopo: verso la fine dell’età dell’oro dell’assoluta superiorità militare israeliana sui suoi vicini 1/3

Il dossier “Gaza, un anno dopo”, in cinque parti, è co-pubblicato in collaborazione con la Scuola Popolare di Filosofia e Scienze Sociali (Algeri) https://ecolepopulairedephilosophie.com/


Questo articolo è dedicato alla memoria di Aaron Bushnell e Rachel Corrie.

Aaron Bushnell, aviatore americano, si è dato fuoco il 26 febbraio 2024, davanti all’ambasciata israeliana a Washington, per protestare contro la guerra israeliana di distruzione di Gaza, al grido di “Palestina libera”.

Rachel Corrie, nata il 10 aprile 1979, è un’attivista americana filo-palestinese e membro dell’International Solidarity Movement. È stata uccisa il 16 marzo 2003 nella Striscia di Gaza, durante la Seconda Intifada, sepolta sotto le pale spinte da un bulldozer israeliano nei pressi del quale stava manifestando.

Nell’aprile 2003 a Gaza, Thomas Hurndall e un gruppo di attivisti si trovavano nella zona, progettando di allestire una “tenda della pace” su una delle strade vicine per bloccare le pattuglie delle forze israeliane. Il giornalista, che indossava un giubbotto arancione, è stato preso di mira da un cecchino israeliano.


“È nella natura dei soldati difendersi quando sono circondati, combattere ferocemente quando sono messi alle strette e seguire i loro capi quando sono in pericolo”, professava Sun Tzu nella sua memorabile opera “L’arte della guerra” (capitolo 11). “Non si tiene a bada un nemico”, ha avvertito, preveggente. (capitolo 7)


Il 7 ottobre 2024 passerà alla storia come una data emeronima*

  • L’incursione militare più improbabile del 21° secolo e il più lungo confronto militare arabo-israeliano
  • Il bilancio umano più mortale del 21° secolo.

Israele, non l’unica democrazia in Medio Oriente, ma l’unica etnocrazia al mondo

  • Il bilancio giornalistico più mortale del 21° secolo.

Al 23 agosto 2024, 172 giornalisti erano morti durante la guerra di Gaza, rendendo questo conflitto il più mortale per i giornalisti nel 21° secolo, superando il numero complessivo di giornalisti uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra del Vietnam.

  • La data del 7 ottobre: ​​sull’uso del calendario come funzione traumatica

Il ponte aereo e marittimo americano: 500 aerei e 117 navi mercantili, al 28 agosto 2024, ovvero 50.000 tonnellate di armi, comprese più di 15.000 bombe, comprese bombe da una tonnellata, e 50.000 proiettili di artiglieria.


Il “Diluvio di Al Aqsa”, compiuto il 7 ottobre 2023 da Hamas e Jihad islamica, i due movimenti islamici palestinesi nell’enclave di Gaza, apparirà retrospettivamente come la fine dell’età dell’oro dell’assoluta superiorità militare israeliana sul suo ambiente regionale, a livello globale, contemporaneamente al più clamoroso fallimento della diplomazia americana per il suo allineamento incondizionato allo Stato ebraico.

Trent’anni dopo gli accordi israelo-palestinesi di Oslo (1993), che indussero l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a rinunciare alla lotta armata – un evento unico negli annali dei movimenti di liberazione nazionale – questo raid a sorpresa voleva porre brutalmente fine alla permanente erosione dei diritti dei palestinesi e graduale disimpegno degli stati arabi dalla causa palestinese attraverso gli accordi di Abraham.

Ha portato al più lungo confronto militare arabo-israeliano, ha reso obsoleta la strategia preventiva israeliana del blitzkrieg in quanto questo fatto d’armi ha costituito l’incursione militare più improbabile del 21° secolo, tanto più notevole se si considera che è stata effettuata da formazioni assediate dal 2007. , vale a dire per 18 anni, e diretto contro la maggiore potenza militare del Medio Oriente. Costituisce già, come tale, una data fondamentale nella polemologia contemporanea.

Un’ironia di rara crudeltà: la massiccia infiltrazione dei combattenti di Hamas – la prima incursione di tale portata sul territorio israeliano dalla creazione dello Stato ebraico nel 1948 – ha costituito un colpo tanto più duro per l’opinione pubblica israeliana e occidentale in quanto avvenuto in un paese che è orgoglioso di aver sviluppato un software di spionaggio ultra-sofisticato, il sistema Pegasus, avendo intercettato molti decisori in tutto il mondo. Spiare l’intero pianeta e “allo stesso tempo” essere sordo e cieco nei confronti dei propri vicini è un bel problema.

Con il suo impatto e le sue ripercussioni, una data emeronima rimanda ad un evento che va oltre la comprensione, al quale per mancanza di parole ci riferiamo solo con le date, paragonabile nel suo impatto al 14 luglio 1789, atto fondatore della Rivoluzione francese con l’assalto della Bastiglia;

Oppure al “D Day”, lo sbarco alleato in Normandia il 6 giugno 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale, o infine al raid dell’11 settembre 2001 contro i simboli dell’iperpotenza americana.

Questo cataclisma strategico ha proiettato la leadership occidentale in una fase in cui c’è, probabilmente, la fine del ruolo degli Stati Uniti come poliziotto del mondo. Ciò segnala chiaramente il fallimento della diplomazia occidentale in Medio Oriente e dei suoi piani volti a emarginare la questione palestinese, per ridurla a una variabile di aggiustamento strutturale.

Sovrapposto alla guerra in Ucraina (2022) e alla pandemia di Covid (2020-2022), l’attacco dei movimenti islamici palestinesi a Gaza contro Israele ha causato un grave sconvolgimento strategico in quanto ha indotto un nuovo rapporto di forze a livello regionale e probabilmente globale, rivelando a gran parte dell’opinione internazionale il vero volto di Israele, la connivenza occidentale oltre ogni aspettativa nei confronti dello Stato ebraico nonché le distorsioni degli occidentali per mascherare, con il pretesto della solidarietà, le loro antiche turpitudine verso i loro ex compatrioti di fede ebraica: il genocidio hitleriano e la collaborazione di Vichy.

Inoltre, il silenzio del femminismo occidentale sulla sofferenza delle donne palestinesi a Gaza ha rivelato il suo fallimento morale. E l’esibizione di biancheria intima femminile palestinese da parte dei soldati israeliani, è stata rivelatrice della psiche sionista.

2a osservazione

La coalizione suprematista al potere in Israele e il massacro di Gaza hanno certamente minato i grandi miti fondatori dello Stato ebraico, – “l’unica democrazia in Medio Oriente servita da un esercito morale guidato dall’imperativo della purezza delle sue armi” – ma anche e soprattutto, la deterrenza militare di un Paese, che da tempo semina paura e terrore al suo sguardo immediato. Un deterrente ormai a brandelli.

In questo contesto, l’epoca d’oro dell’assoluta superiorità militare israeliana sui paesi vicini sembra essere finita, così come l’assoluta fiducia mostrata dagli israeliani, con tutte le tendenze politiche messe insieme, nel loro esercito.

A ciò si aggiunge un’economia indebolita: quarantaseimila imprese israeliane sono state costrette a chiudere a causa della guerra in corso e dei suoi effetti devastanti sull’economia, ha riferito il quotidiano Maariv il 10 luglio 2024, definendo Israele “paese in bancarotta”.

Questa cifra molto elevata copre molti settori. Circa il 77% delle imprese che hanno chiuso dall’inizio della guerra, ovvero circa 35.000 imprese, sono piccole imprese con un massimo di cinque dipendenti, le più vulnerabili dal punto di vista economico”, ha affermato Yoel Amir, amministratore delegato della società israeliana di gestione delle informazioni e del rischio di credito società di servizi CofaceBdi al quotidiano israeliano.

Con una decina di voli giornalieri Tel-Aviv-Larnaca, un buon numero di imprenditori israeliani hanno deciso di trasferire le proprie attività a Cipro, al riparo dall’ombrello anglo-americano situato sulle due basi della sovranità britannica sull’isola Akrotiri e Dhekelia.

Rassegna dei dettagli delle conseguenze dell’operazione “Al Aqsa Flood” (ottobre 2023):

Il calendario come funzione traumatica

Durante i suoi 70 anni di conflitto con i paesi arabi, Israele ha utilizzato tre metodi per ancorare nella psiche degli arabi l’idea della loro assoluta inferiorità rispetto agli israeliani:

  • Bagni di sangue, che permettono di seminare il terrore nelle loro menti, e allo stesso tempo attuano la pulizia etnica;
  • Il calendario, materializzato da spinte ripetitive in date fisse.
  • La decapitazione della leadership palestinese

Sul significato della data 7 ottobre 2023

Il “Diluvio di Al Aqsa” ha coinciso con il cinquantesimo anniversario della Guerra dell’Ottobre del 1973, nel desiderio dei vertici militari di Hamas di invertire il simbolismo del messaggio procedendo, a livello subliminale, ad una sorta di “ritorno al mittente” in un aspetto poco conosciuto al grande pubblico, vale a dire la guerra psicologica intrapresa da Israele contro gli arabi con l’obiettivo di costringerli a interiorizzare la loro inferiorità attraverso l’uso del calendario come funzione traumatica.

La data traumatica del 5-6 giugno

La prima grande data traumatica è quella del 5-6 giugno, che è piena di storie: in questa data si concentra la terza guerra arabo-israeliana del giugno 1967; la distruzione della centrale nucleare irachena di Tammouz il 5 giugno 1981, ordinata da Menachem Begin per testare le reazioni del nuovo presidente socialista francese François Mitterrand; Il lancio dell’operazione “Pace in Galilea” contro il Libano il 6 giugno 1982, mirava a spianare la strada all’elezione del leader falangista libanese Bachir Gemayel alla presidenza libanese. Finalmente il 6 giugno 2004 la pesante condanna di Marwane Barghouti.

La guerra del giugno 1967, la prima guerra preventiva della storia contemporanea, permise a Israele – già all’epoca prima potenza militare nucleare del Medio Oriente e non “il piccolo David in lotta per la propria sopravvivenza contro un Golia arabo” – di impadronirsi di vaste aree del territorio arabo (il settore orientale di Gerusalemme, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, le alture di Golan siriane e il deserto egiziano del Sinai) e spezzare lo slancio del nazionalismo arabo.

Ma allo stesso tempo ha accelerato la maturazione della questione palestinese e ha favorito l’emergere della lotta nazionale palestinese che rimane ancora oggi, 57 anni dopo, la principale sfida che Israele deve affrontare. Allo stesso modo, la distruzione del santuario dell’OLP a Beirut nel 1982 ha dato vita all’Hezbollah libanese, infinitamente più temibile per gli israeliani rispetto al centro palestinese, in quanto la formazione paramilitare sciita libanese ha costretto lo Stato ebraico a disimpegnarsi dal Libano senza negoziati o accordi di pace; fatto unico negli annali internazionali.

E la distruzione dell’Iraq nel 2003 ha dato vita alla milizia sciita Al Hashd Al Shaabi, che, vent’anni dopo, ha bombardato le basi americane in Iraq e Siria a sostegno dei palestinesi a Gaza.

Il caso di Marwan Barghouti

Anche Marwane Barghouti, il leader più popolare di Fatah, è stato condannato, nella data altamente simbolica del 5 giugno 2009, a cinque ergastoli e a una condanna irriducibile di sicurezza a 40 anni di detenzione, ovvero a una vita media di 60 anni, per un totale di 340 anni di carcere. Oltre tre secoli di vita per scontare la pena: il patriottismo palestinese è una materia corrosiva, il principale ostacolo all’espansionismo israeliano, la sentenza può apparire in questo contesto giustificata dalla logica egemonica israeliana e dalla funzione traumatica del verdetto

Ma questo verdetto israeliano contro uno dei simboli della lotta nazionale palestinese non è il risultato di una coincidenza fortuita. La battaglia di ordine simbolico è di primaria importanza nel contesto della guerra totale che Israele sta conducendo, perché determina, al di là di una lettura lineare delle notizie, l’esito di una lotta capitale, la battaglia per la cattura dell’immaginario arabo e da qui la sottomissione psicologica dei suoi avversari.

In questa guerra psicologica, Israele usa regolarmente queste due date traumatiche contro i suoi nemici come un colpo ripetuto per interiorizzare l’inferiorità araba e ancorare nell’opinione pubblica l’idea di una superiorità israeliana permanente e quindi di un’irrimediabile inferiorità araba.

La condanna di Marwan Barghouti, uno dei rari leader palestinesi bilingui arabo-ebraico, insieme a Yahya Sinwar, – il nuovo leader di Hamas, anch’egli bilingue –, hanno eliminato dalla vita politica attiva uno dei rappresentanti più brillanti della generazione palestinese, l’antitesi di burocrati corrotti e con una rappresentatività problematica. Ma rispondeva soprattutto ad una funzione traumatica. Vittimizzandolo, gli israeliani lo hanno trasformato in un simbolo…. un simbolo ingombrante da gestire.

La seconda data traumatica, 11-13 aprile

L’altra data traumatica della guerra psicologica antiaraba condotta da Israele è quella del bastione dell’11-13 aprile, data di una triplice commemorazione: quella del raid israeliano contro il centro di Beirut, l’11 aprile 1973, che portò all’eliminazione di tre importanti leader dell’OLP, Kamal Nasser, il suo portavoce, Abou Youssef Al-Najjar, il suo ministro degli Interni e Kamal Adouane, il capo delle organizzazioni giovanili; Quella dello scoppio della guerra civile libanese due anni dopo, il 13 aprile 1975, la terza, quella del raid aereo americano su Tripoli (Libia), il 13 aprile 1986, poi successivamente l’imposizione del boicottaggio della Libia da parte Nazioni Unite il 13 aprile 1992.

Caso o coincidenza? in ogni caso, non è indifferente notare di sfuggita che la risposta iraniana alla distruzione del consolato iraniano a Damasco, il 1° aprile 2024, è avvenuta il 13 aprile. Certamente il 13 aprile 2024 è coinciso con l’ultimo giorno della festività Fitr (fine del Ramadan), e la risposta iraniana avrebbe potuto avvenire il 14 o qualsiasi altro giorno successivo, ma il fatto che sia avvenuta il 13 ha avuto un valore significativo. altamente simbolico.

In 70 anni di conflitto, i ripetuti attacchi israeliani hanno quindi avuto risultati contrastanti, talvolta addirittura in contraddizione con l’obiettivo desiderato. Durante tutto questo conflitto, Israele ha assicurato il controllo della narrativa mediatica e il monopolio della compassione universale per le persecuzioni di cui furono vittime gli ebrei nel XIX e XX secolo in Europa.

Ma la distruzione della linea Bar Lev da parte degli egiziani durante la Guerra dell’Ottobre del 1973 liberò gli arabi dal panico che lo Stato ebraico ispirava loro e, insieme ai volontari della morte, le bombe umane provocarono 914 morti sulla linea israeliana durante la Seconda Intifada Palestinese (2000-2003).

La paura è ormai equamente distribuita tra i due campi, mentre, allo stesso tempo, i massacri dei palestinesi di Sabra-Chatila, nel 1982, hanno infranto il mito della “purezza delle armi israeliane” e dello sgombero militare del sud del Libano, del “mito dell’invincibilità israeliana”…..Per non parlare della guerra di Gaza.

La sofisticatezza della guerra psicologica condotta da Israele per quasi 70 anni non può mascherare la realtà. Israele vive una situazione schizotimica: uno stato di diritto, certamente, ma esclusivamente nei confronti dei suoi cittadini di fede ebraica, uno stato di apartheid nei confronti della componente palestinese della sua popolazione, una zona di illegalità e privilegio nelle sue colonie e sulla scena regionale, al punto che molti osservatori, non solo arabi, non solo musulmani, tendono a considerarlo come lo Stato canaglia n. 1 sulla scena internazionale.

“Bagni di sangue”, altra funzione traumatica

Consustanziali con la creazione di Israele, i “bagni di sangue” costituirono un’arma formidabile, il cui utilizzo rispondeva alla preoccupazione dei vertici dello Stato ebraico non solo di seminare il terrore, ma di effettuare una pulizia etnica, secondo l’espressione dello storico Ilan Pappé, ma anche di esercitare una funzione traumatica sulla psiche araba. Dal massacro di Deir Yassine, nel 1948, a Diwaniya, (1949), a Qibya (1953), commesso sette anni dopo, da Ariel Sharon, a Kafr Qassem, nel 1956, a Bahr el Baqar, (1970-Egitto), fino a quello dei campi palestinesi di Sabra-Chatila, alla periferia di Beirut, nel 1982, realizzati dalle milizie falangiste cristiane, sotto la supervisione dell’esercito israeliano, la storia è ricca di esempi di massacri collettivi da parte di Israele.

Nella più totale impunità, come nel caso dell’assassinio dell’inviato delle Nazioni Unite in Palestina, il conte Bernadotte. Presentati invariabilmente come atti di autodifesa da parte della “sentinella avanzata del mondo libero di fronte alla barbarie arabo-musulmana”.

Da questa prospettiva, l’“alluvione di Al Aqsa” – 1.400 israeliani e stranieri uccisi, tra cui 1.033 civili, 299 soldati e 58 agenti di polizia, nonché più di 3.400 feriti e 200 soldati e civili presi in ostaggio – non sarebbe nell’immaginazione palestinese che la risposta conseguenza dei ripetuti massacri israeliani contro i palestinesi.

In questo contesto di pulizia etnica, l’adozione da parte del parlamento israeliano della legge sullo “Stato-nazione del popolo ebraico” ha stabilito lo Stato ebraico come un’etnocrazia, l’unico regime nazionale al mondo a rientrare senza dubbio in questa classificazione.

Si pone poi la questione di sapere in base a quale principio l’“etnocrazia” israeliana sarebbe l’“unica democrazia del Medio Oriente”, per assolverla da tutte le sue turpitudine. Uno Stato che vive permanentemente al di fuori degli standard internazionali corre il rischio di essere, a lungo termine, percepito come uno Stato fuori dalla legge.

La decapitazione della leadership palestinese

La pulizia etnica dei palestinesi è stata accompagnata dalla decapitazione della leadership palestinese. Inoltre, Israele ha di fatto eliminato i principali leader della guerriglia palestinese, favorendo – volontariamente o meno – l’ascesa al potere di un pigro burocrate Mahmoud Abbas a capo dell’Autorità Palestinese.

I principali leader palestinesi sono stati eliminati mediante omicidi extragiudiziali, sia Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che i suoi due vice Khalil Al Wazir, alias Abu Jihad, n. 2 dell’OLP e capo del suo ramo militare, e Salah Khalaf, alias Abou Iyad, capo dei servizi di sicurezza, nonché i due leader storici di Hamas, Sheikh Ahmad Yassine e Abdel Aziz Al Rantissi e il loro successore Ismail Haniyeh, senza che queste eliminazioni abbiano spezzato il desiderio di indipendenza dei palestinesi

Israele ha utilizzato un veleno radioattivo per uccidere Yasser Arafat, lo storico leader palestinese, cosa che i leader israeliani hanno sempre negato. Ronen Bergman scrive che la morte di Arafat nel 2004 rientrava in uno schema e aveva sostenitori. Ma evita di raccontare chiaramente l’accaduto, spiegando che la censura militare israeliana gli impedisce di rivelare quello che potrebbe sapere.

Riferendosi ad una conversazione con Uri Dan, biografo ufficiale di Ariel Sharon, ha assicurato il giornalista israeliano che “Sharon passerà alla storia come l’uomo che ha eliminato Yasser Arafat, senza assassinarlo”.

Negli anni ’70, al culmine della guerriglia palestinese, Fatah, il principale movimento palestinese, divenne l’obiettivo prioritario degli israeliani con l’eliminazione di tre dei suoi leader durante un raid su Beirut nell’aprile 1973, provocando la morte di Kamal Nasser. portavoce dell’OLP, Abou Youssef An Najjar, ministro degli Interni del Centro palestinese, nonché Kamal Adwane, responsabile per la gioventù palestinese.

Poi, negli anni ’80, due principali vice di Yasser Arafat, Abou Jihad, vice comandante in capo delle forze armate palestinesi, e Abou Iyad, capo dei servizi segreti di Tunisi, furono assassinati sotto l’ombra tutelare di Zine El Abidine. Ben Ali, più pronto a reprimere i suoi concittadini che a proteggere i suoi ospiti

L’installazione in Tunisia della piattaforma regionale di MEPI, uno dei maggiori donatori americani della “Primavera Araba”, così come lo smantellamento di un’importante rete israeliana in Tunisia, nel 2012, rientravano in questa strategia, la strategia a lungo termine il cui obiettivo era quello di stabilire la principale base operativa del Mossad nel Maghreb, in questo paese in piena transizione politica, al crocevia tra Africa ed Europa, un tempo appannaggio dell’Occidente.

In totale, ci sono stati 430 omicidi mirati anti-palestinesi dal 2000 e 2.700 omicidi mirati dall’occupazione della Cisgiordania e di Gaza nel 1967, sostiene Ronen Bergman nel suo libro “Rise and Kill First: The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations”.

  • una data che diventa un nome o titolo

  • Traduzione a cura della redazione

PalestinaCeL

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