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Asini, kefiah e angurie: non saremo cancellati

Di Ali Qleibo This Week in Palestine luglio

Le immagini utilizzate per riflettere il calvario palestinese si sono trasformate in simboli iconici per gli oppressi e gli emarginati ovunque. Il repertorio iconografico contro il colonialismo, l’etnocidio e il genocidio cerca prima di tutto di sventare la censura imposta su di noi, in particolare i tentativi israeliani di cancellare l’identità nazionale, le aspirazioni e le espressioni culturali del popolo palestinese. Originariamente forgiati per contrastare la censura militare, questi simboli hanno sviluppato un potere tutto loro nel tempo e sono diventati espressioni iconiche di solidarietà collettiva con la Palestina e oltre, dando voce a tutti coloro che soffrono di oppressione, discriminazione ed emarginazione.

Queste immagini includono la mappa della Palestina, le rappresentazioni della moschea di Al-Aqsa, la chiave palestinese, la kefiah e l’anguria. L’immaginario simbolico si estende fino a comprendere cibi tradizionali, vale a dire hummus, falafel, maqlubeh , musakkhan e kunafah , radicati nella vita domestica quotidiana dei palestinesi. L’asino, simbolo della sopravvivenza a Gaza, è diventato virale da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza, poiché quella stoica bestia da soma è spesso l’unico mezzo disponibile per trasportare le vittime delle bombe negli ospedali e gli anziani nelle cosiddette aree sicure. Gli elementi costitutivi del repertorio iconografico sono ricavati dalla cultura e dalla geografia palestinesi e riflettono l’identità domestica, culturale, ecologica e politica palestinese. Rafforzano la narrazione palestinese e fungono da simboli di resistenza e di libertà dall’oppressione. Il repertorio include una serie di parole e immagini cariche di emozione che identificano luoghi sacri, promuovono il sogno del ritorno e affermano il fatto che non rinunceremo ai nostri diritti nella nostra patria. Le icone di vario genere si possono trovare ovunque sui social media e sono ampiamente diffuse su magliette, su carta, in dipinti e trasformate in ciondoli o spille d’oro.

Per gentile concessione di Invictapalestina.org.

In particolare, la kefiah ha assunto una dimensione internazionale come icona della lotta contro l’oppressione. Il tessuto quadrato nero o rosso e bianco con motivi sia a scacchi che a onde è stato tradizionalmente indossato dagli uomini in tutta la Mezzaluna Fertile, che fossero beduini, contadini o persino cittadini, un corollario alla sottile garza bianca con semplici ricami usata dalle donne. La kefiah aiuta a proteggere chi la indossa dal sole e dalla polvere e, in inverno, dal freddo. Viene persino utilizzata per impacchettare le cose da conservare o per trasportare il cibo nei campi.

La kefiah è diventata anche un’icona centrale della sinistra globale negli ultimi decenni. Notoriamente, è stata indossata da Nelson Mandela, che tre anni dopo la fine dell’apartheid in Sudafrica, dichiarò: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”. Durante il caso di genocidio contro Israele alla Corte internazionale di giustizia, molti dei delegati presenti indossavano kefiah mentre rilasciavano dichiarazioni davanti ai giudici.

Inizialmente utilizzata come simbolo nazionalista nella resistenza all’occupazione britannica della Palestina negli anni ’30, la kefiah fu il segno distintivo della rivolta popolare contro le autorità del Mandato britannico che supervisionarono il piano di spartizione della Palestina e inaugurarono la creazione dello Stato di Israele. La storica culturale olandese Jane Tynan descrive opportunamente la metamorfosi della kefiah da una forma di copricapo tribale a un’icona del nazionalismo: “Dalla sua funzione nella rivolta come strumento per mascherare l’identità di chi la indossava alle autorità britanniche, la kefiah divenne un simbolo della lotta palestinese”.

Per gentile concessione di Qastina Designs.

Separati attraverso complesse circostanze politiche dal nostro retaggio culturale cananeo, i palestinesi sono presi tra il martello della narrazione biblica e l’incudine dell’archeologia biblica, che gli israeliani si appropriano come loro eredità. Di conseguenza, i palestinesi hanno dovuto forgiare i propri segni e simboli di resistenza all’oppressione e alla brutalità dell’occupazione israeliana in corso. Poiché le misure drastiche per sradicare la cultura palestinese includono la criminalizzazione da parte di Israele dell’esposizione pubblica della bandiera palestinese rossa, verde, nera e bianca, i colori repressi della bandiera palestinese sono riemersi nell’anguria verde e rossa con i suoi semi neri come simbolo della bandiera palestinese, sia come design su maglietta, come meme o semplicemente nel piacere pubblico di mangiare un’anguria diffuso sui social media. Allo stesso modo, la mappa della Palestina storica si è diffusa come un’icona emblematica: è stampata su magliette, intagliata in ciondoli e utilizzata in una moltitudine di grafiche. Allo stesso modo, la resistenza ai continui tentativi sionisti di impossessarsi della moschea di Al-Aqsa si manifesta non solo negli scontri quotidiani in cui i palestinesi impediscono agli intrusi sionisti di pregare lì, ma anche nell’ampia diffusione di rappresentazioni pittoriche della Cupola della Roccia.

Asino di Gaza di Ali Qleibo.

La nostra lotta per la libertà è rappresentata dagli israeliani e dai loro alleati occidentali come terrorismo. In questo contesto, il simbolo iconico della lotta palestinese, la kefiah, è stata falsamente demonizzata dai sionisti come simbolo di odio simile al nazista, il cui utilizzo è falsamente rappresentato come un gesto antisemita simile a quello di indossare una svastica! Considerare la kefiah come un atto velato di intimidazione evidenzia soprattutto la profondità del razzismo anti-palestinese che esiste in Israele e negli Stati Uniti, in particolare, e in Occidente in generale, tanto che gli illusi sloganisti anti-palestinesi paragonano coloro che indossano la kefiah ai suprematisti bianchi del KKK i cui cappucci bianchi nascondevano le loro identità durante i famigerati linciaggi perpetrati nel sud degli Stati Uniti all’inizio del ventesimo secolo.

Contro ogni previsione, la guerra virulenta che sta conducendo Netanyahu contro Gaza, il genocidio in cui sono stati massacrati oltre 40.000 civili e nonostante la massiccia distruzione dell’intera provincia di Gaza, tutto questo terrore scatenato non ha smorzato lo spirito di coraggiosa resistenza all’occupazione israeliana. Nonostante gli attacchi e gli spari ai giornalisti da parte di Israele, nonostante la pesante censura imposta alle piattaforme di notizie, i social media hanno trasmesso in diretta i vili crimini israeliani contro l’umanità. La Corte internazionale di giustizia ha dichiarato il presidente di Israele un criminale di guerra. Eppure, abbiamo riconquistato la nostra narrazione, grazie in parte all’iconografia palestinese dispiegata ovunque, e Israele è stato smascherato come l’impianto colonialista che è in Palestina.

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  • Ali Qleibo Il dott. Ali Qleibo è un artista, autore e antropologo. Nato a Gerusalemme e istruito negli Stati Uniti, i suoi libri e le sue opere d’arte lo hanno portato in tutto il mondo. Il dott. Qleibo ha tenuto lezioni e ricoperto posizioni di rilievo presso l’Università di Al-Quds, ha avuto una borsa di studio presso lo Shalom Hartman Institute e ha lavorato come professore ospite presso la Tokyo University for Foreign Studies e la Kyoto University in Giappone. Al Jerusalem Research Center, il dott. Qleibo ha sviluppato l’itinerario turistico musulmano a Gerusalemme, che comprende il patrimonio tangibile e intangibile. Specialista in storia sociale palestinese, è autore dei libri Surviving the Wall, Before the Mountains Disappear, Jerusalem in the Heart e Mamluk Architectural Heritage in Jerusalem e ha pubblicato una quantità di articoli a livello locale e internazionale.

traduzione a cura di alessandra mecozzi

PalestinaCeL

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