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Ecco come la Palestina sta cambiando l’America!

Palestina a Brooklyn
La gente manifesta con palestinesi palestinesi a Brooklyn, New York, il 15 maggio 2021. Foto: AFP

di James Zogby, 25 maggio

Nei 45 anni trascorsi da quando ho lanciato la campagna per i diritti umani in Palestina, ho assistito a più tragiche guerre di quanto possa contare e ho difeso i diritti dei palestinesi rispetto ai più odiosi crimini che possa sopportare di elencare. Durante tutto questo tempo, abbiamo trovato sempre più americani pronti a perorare la causa dei diritti dei palestinesi e ad ascoltare il nostro grido di giustizia. Tuttavia non ho mai assistito all’ondata di cambiamenti d’opinione e al loro impatto nel dibattito politico come in questi giorni.

Cinquanta anni fa, c’era una manciata di membri del Congresso che si sarebbero coraggiosamente esposti e poche chiese cristiane, leader di movimenti a favore dei diritti umani e piccoli gruppi ebraici progressisti che avrebbero partecipato al nostro appello per i diritti umani in Palestina. Per il loro sforzo, come noi, hanno subito intimidazioni volte a zittire le loro voci e il loro impegno.

Il cambiamento è partito dalla prima Intifada, quando la TV israeliana ha mostrato truppe dell’esercito fare fuoco su giovani palestinesi che tiravano sassi e l’orribile ordine di spezzare le ossa ai giovani rivoluzionari impartito da Yitzhak Rabin.

Partendo da ciò, Jesse Jackson portò alla luce la questione della giustizia per i palestinesi durante la sua campagna presidenziale del 1988. In quell’anno, finalmente ottenemmo che si parlasse del problema, per la prima volta, dal podio di una convention democratica.

Manifestazione a Chicago 22 maggio 2021

Dopo la conferenza di pace di Madrid e gli accordi di Oslo, ci fu un altro notevole cambiamento nell’opinione pubblica statunitense. Da un esame più attento, tuttavia, il cambiamento fu preponderante nel partito Democratico. Il presidente Bill Clinton e i democratici sostennero il processo di Oslo, mentre i repubblicani, sempre più influenzati dalla destra cristiana e dai neo conservatori dell’era Reagan, abbracciarono una linea assolutamente pro- israeliana. Da quel momento, questa divisione si è estesa sempre più.

Questo abisso non fa altro che mostrare la netta divisione demografica americana in quanto a temi di politica estera ed interna. L’elettorato democratico è composto da neri, latini, asiatici, giovanissimi (millennials) e donne universitarie. L’elettorato repubblicano invece è composto per più del 40% da bianchi, anziani, persone che non hanno un’alta istruzione e convertiti al cristianesimo.

La maggioranza dell’elettorato democratico è fortemente critico nei confronti di Netanyahu, si oppone alla politica di Israele ed è a favore del fatto che gli aiuti allo stato ebraico debbano essere subordinati al trattamento che esso riserva al popolo palestinese. Non solo l’approccio è cambiato, dunque, ma gruppi ebraici progressisti e arabi- americani organizzati hanno acquisito potere e chiesto ai loro rappresentanti di fare altrettanto. Ciò ha permesso ai membri del Congresso di far sentire la loro voce. Il Congresso ha affrontato il tema delle recenti politiche israeliane sulla città di Gerusalemme e dei bombardamenti su Gaza.

Il risultato? Per la prima volta, dopo circa 30 anni, una dozzina di membri del Congresso ha denunciato gli sforzi di Israele di eliminare i palestinesi dalla città di Gerusalemme e di ammazzare civili a Gaza. Più di metà dei rappresentanti democratici del caucus del Senato ha auspicato un cessate il fuoco Israele-Hamas  e i progressisti della Casa hanno chiesto una frenata alla vendita di armi allo Stato di Israele. Anche degne di nota sono state le risposte smorzate dei senatori e rappresentanti democratici normalmente filo-israeliani. Sanno bene chi sono i loro elettori e si muovono cautamente.

La stampa americana ha dato largo spazio a questi sviluppi. Sono stato molto orgoglioso di vedere la prima pagina del New York Times titolare “ Nel 1988, quando James Zogby ha spinto i Democratici a menzionare la questione della sovranità palestinese dal loro palco, gli è stato detto che solo nominare la parola che iniziava con P- avrebbe scatenato l’inferno”. L’articolo procede mostrando come le cause perse in passato, siano diventate centrali nel dibattito politico odierno.

Questa è la buona notizia. Ma fa riflettere il fatto, come ho notato nella stessa storia, “La base del partito è in un luogo molto diverso da quello in cui si trova l’establishment del partito”. Non abbiamo certo vinto questo dibattito politico, e ne siamo lontani. Ma ciò che è nuovo e importante è che stiamo obbligando a un dibattito. E questo è il primo passo sulla strada del cambiamento.

James Zogby, presidente dell’Arab-American Institute, è un editorialista del Jordan Times. 

traduzione di Annalisa Esposito

PalestinaCeL

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